Ospedale di saronno, morti in corsia, sequestrate 50 cartelle

SARONNO Ottanta cartelle cliniche. Alcune firmate di suo pugno dal dottor Leonardo Cazzaniga, altre nelle quali lo specialista in anestesia figura tra i medici che hanno assistito i malati moribondi. Sono i casi di morti sospette su tavolo degli investigatori, che hanno esaminato tutta la documentazione sequestrata tre giorni fa all’ospedale di Saronno. E potrebbero essere altrettanti omicidi riconducibili al Dottor Morte, accusato di quattro interventi letali in pronto soccorso. Oltre che di aver aiutato la sua amante Laura Taroni a eliminare il marito Massimo Guerra con una cura da cavallo per un diabete inesistente. Ma c’è un altro sospetto: i due avrebbero voluto continuare a uccidere, come si evince dalle intercettazioni riportate nella richiesta di arresto dei pm di Busto Arsizio. Una su tutte: quella in cui manifestano l’intenzione di uccidere un cugino acquisito della donna «colpevole – ritengono gli inquirenti – di farsi ancora mantenere dalla ex moglie». «Se un giorno venisse giù in ospedale da noi…Trac! – dice Laura Taroni in un’intercettazione.

Da alcuni giorni l’ingresso del pronto soccorso, fino alla scorsa settimana dominio assoluto di Caz- zaniga, è insolitamente tranquillo. «Certo, dopo gli arresti le accettazioni sono dimezzate. La gente si tiene alla larga», racconta un infermiere. Molti invece vanno dai carabinieri a denunciare decessi sospetti di congiunti che potrebbero essere stati trattati con il «protocollo Cazzaniga». Il problema, spiega il procuratore capo di Busto Arsizio Gianluigi Fontana, «è l’identificazione del nesso causale tra la somministrazione di farmaci e la morte dei pazienti, accertato con elevato grado di probabilità solo in quattro casi proprio perché il metodo veniva utilizzato su persone che avevano patologie gravissime».132931429-5f5afd6c-df20-4c39-9c13-8113a3bbc535
Ciò che ha incastrato l’anestesista con delirio di onnipotenza sono stati i referti con la quantità e la qualità di farmaci somministrati alle vittime. Posologie che in alcuni casi erano cinque volte maggiori della norma e che gli stessi medici della commissione della Procura.

«Appare anomalo il sovradosaggio di tutti i farmaci somministrati in pronto soccorso» rispetto al peso o all’età del paziente. Dosi di morfina «oltre dieci volte superiori nel trattamento del dolore moderato e severo» – si legge nella relazione conclusiva dei periti nominati dalla Procura – mischiate al «doppio di dosi consigliate per anestesia generale» di midazolam e a quantità «cinque volte superiori rispetto al bolo iniziale consigliato nelle sedazioni per i procedurali». In reparto il dottore era una figura controversa. Chi lavorava con lui lo descrive così: «Volgare nell’eloquio e aggressivo». Racconta un primario: «Ha un carattere polemico, ma essendo raramente in reparto abbiamo sempre avuto poco a che fare con lui. Quanto a lei, era noto a tutti che non stesse bene per problemi neurologici, aveva avuto addirittura crisi epilettiche in reparto. Era spesso in malattia, a quel che so presto sarebbe rimasta a casa definitivamente».

Cazzaniga però era il signore incontrastato dei casi di emergenza e al pronto soccorso veniva considerato un luminare. Fino a quando la procedura di eliminazione di pazienti inermi ha il sopravvento su di lui. L’11 aprile 2013 L’infermiera Clelia Leto, dalla cui denuncia è partita l’inchiesta, scrive una lettera ai vertici dell’ospedale: «Il dott. Cazzaniga ha minacciato, anche in presenza di pazienti lucidi e collaborativi, di applicare il suo “protocollo” nei confronti di malati che secondo il suo giudizio non debbano godere delle cure primarie». Alla stessa scena assiste il collega Iliescu Radu: «Dopo circa 15-20 minuti il paziente è peggiorato ed è entrato in coma. Alla domanda come mai il dottore avesse somministrato quella terapia, mi è stato detto che non potevo capire, che si trattava di una scelta etica della medicina».

