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Pomodoro Mutti con arsenico? Ministero della Salute: è una bufala

Una passata di pomodoro all’arsenico fasulla ‘avvelena’ il web. In merito alla notizia mendace che sta girando in Rete in questi giorni, secondo la quale il ministero della Salute avrebbe richiesto il ritiro della Passata Mutti, l’azienda assicura in una nota “che tale documento è assolutamente falso”, e ha già intrapreso tutte le opportune azioni legali “a tutela della sua centenaria credibilità e immagine e per individuare i responsabili”.

Tra l’altro, al link del ministero della Salute che riporta tutti gli avvisi di ritiro, “Mutti non appare in alcun modo”. E’ stata fatta una denuncia alla Polizia Postale “per questo ingiustificato allarme che costituisce reato penale”, continua Mutti che desidera “rassicurare tutti i suoi consumatori: l’attenzione per la qualità e per la sicurezza dei prodotti è alla base dei valori dell’azienda.

Principi che si traducono nell’utilizzo di solo pomodoro italiano e nell’impegno costante per mantenere alti standard qualitativi, attraverso la selezione di materie prime ottimali e il controllo accurato di tutto il processo produttivo. La promessa di qualità nei confronti dei consumatori è resa possibile grazie a un insieme di condizioni uniche, tra cui la consolidata collaborazione con le associazioni agricole e i produttori e un sistema severo di controllo del pomodoro in tutte le fasi della filiera”.

Quanto arsenico c’è nell’acqua minerale?

Si discute sui limiti di 10, 20 o 50. Ma l’arsenico non dovrebbe proprio esserci

Il Ministero della Salute italiano sembra più interessato a chiedere ulteriori proroghe del limite massimo di arsenico consentito nelle acque potabili, piuttosto che imporre sistemi di controllo delle quantità di arsenico che siamo costretti ad ingerire ogni giorno. Si lotta sul limite dei 10 o 20 microgrammi per litro, ma molti medici sono perentori:”L’arsenico non ci deve proprio essere nell’acqua e negli alimenti”. L’arsenico inorganico si assorbe subito dopo l’ingestione e si distribuisce in quasi tutti gli organi del nostro corpo. L’arsenico inorganico è classificato come elemento cancerogeno certo, specialmente per i tumori alla vescica, alla pelle, ai polmoni. Sul limite oltre il quale può essere pericoloso si discute, ma certo è che l’unico limite sicuro è zero. Per questo l’abbassamento dei livelli di arsenico nell’acqua deve essere una priorità continua, anche dopo che si è riusciti a portarlo sotto i fatidici 10 microgrammi per litro. L’arsenico che contamina le acque può essere di origine “naturale” cioè assorbito dalle rocce, oppure “umana”: ad incrementare l’arsenico nell’acqua, ma anche nell’aria e nel terreno ci pensano le centrali elettriche a carbone e a gas, le fonderie, i gas di scarico di auto e aerei, gii inceneritori, i pesticidi, i fitofarmaci e i fertilizzanti usati in agricoltura.

L’unica vera difesa per il cittadino è conoscere il contenuto di arsenico nell’acqua e nei cibi da consumare, ma qui la legge italiana non ci aiuta, visto che non obbliga nemmeno le acque minerali a scrivere sulle etichette il contenuto di arsenico. Le aziende che imbottigliano le acque minerali fanno analisi continue e sono obbligate ad interrompere l’imbottigliamento se il livello di arsenico dovesse superare il limite dei 10 microgram-mi/litro. Naturalmente dobbiamo fidarci. Comunque i risultati di queste analisi sembrano introvabili e il Ministero della Salute (la nostra salute) non fa nulla per pubblicizzarli. Rispetto ai dati che riportiamo qui sotto, può essere che nel frattempo i valori dell’arsenico in alcune marche di acque minerali siano mutati, ma il cittadino come fa a saperlo? Per le acque minerali, insomma, ci vorrebbe più trasparenza!

