Omicidio Matilda senza il colpevole. Assolto anche l’ex della madre

Chi ha ucciso la piccola Matilda, la bambina di 22 mesi morta per delle violente lesioni sul corpo, mentre era in casa con la mamma e il suo compagno? Dopo 11 anni, la giustizia italiana non solo non è ancora riuscita a trovare un colpevole, ma addirittura ha scagionato le uniche due persone che erano con la bimba nei suoi ultimi minuti di vita.

Sono trascorsi poco più di undici anni dal mese di luglio del 2005, anno in cui a Roasio, ovvero il comune italiano di 2.501 abitanti della provincia di Vercelli, in Piemonte, una bambina di soli 22 mesi di nome Matilda è stata uccisa. Un caso di cronaca nera questo, che ha fatto molto discutere ai tempi in cui è accaduto e che adesso, a distanza di moltissimi anni continua a far discutere in quanto, purtroppo a distanza di tanto tempo l’assassino della piccola non ha ancora un nome. Ancora infatti non vi è un colpevole certo in quanto, stando a quanto emerso dalle ultime indiscrezioni sulla vicenda, proprio nei giorni scorsi il gup di Vercelli, dopo un paio d’ore di camera di consiglio al termine del processo celebrato con rito abbreviato ha assolto Antonio Cangialosi, ovvero l’uomo che quando successe il fatto era proprio il compagno della madre della piccola, colui che si trovava in casa con la bambina nel momento in cui perse la vita. Secondo l’accusa l’uomo avrebbe colpito la piccola Matilda, che come precedentemente anticipato era molto piccola in quanto aveva solamente 22 mesi, mentre piangeva, il tutto nel tentativo di farla smettere di piangere.

L’uomo, sempre secondo quanto dichiarato dall’accusa, avrebbe colpito la bambina approfittando della temporanea assenza della sua mamma, andata in balcone per poter stendere il bucato e proprio per tale motivo, sulla base di tutto ciò Antonio Cangialosi era stato nello specifico accusato di omicidio preterintenzionale e per lui, il pm Paolo Tamponi aveva chiesto una condanna a otto anni ma ecco che adesso, come precedentemente anticipato, l’uomo è stato assolto per non aver commesso il fatto. Sulla decisione del giudice Fabrizio Filice ecco che si è espressa proprio la mamma della piccola Matilda Borin ovvero Elena Romano la quale ha nello specifico dichiarato “Purtroppo non ci aspettavamo una decisione diversa. Questa però non è la verità. Ho intenzione di andare avanti perché voglio giustizia per la mia bambina” e ha poi precisato “In quella casa eravamo in due ed io non ho fatto nulla”.

Anche i suoi avvocati ovvero Roberto Scheda e Tiberio Massironi si sono espressi sulla vicenda dichiarando quelle che sono le loro intenzioni e affermando nello specifico “Prenderemo nota delle decisioni che accompagnano questa sentenza e ricorreremo in Corte d’Assise d’Appello. Per Matilda quello di oggi non è ancora il giorno della giustizia”. Andrea Delmastro, legale dell’uomo adesso assolto dall’accusa precedentemente citata ha invece commentato precisando “Abbiamo vissuto questo momento con grande difficoltà umana e psicologica”. Nonostante dunque siano trascorsi undici lunghi anni dal giorno della morte della piccola Matilda ancora non è stato possibile far luce sulla questione, ma la speranza è quella che molto presto il caso possa essere risolto e che quindi la piccola uccisa potrà avere giustizia.

Morire a 22 mesi,per un colpo violento alla schiena. Probabilmente un calcio. E a distanza di undici anni non avere giustizia. Resta senza colpevoli l’omicidio della piccola Matilda Borin. Ieri il tribunale di Vercelli ha assolto dall’accusa di omicidio preterintenzionale anche Antonio Cangialosi, l’ex compagno della madre della bambina, di professione body- guard. Non ha commesso lui il fatto, affermano le toghe piemontesi respingendo la richiesta del pm Paolo Tamponi che ha seguito il caso.

