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Perché le donne perdono interesse per il sesso: ecco il motivo

Ad un certo punto della relazione di coppia, generalmente nei rapporti più lunghi, le donne possono perdere interesse per il sesso con maggiore facilità rispetto agli uomini.

La scienza ha condotto uno studio in merito, analizzando e spiegando le motivazioni dietro a tale teoria. Lo studio avvenuto in Gran Bretagna ha evidenziato come le donne impegnate in lunghe e durature relazioni, al contrario degli uomini, con un rischio di oltre due volte superiore rispetto ai partner.

Lo studio è stato realizzato dai ricercatori dell’University College London, la London School of Hygiene & Tropical Medicine e il NatCen Social Research, mentre i risultati sono apparsi sulla rivista BMJ Open.

La ricerca ha evidenziato una perdita dell’interesse sessuale per le donne coinvolte in una relazione pari o superiore a un anno, rispetto alle donne single o coinvolte in relazioni di minore durata.

I dati raccolti provengono dalla Terza indagine nazionale degli atteggiamenti sessuali e degli stili di vita (Natsal-3), uno degli studi scientifici sessuali più grande e in vista all’interno della Gran Bretagna.

La ricerca è stata supportata dall’UK Medical Research Council e del Wellcome Trust e dall’Economic and Social Research Council e del Department of Health.

I volontari intervistati coinvolti hanno visto 6.669 donne e 4.839 uomini, con un’età fra i 16 e i 74 anni, con un partner fisso nell’arco dell’ultimo anno.

I risultati hanno rivelato un 34% delle donne e un 15% degli uomini senza interesse per il sesso, mentre un 62% delle donne e un 53% degli uomini ha ammesso di essere afflitto da un calo sessuale del desiderio.

Dietro tali percentuali potrebbe nascondersi una scarsità di dialogo fra la coppia, in quanto le coppie più disposte e aperte alla comunicazione hanno dichiarato di non risentire di un calo del desiderio sessuale.

Fra le altre possibili cause si trovano: esperienze ripetute di sesso contro la propria volontà, timore delle malattie trasmissibili, scarsa salute fisica e mentale, la non condivisione degli stessi interessi sessuali, la presenza di oltre tre figli piccoli, la poca vicinanza al partner nei momenti intimi.

Sebbene il tasso di mortalità sia progressivamente diminuito sia negli uomini che nelle donne, la cardiopatia ischemica (CHD, acronimo anglosassone di coronary heart disease) resta la principale causa di morte per entrambi i sessi, con un recente rallentamento di questo declino di mortalità tra le giovani donne. Fino a circa 25 anni fa, si sapeva ben poco sulle differenze tra i sessi per quanto riguarda epidemiologia, fisiopatologia e fattori di rischio di CHD. Anche se tale conoscenza è notevolmente cresciuta negli ultimi anni, le informazioni rimangono limitate.

La prevalenza di CHD, la sua fisiopatologia, i fattori di rischio e le manifestazioni cliniche sembrano variare tra i generi. Rispetto agli uomini, le donne presentano più spesso angina, hanno una più alta frequenza di visite ambulatoriali e ricoveri ospedalieri, una maggiore prevalenza di fattori di rischio e comorbilità al momento della diagnosi di CHD e presentano una maggiore mortalità dopo infarto miocardico (IM)3-5. Tuttavia, i fattori di rischio tradizionali e il Framingham risk score sottostimano il rischio di CHD nelle donne4,6,7, mentre nuovi marcatori di rischio, come la proteina C-reattiva, possono rivelarsi utili misure aggiuntive.

Inoltre, le donne con una diagnosi clinica di CHD presentano una malattia coronarica ostruttiva di minore entità rispetto agli uomini, anche nel contesto delle sindromi coronariche acute. Molte ricerche individuano nelle alterazioni della reattività coronarica9, nella disfunzione microvascolare10 e in fenomeni di erosione della placca/microembolizzazione distale, dei fattori specifici che delineano la peculiare fisiopatologia della CHD nella donna; purtroppo, mancano metodi consolidati e costo-efficaci per valutare clinicamente queste alterazioni. Pertanto, la CHD nella donna rappresenta ancora una sfida per i medici.

