Osteoporosi, epidemia silenziosa che riguarda anche gli uomini

Quando si parla di osteoporosi, ci si concentra quasi esclusivamente sulle donne. Ma la realtà che emerge frequentando gli ambulatori di ortopedia e reumatologia racconta una situazione molto più omogenea. Il panorama non è (soltanto) rosa, in tema di osteoporosi. Si ammalano anche gli uomini, in percentuali inferiori rispetto alla donna, ma con conseguenze spesso più gravi. Non è un caso che la Società Italiana dell’Osteoporosi del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (Siommms), nella giornata mondiale dedicata alla malattia, abbia deciso di puntare l’attenzione sul divario di genere che riguarda una condizione che ha come conseguenza la riduzione della massa ossea e l’aumento del rischio di fratture. «Quando queste si verificano negli uomini con più di 65 anni a carico del femore e dell’anca, il rischio di morte entro il primo anno di vita è più alto rispetto alle donne», mette in guardia Maria Luisa Brandi, ordinario di endocrinologia all’Università di Firenze e presidente della Fondazione italiana ricerca sulle malattie dell’osso Raffaella Becagli.

UOMINI INCONSAPEVOLI

Se le donne hanno fatto molti progressi in termini di consapevolezza, oggi l’uomo è considerato il sesso debole. Non è soltanto un problema di consapevolezza, ma pure di prevenzione. Da un’indagine conclusa lo scorso anno dalla Regione Toscana, relativa ai casi di osteoporosi diagnosticati nell’arco di sette anni, si evinceva infatti come le terapie integrative a base di vitamina D  siano oggi quasi a esclusivo appannaggio delle donne. Dal report si evince come nei pazienti over 65 fratturati di femore, le donne assumevano correttamente vitamina D nel 87 per cento dei casi, contro il solo 13 per cento degli uomini. «Questa situazione, a nostro parere, deve essere corretta, se desideriamo che l’osteoporosi maschile non diventi una vera e propria emergenza sanitaria», prosegue l’esperta.

MALATTIA O PROCESSO FISIOLOGICO?

L’osteoporosi è una malattia cronica e degenerativa fra quelle a maggiore impatto non solo sanitario, ma anche economico e sociale. Si definisce «epidemia silenziosa» perché priva di sintomi specifici. Esordisce spesso con fratture che riguardano vertebre, femore, polso e altri distretti scheletrici. Sostanzialmente è una condizione in cui lo scheletro è soggetto a perdita di massa ossea e resistenza causata da fattori nutrizionali, metabolici o patologici: quindi soggetto a un maggiore rischio di fratture, in seguito alla diminuzione di densità ossea e alle modificazioni dell’architettura delle ossa.  Le cause della osteoporosi sono molteplici: menopausa, specie se precoce, scarso apporto di nutrienti (vitamina D e calcio), uso cronico di alcuni farmaci (cortisone in primo luogo ma anche altri), scarsa attività fisica. Il fattore di rischio più comune è rappresentato dall’avanzare dell’età. Per questa ragione si dibatte se sia giusto parlare di malattia o di condizione fisiologica ineludibile, legata all’invecchiamento.

LA RICERCA SULL’OSTEOPOROSI SI SPOSTA NELLO SPAZIO

In occasione della giornata mondiale sull’osteoporosi, la notizia scientifica più interessante giunge dal Campus Biomedico di Roma. A maggio 2017 decollerà verso la Stazione Spaziale Internazionale un progetto di ricerca per scoprire gli effetti della micro-gravità sulle cellule del sangue, con l’obiettivo di trovare nuove armi contro l’indebolimento dello scheletro che colpisce gli astronauti ma che è simile anche alla comune osteoporosi. A essere studiato sarà il sangue di Mauro Maccarrone, ordinario di biochimica.  «Scopo primario dell’esperimento è quello di affrontare il problema dell’indebolimento dell’apparato scheletrico umano – spiega Maccarrone -. Una questione che tocca innanzitutto gli astronauti le cui ossa dopo alcuni mesi in micro-gravità nello Spazio perdono in modo importante densità ossea». L’esperimento, che vede coinvolti anche l’Università di Tor Vergata e quella di Teramo oltre a Nasa ed Esa, punta a capire se è possibile stimolare le staminali del sangue per farle trasformare in osteociti, precursori delle cellule ossee. Se tutto funzionerà, diventerà possibile ripristinare la corretta densità ossea umana non più grazie a una terapia o a una medicina. «Basterà – spiega Maccarrone – dare ad alcune cellule staminali ematiche degli astronauti gli stimoli giusti per trasformarsi in osteociti, prendendo il loro sangue e attivandolo perché si differenzi, per poi reimmetterlo nel loro circolo».  La microgravità verrà usata anche per studiare i processi alla base dell’osteoporosi, che in queste condizioni sono accelerati. «Se capiamo quello che succede lassù – sottolinea il docente – avremo un nuovo e importante strumento da usare a livello preventivo per le patologie proprie dell’invecchiamento».

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