È un dramma su cui non si è ancora fatta luce quello di Matilda, una storia che si trascina, tra giudici, avvocati e carte bollate, da più di un decennio. Già, perché anche Elena Romani, la mamma della piccola, è stata indagata: per lei si era aperto un processo, ma negli anni è arrivata l’assoluzione. Confermata in appello e quindi in via definitiva: prove contro di lei non ce ne sono, lo ha messo nero su bianco la Cassazione nel 2012. È per questo che i magistrati hanno revocato il non luogo a procedere nei confronti del- l’exfidanzato, hanno riaperto i fal- doni, ripreso in mano i codici.

Tuttavia ieri il rito abbreviato ha scagionato anche lui dall’accusa. «Un’assoluzione che fa male, il processo non finisce qui», tuonano i legali di lei. «Lasciateci il tempo di metabolizzare», dichiarano quelli di lui. Nel mezzo c’è il sorriso di quella bambina, i suoi occhi azzurri, la sua morte così assurda. L’autopsia sul corpicino aveva evidenziato, diversi anni fa, fratture alle costole, dovute a un urto violento. Come quello di un calcio: era stata l’unica cosa chiara fin dall’inizio.

È il 2 luglio del 2005, Elena e Antonio si trovano a casa di lui, in una villetta di Roasio, a due passi da Vercelli. Lei ha 31 anni e una figlia da una precedente relazione. I tre sono invitati a pranzo dai vicini di casa, è una giornata come tante altre. Quando rientrano lasciano la piccola Matilda in camera, perché ha bisogno di riposare, non ha nemmeno tre anni: loro restano in soggiorno, probabilmente si appisolano un attimo. A svegliarsi, a metà pomeriggio, per il pianto della bambina è la madre che corre da lei e si accorge che ha vomitato: il cuscino e il coprimaterasso sul quale è stesa sono sporchi. Elena si preoccupa di lavare Matilda, poi dà una sciacquata ai panni e si assenta per stenderli. In cortile. La bimba nel frattempo resta sola con Antonio. Quando, poco dopo, l’uomo si accorge che Matilda non sta bene è già troppo tardi. Chiama i soccorsi, arriva il 118, ma per la piccola non c’è nulla da fare.

In casa sono appena in tre quando Matilda muore. Uccisa da un calcio violentissimo che le ha schiacciato il fegato e un rene (diranno poi i medici legali). La tesi dell’accusa, esplicitata fin troppo bene nell’arringa finale del processo di ieri, è che quelle lesioni che hanno causato la morte della piccola siano state provocate nel lasso di tempo in cui la madre era assente. Cangialosi, invece, si è difeso raccontando che si è limitato a spostare Matilda sul divano, senza che lei si lamentasse di nulla. Il giudice Fabrizio Felice lo ha assolto e ora il processo per la morte di Matilda è punto e a capo. «Questa non è la verità, voglio giustizia per la mia bambina. In quella casa eravamo in due e io non ho fatto nulla», si è sfogata Elena Romani all’uscita dall’aula. Le motivazioni della sentenza usciranno solo tra 60 giorni, forse allora ne sapremo di più. La procura di Vercelli aveva chiesto per Cangialosi otto anni di carcere: gli avvocati della donna parlano già di appello.

Non è stata la mamma, già assolta definitivamente, e nemmeno il suo compagno. Eppure quando è morta Matilda Bonn, 23 mesi, nella casa colonica di Roasio c’erano solo Elena Romani, 31 anni, affascinante hostess di Legnano e il fidanzato bodyguard Antonio Cangialosi. Assolto ieri dal giudice del Tribunale di Vercelli, Fabrizio Felice, per non aver commesso il fatto.