Da tempoi due amanti erano a caccia del delatore che ha fatto scattare le indagini. «Mi piacerebbe sapere chi ha detto una roba del genere ma lo scopriremo, non c’è problema…», dice il medico all’infermiera in una telefonata dell’8 giugno 2015. Oggi Leonardo Cazzaniga comparirà davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia. Ha un avvocato d’ufficio, non ha ritenuto necessario nominarne uno di fiducia: «Mi difendo benissimo da solo». Verrà ascoltata anche Laura Taroni, ed è in ansia: «Sono preoccupata per i miei figli». Gli stessi ai quali per anni ha somministrato farmaci, tra cui ansiolitici. In combinazioni così pesanti che il bambino di undici anni era distrutto dalla stanchezza e la pregava: «Per favore, non darmi le gocce».

Per gli investigatori gli arresti di Leonardo Cazzaniga e Laura Taroni sono solo il primo, tragico capitolo nelle indagini sull’ospedale in cui i più deboli e indifesi entravano vivi e uscivano morti. «Ci sarà un secondo livello dell’inchiesta e riguarderà i colletti bianchi e i vertici della struttura sanitaria», spiegano. Le richieste di custodia cautelare inviate dal gip di Busto Arsizio Maria Cristina Ria, infatti, sono tre: una per l’anestesista, un’altra per la sua amante-infermiera e una terza che avrebbe dovuto portare ai domiciliari Nicola Scoppetta, direttore del pronto soccorso. Il giudicie Luca Labianca ha respinto la richiesta, la Procura però ha fatto ricorso presso la Corte d’Appello di Milano. E la decisione arriverà nei prossimi giorni.

Scoppetta è il diretto superiore di Cazzaniga ed è indagato per omessa denuncia (nel caso di tre dei quattro decessi attribuiti al medico) e favoreggiamento personale, in quando componente della commissione interna che ha valutato (e ritenuto corretto) l’operato del dottore. Sul capo del pronto soccorso, secondo il pm, gravava un possibile inquinamento probatorio e il condizionamento dei testimoni, il gip tuttavia non ha ritenuto necessaria una restrizione della libertà personale poiché avrebbe agito «a tutela dell’ospedale e non per difendere se stesso». Scoppetta, si legge negli atti, «era perfettamente in grado di valutare l’inadeguatezza e illiceità dei trattamenti farmacologici attuati da Cazzaniga nei confronti dei pazienti fragili». Ha scoperto delle indagini in corso quando al personale del pronto soccorso e ad altri medici dell’ospedale cominciavano ad arrivare gli inviti a comparire e le cartelle cliniche venivano sequestrate. Da questo momento, registrano gli inquirenti, Scoppetta agito al fine di «ostacolare le indagini e influenzare i propri sotto posti, in modo che rendessero dichiarazioni reticenti davanti all’autorità giudiziaria». Una è la dottoressa Simona Sangion, indagata per falso ideologico in merito al certificato di ricovero del marito della Taroni, lo minaccia di raccontare tutto ciò che avveniva in pronto soccorso se non le avesse rinnovato il contratto in scadenza.

Si sfoga con la madre: «Domani sono lì al lavoro e tiro fuori tutti i verbali irregolari. Vado dai carabinieri e gli metto là le prove, perché se io devo affondare, affondano anche loro. Dal direttore sanitario al direttore generale, alla capo sala, anche quello che fa le pulizie». E questo, avverte, è solo l’inizio, «la punta dell’iceberg: perché io sono anche capace di chiamare i parenti dei pazienti che hanno ammazzato e dirglielo». Naturalmente la Sangion viene assunta e «in tal modo Scoppetta ha ottenuto che la dottoressa rinunciasse a rendere le dichiarazioni accusatorie». Il primario
si comporta da pompiere dell’ospedale e cerca in tutti i modi di soffocare le fiamme dell’inchiesta. Dà indicazioni difensive a Laura Taroni: «Bisogna sostenere la verità, succede che si faccia una cortesia a una collega e quindi si facciano gli esami del sangue al marito anche se non è presente». Quando lo dottoressa Michela
Monza, convocata in Procura, lo chiama per chiedere «indicazioni circa le informazioni da fornire», le consiglia di rispondere «con intelligenza». Che, scrive la pm, significa «non in maniera spontanea e secondo verità, ma secondo convenienza».

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