Una delle differenze più interessanti tra i due sessi in materia di CHD è che, nonostante i fattori di rischio siano in gran parte sovrapponibili, le donne con CHD sospetta o confermata presentano un carico aterosclerotico coronarico minore rispetto agli uomini, pur essendo più anziane e con maggiore prevalenza di fattori di rischio cardiovascolare al momento della prima diagnosi. Le donne hanno una malattia coronarica ostruttiva di minore entità rispetto agli uomini per l’intero spettro delle sindromi coronariche acutee a qualunque età15, indipendentemente dalla presenza di malattia coronarica all’angiografia e dal livello dei fattori di rischio. È interessante notare che il minor rischio ateromasico nelle donne rispetto agli uomini è specifico per l’albero coronarico e riguarda molto meno gli altri distretti vascolari.

A causa della “protezione” specifica delle donne nei confronti dell’aterosclerosi, sono stati proposti come importanti determinanti dell’eziologia e della prognosi della malattia coronarica femminile alcuni meccanismi fisiopatologici alternativi rispetto all’ateroma. Questi comprendono la disfunzione endoteliale e la malattia microvascolare, anche se i dati sono ancora limitati e non è ancora chiaro se esistano davvero differenze di sesso in questo ambito. Ad esempio, le donne hanno una funzione endoteliale periferica (misurata come percentuale della vasodilatazione flusso-mediata rispetto al basale) migliore, non peggiore, rispetto agli uomini fino a circa 70 anni di età e per tutti i livelli di fattori di rischio. Una migliore funzione vascolare rispetto agli uomini è stata notata anche nelle donne sottoposte ad angiografia coronarica che non presentavano una coronaropatia ostruttiva. Se vi siano differenze di funzione vascolare legate al sesso nei pazienti con IM acuto o con altre sindromi coronariche acute, tuttavia, non è noto.

Recentemente, sulla base di dati sperimentali e di osservazioni cliniche, la disfunzione microvascolare a livello coronarico è stata proposta come importante fattore eziologico di CHD nelle donne. Il termine indica la presenza di anomalie nella regolazione della vasomotilità o del metabolismo delle arteriole coronariche di piccole dimensioni (<500 pm di diametro), che non sono visualizzabili mediante angiografia coronarica e che sono il principale determinante della resistenza vascolare coronarica. La funzione del microcircolo coronarico può essere valutata in modo invasivo, mediante una guida intracoronarica Doppler, misurando la riserva di flusso coronarico in risposta alla somministrazione di adenosina. Una misurazione non invasiva può essere ottenuta utilizzando tomografia ad emissione di positroni, risonanza magnetica ed ecocardiografia transtoracica con contrasto. La disfunzione microvascolare è stata implicata nella sindrome anginosa che si manifesta in assenza di una significativa ostruzione coronarica, nota come sindrome X o “angina microvascolare”.

Ad oggi, tuttavia, pochi studi clinici hanno affrontato il ruolo della disfunzione microvascolare come fattore determinante di malattia coronarica e come indicatore prognostico nelle donne senza sindrome X. Dal momento che questa sindrome rappresenta solo una piccola percentuale degli eventi ischemici nelle donne, altri dati sono necessari per verificare se esistano effettivamente differenze generalizzate nella disfunzione microvascolare coronarica tra i due sessi. I pochi studi che hanno confrontato la riserva di flusso coronarico in risposta all’adenosina tra donne e uomini sottoposti a coronarografia hanno documentato valori simili per ambedue. Nell’unico studio che ha mostrato una minore riserva di flusso coronarico nelle donne, tale differenza era ampiamente spiegata dall’età più avanzata e dalla corporatura più esile di queste ultime.

DIFFERENZE DI GENERE NELLA PRESENTAZIONE E NELLA PROGNOSI DELLA CARDIOPATIA ISCHEMICA
Un modello generale che prevede un più alto tasso di mortalità e di complicanze dopo sindromi coronariche acute nelle donne rispetto agli uomini è stato descritto da molti anni. Recentemente, tuttavia, è diventato chiaro che le differenze sessuali di mortalità dopo sindromi coronariche acute si applicano, in primo luogo, a specifici sottogruppi di pazienti. Il primo di questi è rappresentato dai pazienti con IM acuto con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI), in quanto le donne con STEMI hanno una mortalità superiore rispetto agli uomini.

