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Pd spudorato: non rinunceremo mai ai soldi pubblici

Rinunciare al finanziamento pubblico ai partiti, chiamato, con un eufemismo, rimborso elettorale? Non se ne parla nemmeno. O meglio: la Lega Nord e l’Idv, consapevoli di avere incassato, negli anni, assai più di quanto hanno effettivamente speso, e desiderose di raccattare qualche voto, hanno annunciato di non volere un euro dallo Stato. Sarà vero? Staremo a vedere. Ciò che è certo è che Pd, Pdl e Terzo, nemmeno a parole, fanno passi indietro.

Eloquente l’intervista rilasciata da Antonio Misani al Fatto Quotidiano. A luglio i partiti, vivi o zombie che siano, riceveranno circa 180 milioni di euro. Il Pd incasserà la bellezza di 58 milioni di euro, secondo solo al Pdl, che si fermerà a 70milioni. Ma il tesoriere Misani piange miseria: il partito di Bersani non solo non avrebbe un soldo in cassa, ma avrebbe addirittura un disavanzo di 43 milioni di euro!

Come si spiega questa voragine? “Un partito vive sempre, mica solo in campagna elettorale – ha detto il sobrio Misani. – Quei soldi li usiamo per pagare l’attività politica, il personale. Il nostro bilancio è certificato. E rimborsi per le amministrative li trasferiamo sul territorio. Capisco il tema della corrispondenza tra spese e rimborsi, ma in tutta Europa i rimborsi elettorali vengono calcolati con criteri forfettari”.

E in tutta Europa, aggiungiamo noi, i partiti ricevono finanziamenti assai meno cospicui di quelli del nostro generosissimo Stato. Da noi, si sa, la democrazia costa molto di più. Se poi aggiungiamo che la democrazia è spesso il pretesto per dare da mangiare a ladri, amanti, familiari e clientele, si capisce facilmente il perché di rimborsi elettorali spaventevoli.

Come accade sempre nei momenti di crisi, la casta si fa ancora più compatta. Alfano, Bersani e Casini non vogliono arretrare di un millimetro. Parlano della necessità di trasparenza nei bilanci dei partiti, ma stanno agendo perché il sistema dei controlli rimanga sostanzialmente inalterato.

Il vero problema è alla radice. Quei soldi, i movimenti politici, non dovrebbero nemmeno averli. Il referendum del 1993  abolì il finanziamento pubblico. Ma già nel 1994 il Parlamento lo ripristinò, cambiandogli solo il nome. Una truffa in piena regola, che continua a perpetrarsi nell’indifferenza più totale da parte delle istituzioni che dovrebbero impedirla.

In questi decenni i partiti hanno ricevuto “rimborsi” per oltre 2 miliardi di euro. Ne hanno speso circa un quarto per ragioni prettamente elettorali. Gli altri soldi sono serviti a fare speculazioni finanziarie e immobiliari. Oppure sono andati ai ladri: che c’hanno pagato multe, auto, diplomi, vacanze, ristoranti, case, ecc. D’altronde, se si riceve 100 e si spende 25, da qualche parte i 75 finiscono. O no?

Fossimo un paese normale, i finanziamenti ai partiti sarebbero stati cancellati da un pezzo, come effettivamente era avvenuto per volontà popolare. Ma siamo in Italia. E allora il tesoriere del Pd può dire, senza nessun pudore, che tutti quei soldi – 58 milioni di euro nel 2012 – servono necessariamente alla macchina del potere e sono addirittura pochi.

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