Pensione anticipata: conviene fino a mille euro

Anticipo della pensione (Ape) senza costi anche per un’ampia platea di lavoratori impegnati in mansioni faticose quali edili, infermieri, operatori socio-sanitari, ferrovieri, maestre d’asilo, fino alla soglia di 1.350 euro lordi, ma solo a condizione che abbiano maturato 36 anni di contributi. Questa è l’ultima novità del tavolo sulle pensioni che si è riunito ieri mattina in vista della manovra. Una novità che risponde alla logica di estendere questo beneficio a più categorie: per compensare il maggior esborso per lo Stato il governo ha scelto di alzare l’asticella dei requisiti contributivi, che dai 20 di riferimento per la pensione di vecchiaia sono cresciuti a 30 per i disoccupati, i lavoratori disabili o con parenti disabili a casa da assistere e appunto a 36 per i lavori considerati gravosi in questo contesto (classificazione che non coincide con quella tradizionale dei lavori usuranti, per i quali ci sono norme diverse).

L’effettiva portata di questa limitazione dovrà essere valutata visto che comunque si parla di persone che hanno almeno 63 anni di età: potrebbero risultare penalizzati coloro che hanno avuto una carriera particolarmente discontinua, con lunghi periodi di disoccupazione non coperta da contributi figurativi. La soglia di reddito di 1.350 euro lordi circa è quella connessa al valore dell’ammortizzatore sociale Naspi, che era stato già citato nel precedente verbale con i sindacati: al di sotto di questo livello l’intero ammortamento della rata sarà a carico dello Stato grazie ad un apposito bonus fiscale in cifra fissa, al di sopra ci sarà via via un costo crescente, ma limitato, da pagare. Con tutta probabilità i dettagli non saranno scritti nella legge di bilancio, ma rinviati ad un provvedimento successivo. Il meccanismo dell’Ape diventerà operativo dal primo maggio del prossimo anno, ma potranno usufruirne coloro che hanno il requisito di età al primo gennaio. Alla esatta definizione delle categorie ammesse all’Ape social dipenderà anche l’applicazione della soluzione trovata per i lavoratori precoci, ovvero coloro che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni. Chi si trova in questa situazione e allo stesso tempo fa parte delle categorie agevolate potrà lasciare il lavoro con la pensione anticipata con 41 anni di contributi, invece dei 42 e mezzo richiesti per gli uomini (per le donne sono 41 e mezzo).

La trattativa tra sindacati e governo, coordinata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini, si conclude quindi con alcuni risultati concreti ma anche con qualche polemica. A proposito dei requisiti contributivi fissati a 30-36 anni la Cgil ha accusato l’esecutivo di essersi «rimangiato la parola». Cisl e Uil chiedono invece che sia concretizzato nei prossimi provvedimenti il lavoro fatto al tavolo. Per quanto riguarda l’Ape volontaria, è confermata la volontà del governo di intervenire per via fiscale anche a beneficio di questa platea, seppur con intensità minore. In particolare un credito d’imposta dimezzerà il peso di interessi e polizza assicurativa, anche se non è ancora chiaro se l’effetto sarà diretto o da usare in dichiarazione dei redditi. Obiettivo è mantenere intorno al 4,6 per cento il costo medio, in termini di riduzione della pensione definitiva, per ogni anno di anticipo: vuol dire che all’inizio l’onere potrà essere un po’ maggiore e nel tempo andrà a ridursi in percentuale per il prevedibile futuro aumento dei trattamenti pensionistici legato all’inflazione.
Saranno invece definiti già con la legge di bilancio gli altri provvedimenti, in particolare quelli che riguardano coloro i quali già si trovano in pensione. L’aumento della cosiddetta quattordicesima sarà del 30 per cento i pensionati che già usufruivano di questa somma aggiuntiva avendo un reddito fino a 750 euro mensili. Chi si trova tra 750 e 1.000 avrà l’attuale importo senza aumenti.

