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Pensioni anticipate, taglio fino al 15% Prestito da restituire in 20 anni

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Dal prossimo anno chi è nato dal 1951 al 1955 potrà accedere al pensionamento anticipato fino a tre anni rispetto all’età di 66 anni e 7 mesi richiesta per la pensione di vecchiaia. Ma per farlo dovrà appunto chiedere un anticipo sotto forma di prestito, che poi restituirà sulla pensione normale in 20 anni, con rate che peseranno in maniera variabile sull’importo dell’assegno, fino a un massimo di circa il 15% per il redditi maggiori. Questa, a grandi linee, la proposta sulla cosiddetta «flessibilità in uscita» che ieri pomeriggio il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, hanno illustrato ai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Ca- musso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo.

La proposta, denominata Ape (anticipo pensionistico), dovrebbe entrare nella legge di Bilancio ed entrare in vigore dal primo gennaio 2017. Avrà un costo limitato: 6-700 milioni. Che servirebbero in buona parte a coprire la detrazione fiscale che sarà accordata sulle rate di rimborso del prestito e la garanzia assicurativa per le banche che forniranno l’anticipo attraverso l’Inps. La detrazione fiscale sarà modulata sul reddito e sulla condizione lavorativa. In sostanza, dovrebbe tendere ad annullare il taglio della pensione regolare (conseguenza delle rate di rimborso) per le persone a più basso reddito e per quelle rimaste senza lavoro in età avanzata. Al contrario, il taglio si farà sentire sui redditi alti (fino al 15% della pensione di cui ha parlato Nannicini) e su chi sceglierà autonomamente di lasciare il lavoro prima. Infine, il costo dell’assegno anticipato sarà a carico delle aziende quando fossero queste a volere il prepensionamento.

Ieri il governo ha avviato anche il confronto sul mercato del lavoro, ma restando su linee molto generali. Sono già stati programmati altri tre incontri, il 23, il 28 e il 30 giugno. Nella conferenza stampa, i leader sindacali, pur restando cauti («siamo appena all’inizio») hanno preferito valorizzare gli elementi positivi, anche perché la loro priorità, in questa fase, è tenere aperto il tavolo così a fatica conquistato. Camusso ha sottolineato che il governo non parla più di «penalizzazioni». Nannicini ha spiegato che in realtà si tratta appunto di «penalizzazioni implicite», sotto forma di rate di rimborso del presti to. Furlan è apparsa la più soddisfatta: «È cambiato il clima, si è attivato un confronto vero».

Barbagallo ha voluto sottolineare che «il lavoratore interessato non dovrà rapportarsi a banche o assicurazioni, ma continuerà ad avere come proprio interlocutore solo l’Inps». Sarà quest’ultimo, ha spiegato in realtà Nannicini, ad avere i rapporti con gli intermediari finanziari. Di fatto le proposte del governo sono lontanissime dalla piattaforma di Cgil, Cisl e Uil che vorrebbero modifiche sostanziali alla Fornero, con la possibilità per tutti di andare in pensione con 62 anni di età o 41 di contributi. E senza penalizzazioni. Avrebbero un costo improponibile, ribatte il governo. L’Ape, unita con altre forme di flessibilità (per esempio, l’anticipo sulla previdenza integrativa) secondo le preferenze del lavoratore, potrà risultare interessante, come ponte verso la pensione regolare, solo per le fasce in difficoltà, perché espulse dal lavoro, o per chi ha redditi alti da poter sopportare il costo del rimborso pur di lasciare prima.

Problema: come mandare in pensione prima di aver accumulato i requisiti Fornero circa 140mila persone (nati tra il 1951 eil 1953), spendendo solo 600 milioni? Soluzione: facendo pagare agli aspiranti pensionati il 15% sulla futura pensione in comode rate ventennali (un mutuo) e gli interessi. Lo Stato si farà carico degli interessi (e delle polizze premorienza) solo dei pensionandi sfortunati (Cig, mobilità, esodati), che nel previsto ventennio dovessero passare a miglior vita senza aver saldato il debito (costo 600 milioni).

Inizia così ad entrare nel vivo la partita tra governo e sindacati per rendere un po’ meno rigida la norma Fornero, evitare di far infuriare Bruxelles (gli 80 miliardi di risparmi al 2021 puntellano i nostri conti),e gettare una finestra d’uscita alle classi ’51-’53. Finestra tutt’altro che a buon mercato: ieri nell’incontro tra i ministro del Welfare, Giuliano Poletti, il commissario straordinario renziano alla riforma,il sottosegretario Tommaso Nannicini, e i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil (Camusso, Furlan, Barbagallo), hanno cominciato a costruire un percorso. Perfino la battagliera Susanna Camusso ha prima ammesso che è un bene «che non si parli più di penalizzazioni perchi anticipi l’uscita dal lavoro ma di rate di ammortamento», salvo poi puntualizzare che è ancora «troppo poco» .

Il meccanismo prospettato da Nannicini prevede che in questa «fase sperimentale» si possa accedere al pensionamento anticipato con un assegno corrisposto dall’Inps (che avrà il ruolo di front office nell’Anticipo previdenziale,Ape),mentre le banche ci metteranno i capitali (stime: 10miliardi nel triennio), e le assicurazioni copriranno il rischio eventuale. In sostanza, all’aspirante pensionato (forse anche gli statali) verrà dato «l’anticipo finanziario» della pensione netta per gli anni che mancano alle pensione di vecchiaia. Il pensiondando si impegnerà direttamente però al pagamento di una rata di ammortamento per 20 anni, comprensiva di una polizza assicurativa. Insomma, non una penalizzazione ma un ammortamento. Poco cambia.