Al contrario, dopo aggiustamento per i principali fattori di rischio, nessuna differenza di genere viene di solito riscontrata tra i pazienti con IM senza sopraslivellamento del tratto ST (NSTEMI). Nei pazienti con angina instabile, le donne hanno una prognosi addirittura migliore degli uomini dopo la correzione per età e fattori di rischio. Il secondo gruppo di pazienti in cui si osservano differenti risultati clinici tra i sessi è quello dei pazienti giovani con IM. Molti studi di popolazione e registri hanno dimostrato che le donne più giovani con IM, in particolare prima dei 50 anni di età, hanno una mortalità superiore a quella dei loro coetanei maschi.

Tra i pazienti più anziani, invece, non si evidenziano differenze di mortalità e vi è addirittura un trend più favorevole nelle donne.
Poco si sa sul perché le donne più giovani e le donne con STEMI siano esposte a rischi maggiori rispetto agli uomini. È possibile che le differenze di sesso inerenti alla dimensione dei vasi e allo sviluppo di circoli collaterali pongano le donne con STEMI a maggior rischio rispetto agli uomini con la stessa diagnosi, non influenzando invece le altre sindromi coronariche acute. La mortalità più elevata delle donne giovani con IM rispetto agli uomini è ancora più difficile da spiegare. Ci si sarebbe in realtà aspettato che le donne con meno di 50 anni di età, la maggior parte delle quali sono in età fertile ed hanno meno aterosclerosi coronarica, fossero avvantaggiate, e non svantaggiate, in termini di sopravvivenza rispetto agli uomini della stessa età. D’altra parte, le donne più giovani con IM presentano più fattori di rischio e più comorbilità quali il diabete e una precedente storia di scompenso cardiaco e ictus, anche se questi fattori non sono in grado di spiegare del tutto le differenze di outcome tra sessi.

Le differenze nella presentazione e nei sintomi clinici sono state chiamate in causa per spiegare la prognosi differente dopo IM nell’uomo e nella donna. Le donne più giovani con IM hanno minori probabilità di presentare dolore toracico e un maggiore ritardo al ricovero ospedaliero rispetto agli uomini.
Di conseguenza, hanno minori probabilità di ricevere terapie di riperfusione tempestive e, quando le ricevono, è con un maggiore ritardo rispetto agli uomini. Tuttavia, non bisogna dimenticare che la maggior parte dei pazienti con IM, sia uomini che donne, presentano dolore toracico e la proporzione di pazienti con dolore toracico è ancora più elevata nei pazienti più giovani rispetto ai più anziani (sia negli uomini che nelle donne).

Pertanto è improbabile che le differenze nella presentazione possano spiegare in modo sostanziale l’eccesso di mortalità delle giovani donne con IM rispetto agli uomini.
È ovviamente possibile che comorbilità e fattori di rischio non presi in considerazione da studi attuali siano implicati nelle differenti conseguenze cliniche dell’IM nei due sessi. Tra questi, fattori sociali, psicologici e ambientali sono stati raramente presi in considerazione. Molte ricerche sulla CHD nelle donne si sono concentrate sul periodo perimenopausale e postmenopausale; tuttavia, i processi fisiopatologici implicati nella CHD hanno probabilmente origine prima della menopausa, delineando la traiettoria del rischio cumulativo delle donne col passare dell’età. Determinanti biologiche e ambientali di rischio di CHD nelle donne dovrebbero essere esaminate a partire dalla giovane età.

Uno di questi fattori, abbastanza ovvio, è la carenza di estrogeni, il cui ruolo nel rischio di CHD delle donne rimane controverso. Oltre il 20% delle donne ha una qualche forma di insufficienza ovarica durante gli anni riproduttivi, in molti casi non riconosciuta. Un’ampia gamma di dati sperimentali nelle scimmie ha dimostrato che anche lievi disturbi della funzione ovarica possono tradursi in un aumento del rischio di aterosclerosi coronarica. Una tale relazione tra compromissione ovarica lieve o subclinica e CHD è difficile da studiare nelle donne. Tuttavia, diversi indicatori di disfunzione ovarica prematura, compresi i cicli anovulatori e le irregolarità del ciclo mestruale, sono stati associati all’entità dell’aterosclerosi coronarica e all’incidenza di CHD in studi epidemiologici. In contrasto con i dati sulla disfunzione ovarica prematura, e nonostante una convinzione radicata, la menopausa naturale intorno all’età prevista di 50-52 anni non è associata ad una impennata del rischio di CHD.

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