Problema: come ridurre da 350mila ad un numero finanziariamente sostenibile l’anticipo pensionistico di 3 anni e 7 mesi? Soluzione: inserendo penalità e paletti a raffica in quella che si annunciava come una montagna ma che potrebbe saltar fuori come un topolino. Ieri il governo ha formalizzato (senza alcun testo), la proposta per lanciare l’Ape. Tanto per iniziare i nati tra il 1951 e il 1953 potranno cominciare a far richiesta solo a maggio 2017 (così da far slittare di 150 giorni le uscite). E ridurre così l’impegno economico per il 2017. Inteorialo stanziamento triennale sarebbe di 6 miliardi, ma l’impegno di spesa sarà progressivo. Insomma, effettivamente disponibili per il 2017 ci saranno al massimo 900 milioni. Posticipare l’entrata in vigore porterà dei risparmi e rinvierà al 2018/2019 gli impegni di spesa.
Per accedere all’anticipo pensionistico i lavoratori con età pari (o superiore), a 63 anni potranno andare in pensione 3 anni e 7 mesi prima, con un prestito richiesto all’Inps e versato da un istituto di credito. Ma, contestualmente, dovranno attivare un assicurazione per tutelare la banca dal rischio di premorienza.
L’aspirante pensionato dovrà poi restituire il prestito con comode rate ventennali, con una penalizzazione pari al 4,5-4,6% dell’assegno, per ogni anno di anticipo. Almeno l’Inps non si accanirà sugli eredi: in caso di decesso il debito non ricadrà sugli eventuali eredi.
Altro paletto il limite di reddito per non incorrere in penalizzazioni. Il governo ha individuato in 1.350 euro lordi/me- se la soglia di chi non pagherà per anticipare la pensione. Però 1.350 euro lordi sono a malapena 1.100 euro netti. Una maestra o un infermiere con un minimo di anzianità la superano abbondantemente. Certo c’è da vedere coae come si scriverà nei decreti attuativi. Per il momento si parla vagamente di fasce protette. Gli addetti a lavori usuranti (infermieri, ma solo quelli di sala operatoria, lavoratori edili, maestre d’infanzia, macchinisti e autisti di mezzi pesanti, con almeno 36 anni di contributi), potrebbero avere l’anticipo pensionistico senza costi, purchè non superino i 1.350 euro mensili lordi.
Oltre quest’importo scatterà una limatura dell’assegno.
Per i disoccupati (che abbiano esaurito ogni tipo di ammortizzatore sociali, per quelli in gravi condizioni di salute e con parenti di primo grado conviventi disabili gravi), scatterà uno sconto sul numero di contributi necessari: non più 36 ma 30.
Scontato che l’Ape passerà come un tosaerba sulle pensioni degli anticipatari (una volta si chiamavano prepensionati), anche le imprese saranno chiamate a sborsare, ma lo faranno volentieri (solo le banche vorrebbero alleggerire gli organici di 50mila addetti). L’azienda – con un accordo con il lavoratore – può si accolla i costi dell’Ape (versamento anticipato all’Inps dei contributi futuri), e
lo Stato dovrebbe riconoscere degli sgravi fiscali in cambio, forse, di nuove giovani assunzioni.
Per chi sta già in pensione verrà aumentata la detrazione d’imposta (riconosciuta fino a 55mila euro) per tutti i pensionati al fine di uniformare la loro no tax area a quella dei lavoratori dipendenti (8.125 euro), mentre sarà ampliata la platea
dei beneficiari della quattordicesima mensilità; sarà data a 1,2 milioni di pensionati con redditi fino a 2 volte il minimo Inps (circa 1.000 euro mensili). Chi già la prende (2,1 milioni), incasserà dai 100 ai 150 euro in più (se ne prende oggi 750 euro; mentre chi oggi percepisce 1.000 euro, avrà tra 330 e 500 euro.

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