«Questa non è la verità, ma andiamo avanti perché voglio giustizia per la mia bambina», si sfoga la madre della piccola. «In quella casa eravamo in due e io non ho fatto nulla». E’ una morte senza colpevoli, quella di Matilda, uccisa il 2 luglio 2005 da un colpo alla schiena – forse un calcio – talmente violento da schiacciare fegato e rene, oltre a incrinarle le costole. «Le lesioni sul corpo di Matilda sono state provocate quando la bambina era insieme ad Antonio Cangialosi e non potrebbe essere altrimenti», ha sostenuto il pm Paolo Tamponi nella sua requisitoria, chiedendo per l’uomo una condanna a otto anni. A riaprire il caso è stata la Cassazione, accogliendo il ricorso dei legali della madre e annullando la precedente decisione del gip di Vercelli di non doversi procedere. Già i giudici d’Appello, nella loro sentenza, si sono spinti oltre sostenendo che a uccidere Matilda è stato Antonio Cangialosi, con un gesto «insensato e feroce»: per impedire che la piccola lasciasse la stanza e raggiungesse la madre, le avrebbe premuto un piede sulla schiena «con forza talmente sproporzionata e spietata brutalità da causarne il decesso solo perché non è stato capace di capire che si trovava di fronte a una bambina nervosa, delicata e priva di difese».

Tutto è accaduto in un caldo pomeriggio di luglio. Matilda viene messa a dormire nel letto matrimoniale ma non si sente bene: vomita sulle lenzuola e piange disperatamente. Secondo la ricostruzione degli investigatori, la mamma la lava e poi esce a stendere i panni ripuliti. Cangialosi resta con la bimba e poco dopo, preoccupato perché continua a stare male, chiama l’ambulanza. Questa storia ha però una gigantesca voragine: non si sa chi abbia colpito Matilda con una violenza tale da ucciderla. La Cassazione, nelle motivazioni, rileva che il verdetto d’Appello «ha dato ampiamente conto della sequenza nella quale si sono svolti i fatti, che implica l’esclusione della responsabilità della Romani».

E rammenta che il trauma di Matilda «fu prodotto verso le 16,20 durante l’assenza della Romani, uscita nel cortile per stendere all’aria il cuscino lavato». L’uomo ha raccontato che la piccola si era spostata in corridoio, di averla presa in braccio e messa sul divano. Senza che lei si lamentasse. Impossibile secondo la Procura, poiché le fratture alle costole avrebbero causato alla piccola dolori e pianti di cui Cangialosi non ha mai riferito. Neppure le intercettazioni ambientali sono state dirimenti. Anzi, hanno aggiunto dubbi. Ma per il tribunale di Vercelli Cangialosi non c’entra nulla.
Claudia

Alle 12.30 la sentenza lapidaria quanto incredibile: assolto per non aver commesso il fatto. Non fu Antonio Cangiatosi a uccidere la piccola Matilda Bo- rin, undici anni fa, a Roa- sio. E siccome anche la madre della bimba, Elena Romani, fu a suo tempo assolta con formula piena per lo stesso reato, la giustizia si trova davanti a un paradosso irriducibile. Perché erano in tre nella villetta del Vercellese il 2 luglio del 2005, non è un rompicapo da Agatha Christie quello che avrebbe dovuto risolvere ieri il gup.
«Matilda non può essersi infetta da sola le ferite mortali», hanno commentato i legali di parte civile Tiberio Massironi e Roberto Scheda. «Questa è un’assoluzione che fa male, ma per Matilda quello di oggi non è ancora il giorno della giustizia», hanno aggiunto annunciando l’intenzione di ricorrere in appello e – per ora è un’indiscrezione – sembra che anche la procura si muoverà in tal senso. «Abbiamo vissuto con grande difficoltà, umana e psicologica, questo momento. Ora lasciate riprendere il nostro assistito», ha commentato laconicamente il difensore di Cangialosi, Andrea Delmastro Delle V edove.
Il procuratore capo Paolo Tamponi aveva chiesto otto anni di reclusione, nella convinzione ferma che il calcio letale alla bambina lo avesse sferrato l’ex fidanzato di Elena e ora solo le motivazioni della sentenza spiegheranno la ragione per cui il giudice non ha accolto
la sua tesi.
Elena e Matilda – nata dal matrimonio con l’imprenditore di Busto Arsizio Simo- ne Bonn – quel tragico fine settimana erano ospiti del body guard nella sua casa piemontese. Durante il pomeriggio Matilda aveva vomitato. Elena lavò la federa e il coprimaterasso sporcati dalla figlia, mise a sedere la piccola accanto a Cangialosi, sul divano, e scese in cortile a stendere i panni. Dal giardino udì le urla del compagno che la richiamava in casa: salita di corsa, la donna trovò il compagno con la bimba tra le braccia priva di sensi. L’autopsia rivelò che il decesso avvenne a causa di lesioni al fegato, a un rene e a una costola, compatibili con il tentativo di un adulto di bloccare i movimenti della bambina con una forte pressione sulla schiena. Ossia con un calcio. La corte d’appello di Torino, assolvendo Elena, puntò il dito contro l’ex fidanzato. Movente? Secondo i magistrati torinesi Cangialosi non amava quella bimba e la piccina, per istinto, lo capiva, tanto che aveva «reazioni di fuga» e persino «conati di vomito» quando si trovava con lui.
Secondo i giudici, «l’uomo voleva impedire che la piccola lasciasse la stanza e raggiungesse la madre, così, per bloccarla su un divano, le premette un piede contro la schiena con forza talmente sproporzionata e spietata brutalità da causarne il decesso». Ma a questo punto, quella scarpata chi la dette a Matilda?