“Sfida culturale alle fake news, “Contro le fake news serve una sfida culturale e Intervista ad Antonello Soro, Presidente del Garante per la (di Errico Novi, Il Dubbio, 13 luglio 2017)
avvocati l’avvocatura può protezione dei dati decisivi” vincerla”.

Non ha senso definire il tema delle fake news in termini di contrapposizione. Rispetto alla cosiddetta post-verità, non sono risolutive ne la risposta esclusivamente tecnologica ne la repressione penale. L’unica strada è valorizzare la responsabilità di ciascuno, dei provider come degli utenti, e lo spirito critico che spesso in rete si annienta”. Antonello Soro investe una buona dose di pazienza, rispetto alle risposte normative e culturali che, da presidente dell’Autorità garante della privacy, propone da alcuni anni.
E non si lascia coinvolgere nel gioco delle aporie con chi legge il tema delle fake news secondo punti di vista opposti. A proporre una chiave del tutto particolare è stata per esempio Barbara Spinelli, eurodeputata e relatrice del rapporto del Parlamento di Strasburgo su “Libertà e pluralismo dei media nell’Unione europea”, che due giorni fa è intervenuta sul tema a Bruxelles e il cui discorso è stato integralmente ripreso sul Fatto quotidiano di ieri. Ebbene, la giornalista ed europarlamentare ha intanto affermato che le fake news sono “una malattia che ha prima messo radici nei media tradizionali, nei giornali mainstream” e che anzi si tratta di “un residuo della guerra fredda”. Ma soprattutto, Spinelli ritiene esista una “offensiva” contro internet” da parte degli stessi media tradizionali, secondo un modello sperimentato addirittura nell’800 “contro il suffragio universale”, quello per cui “troppa democrazia uccide la democrazia”. Quand’anche alcuni di questi timori fossero giustificati”, conclude la deputata di Strasburgo, “le loro fondamenta si sgretolano se poste da pulpiti sospetti o screditati”. Come a dire: è tutto da dimostrare che le fake news siano una caratteristica propria della rete. Soro evita di inserirsi tra quelli che definisce “gli estremi del dibattito sulle fake news”. Però propone “un articolato e complesso impegno pubblico e privato nell’educazione civica alla società digitale e al pensiero critico”. Che vuoi dire anche tendere alla promozione diffusa di una “sistematica verifica delle fonti” e appunto a “una forte assunzione di responsabilità da parte di ciascuno”. Davvero un contributo ideale significativo per la risoluzione che sarà approvata il prossimo 14 settembre dalle avvocature dei G7, nell’evento su “Sicurezza e linguaggio dell’odio” che si svolgerà appunto a Roma con l’iniziativa del Consiglio nazionale forense e sotto gli auspici della Presidenza italiana del G7. Di fatto, il primo G7 dell’avvocatura, in cui sarà individuata una “strategia sovranazionale” per “la tutela della persona e la protezione dei dati personali nell’era dei social media”.
Presidente Soro, naturalmente neppure l’onorevole Spinelli mette in dubbio che all’assoluta democraticità della rete possa corrispondere anche un elemento di rischio per la democrazia stessa e a maggior ragione per i diritti.
Sotto la definizione di fake news ricorrono una serie di fenomeni anche diversi e già per questo motivo non ha molto senso affrontare il tema in termini di contrapposizione. Casomai lo si deve innanzitutto comprendere, perché la natura stessa della rete determina un paradigma completamente nuovo anche in termini di produzione e ricezione delle notizie.
E allora come potremmo definire, in senso generale, le fake news?
Appunto, è una definizione attribuita a cose molto diverse tra loro: errori giornalistici, bufale in quanto tali, teorie complottiste, contenuti satirici decontestualizzati e usati come fonti giornalistiche, informazioni false per generare profitti attraverso il click-baiting, la propaganda politica ma anche il il linguaggio d’odio.