A seconda del reddito verrà individuato un meccanismo di detrazione fiscale sulla parte del capitale anticipato, per «alcuni soggetti più deboli e meritevoli di tutela».Cassintegrati, esodati, disoccupati e licenziati godranno di una detrazione che abbatterà i costi della polizza e degli interessi bancari per il mutuo. Più sale il reddito, e cala la necessità del pensionamento, e più sarà onerosa la compartecipazione (penalizzazione crescente).Resta da vedere quanti potranno permettersi di immolare una fetta cospicua della pensione, dal 3fino al 15%. Una perdita permanente. Ma così l’Ape fallirebbe. Prossimo match il 23 giugno. Il 28 si parlerà invece di rivalutazione delle pensioni.

Al termine di un incontro tra governo e sindacati al ministero del Lavoro, il sottosegretario Tommaso Nannicini ha presentato le linee guida dell’Ape, il meccanismo finanziario attraverso il quale i lavoratori potranno chiedere un anticipo all’Inps per uscire dal lavoro anticipatamente rispetto ai requisiti della legge Fornero. Il prestito verrà finanziato dalle banche e dovrà essere restituito con interessi ancora da definire a rate, da pagare per un periodo massimo di venti anni. Il governo preverà delle detrazioni fiscali per le categorie di lavoratori che necessitano tutela che potranno coprire una quota variabile del capitale da pagare. Nannicini ha specificato che il costo dell’operazione per la finanza pubblica non è di 10 miliardi (come ipotizzato in alcune indescrezioni della vigilia), ma almeno dieci volte inferiore.

Di quanto si potrà ridurre la pensione definitiva per chi sceglierà di lasciare il lavoro in anticipo con il nuovo meccanismo del prestito previdenziale? Da un minimo dell’1-2 per cento ad un massimo del 15, a seconda del periodo di anticipo, del reddito e della situazione lavorativa dell’interessato. Dall’incontro di ieri pomeriggio tra governo e sindacati sono emersi alcuni elementi sulla formula di uscita flessibile allo studio del governo, che dovrebbe trovare concreta attuazione nella prossima legge di Stabilità. Il ministro Poletti e il sottosegretario alla presidenza Nanni- cini hanno messo in chiaro un paio di punti fermi. Il primo è che, a differenza di quanto vorrebbero Cgil Cisl e Uil, non ci sarà una vera e propria revisione dei requisiti previsti dalla legge Fornero: il costo per il bilancio dello Stato sfiorerebbe i 10 miliardi e dunque per evitare questo aggravio giudicato insostenibile è necessario mettere in piedi un’operazione di tipo finanziario, con l’intervento delle banche. Ma allo stesso tempo – aspetto che invece risulta gradito alle confederazioni – sarà comunque l’Inps a gestire i rapporti con i pensionandi che non dovranno quindi avere a che fare personalmente con gli istituti bancari. Molti dettagli sono ancora da precisare e una nuova riunione sul tema previdenza è fissata per il 23 giugno. Ma il clima della discussione a detta dei partecipanti è stato abbastanza positivo. «C’è disponibilità del governo a entrare nel merito» ha detto Susanna Camusso per la Cgil. «È cambiato il clima, si è attivato un confronto vero» gli ha fatto eco la numero uno della Cisl Annamaria Furlan». Mentre Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil ha parlato di «piccole novità positive». Naturalmente i sindacati aspettano di entrare ulteriormente nel merito per dare un giudizio definitivo.

Durante la riunione il sottosegretario Nannicini ha chiarito che per i futuri trattamenti non ci saranno penalizzazioni, nel senso di decurtazioni fisse dell’importo. Mal’asse- gno risulterà ridotto di fatto per la necessità di restituire in 20 anni la somma percepita nel periodo di anticipo, che potrà arrivare fino a 3 anni. Ecco più o meno come funzionerà il meccanismo. Un lavoratore che nel 2017 avrà 64 anni o quasi, quindi tre i meno di quelli necessari per la pensione di vecchiaia, potrà scegliere di anticipare l’uscita. Per farlo, verificherà la pensione maturata sulla base dei contributi versati fino a quel momento e attraverso l’Inps sottoscriverà un prestito con la banca, che progressivamente gli anticiperà una somma pari al suo reddito per i tre anni in questione: ad esempio il 70 per cento della pensione spettante. Dopo un triennio avrà quindi accumulato un debito pari a 2,1 volte il trattamento annuale. Per restituirla in 20 anni dovrà quindi versare una rata pari al 10,5 per cento della pensione, che quindi si ridurrà di conseguenza. Se prendesse il 100 per cento del trattamento, la percentuale di riduzione salirebbe al 15. Con meno anni di anticipo le decurtazioni sarebbero ovviamente minori. Ma queste riduzioni sono teoriche perché lo Stato le attenuerà con sgravi fiscali che premieranno i redditi più bassi e i lavoratori le cui imprese sono in crisi, fin quasi ad azzerare il sacrificio. Saranno inoltre a carico del bilancio dello Stato gli interessi del prestito e il rischio di premorienza dei pensionati: in caso di decesso prima del termine dei 20 anni nulla sarà dovuto dagli eredi..

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