LEGNANO – «Sono stati usati due pesi e due misure, con me vennero usati metodi atroci, il mio interrogatorio, quando ancora non sapevo che mia figlia fosse stata uccisa, mi sbatterono sotto gli occhi le foto della sua autopsia e poi mi chiusero in carcere. Ed ero innocente. Ma va bene, noi andremo avanti fino in fondo»: Elena Romani rompe il silenzio dignitoso che l’ha sempre caratterizzata, perché dopo undici anni «per la mia bimba non c’è ancora pace» e «credo sia ora di parlare». L’hostess alla fine dell’udienza si è avvicinata in lacrime al procuratore capo Paolo Tamponi e lo ha ringraziato. Non tanto perché nella requisitoria di due settimane fa il magistrato chiese otto anni di reclusione per l’ex fidanzato: «Anche un giorno solo di detenzione è un’esperienza che non si può scordare e lo dico io che l’ho provata ingiustamente». Ma perché per la prima volta dal 2005 la procura ha capito il suo dramma e sostenuto la sua battaglia alla ricerca della verità. «Si vede però che non era il momento giusto. Io
sono credente e non posso pensare che l’universo tolleri un fatto così abnorme senza rendere giustizia. La giustizia arriverà, io ne sono convinta. Tutto arriva, prima o poi». Elena Romani non biasima nessuno: «Io lo posso anche capire il giudice, si è trovato tra le mani una patata bollente, andare contro corrente avrebbe chiesto molto coraggio. Noi però non ci arrendiamo». La hostess non conosce il rancore, non usa espressioni di rabbia, non nutre odio: «Mi domando solo come certe persone non si mettano una mano sulla coscienza» e l’allusione all’ex compagno è chiara. Soffoca le lacrime e cerca di mantenere la voce ferma, «perché sono una persona riservata e non mi piace piangermi addosso». Ma si sente il cedimento emotivo mentre parla di Matilda: «L’ultimo pensiero prima di addormentarmi è sempre per lei. Io la sento vicina. Sento la sua presenza, lei è con me. A volte i miei figli mi vedono assente e mi chiedono se qualcosa mi rende triste: sono i momenti in cui rievoco quel dramma, ma mi faccio
forza e tomo a sorridere per loro. Le mamme devono essere sempre forti, non possono mai mollare. E io certo per Matilda non mollerò, grazie anche al sostegno che mi danno i miei avvocati. Tante volte però chiedo a Dio: perché non hai preso me?».
Tra una settimana è Natale e su Elena la tristezza si infittisce. «E la festa dei bambini, e la mia non c’è più. Oggi avrebbe avuto tredici anni, sarebbe stata una ragazzina sveglia e scaltra. Lo era già all’epoca. Lei aveva capito tutto, a lei non piaceva quell’uomo, stava sempre male quando c’era lui». Ma questo è il senno di poi. «Io invece sono una persona che non vede mai la malvagità e la negatività. Io vedo il bene in tutte le persone e in tutte le situazioni. Non credevo neppure che Matilda fosse stata uccisa. Quando gli inquirenti me lo dissero io risposi che non fosse possibile. Invece lui nello stesso momento stava già buttandomi addosso tutte le colpe. E questo dovrebbe far riflettere».

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