Ecco, il G7 dell’avvocatura si occuperà in particolare della protezione rispetto al linguaggio d’odio: si tratta dunque di una specifica modalità di manipolazione dell’informazione on line?
E’ una modalità particolarmente pericolosa e grave, e tra un attimo le dirò come può e comincia ad essere contrastata. Mi lasci dire che trovo molto significativa e importante l’attenzione della classe forense in questo campo. Sarò presente al G7 dell’avvocatura e considero condivisibile il proposito di formare competenze legate ai valori della convivenza civile nell’era della comunicazione digitale, perché è appunto l’attrezzatura culturale il bagaglio più prezioso per affrontare i fenomeni riconducibili alla definizione di fake news.
Vuoi dire che non ci sono soluzioni normative possibili?
Un momento. Un attimo fa le dicevo che il linguaggio d’odio è una forma manipolativa della comunicazione in rete particolarmente pericolosa, e che in quest’ambito una specifica risposta del legislatore italiano, senza dubbio efficace, è arrivata con il ddl sul cyberbullismo. Vi si è coniugato l’approccio preventivo con quello riparatorio. A quest’ultima esigenza si è offerta una risposta attraverso una specifica procedura di rimozione dei contenuti lesivi della persona presenti in rete, che può essere attivata anche dal minore ultraquattordicenne. Ma è assolutamente apprezzabile aver inserito nella legge la promozione dell’educazione digitale. Tenga conto che se si ritiene, a mio giudizio opportunamente, di puntare sulla prevenzione in un campo delicatissimo come quello in cui le notizie impropriamente messe in rete sono lesive della dignità di un minore, a maggior ragione evidentemente la strategia di risposta ad altre forme di informazione manipolata deve basarsi sul pluralismo dialettico e sulla sempre maggiore responsabilità, non solo sulla repressione.
Sotto quale aspetto la forma digitale delle fake news è davvero nuova rispetto a quanto avveniva con i media tradizionali?
Lo è per quel meccanismo che è il fattore comune a tutte le diverse modalità del fenomeno: un meccanismo autoconfermativo che finisce con il far dipendere l’attendibilità della notizia non dalla sua verificabilità, ma da quante condivisioni ha ottenuto.Non è vero ciò che è verificato ma ciò che viene ripetuto più volte.
Ecco: il riscontro delle fonti è stato quasi completamente sostituito dal consenso di massa quale unico parametro di valutazione delle notizie. Con un paradossale capovolgimento del giudizio, perché a fare più notizia è proprio ciò che è talmente lontano dal realistico da non essere colto nella sua probabile falsità, ma anzi da essere apprezzato come la verità finalmente disvelata e sottratta ai tentativi di mistificazione del potere.
La democrazia in rete come ribellione diffusa ma anche grammatica della falsificazione.
Se si parte dal discutibile presupposto per cui una notizia è tanto più vera quanto più libera è la fonte, si scivola nel paradosso per cui basta che quella notizia si opponga alla verità fornita dai media tradizionali perché la si possa considerare credibile. Se a questo aggiungiamo la frammentazione dei centri informativi prodotta dalla rete, si rischia di arrivare a una sorta di autismo informativo.
A cosa si riferisce?
Alla tendenza ad informarsi solo da fonti in grado di confermarci nelle nostre convinzioni preesistenti. Si genera insomma una circolarltà che sclerotizza, piuttosto che accrescere, il senso critico.
E come se ne esce?
La risposta può essere anche penale, naturalmente: le norme a tutela della dignità delimitano il confine oltre cui la libertà d’espressione non può spingersi. Ma per contrastare il fenomeno delle fake news nel suo complesso dovremo per forza arrivare a una responsabilizzazione diffusa, che in concreto rende possibile il pluralismo dialettico. La sola strada, direi da millenni, che la democrazia conosca per poter verificare i fatti.

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