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Post di condoglianze rimossi Facebook si scusa con i Riina

PALERMO Quello che fino a poco tempo fa era impensabile è diventato realtà. Virtuale, ma pur sempre realtà. E il silenzio, regola per gli uomini d’onore e i loro familiari, ha lasciato il posto alle esternazioni su Facebook, piazza social in cui siè celebrato un rito vietato dalla Chiesa e dalla polizia. E’ stato così fin dalla morte del capo dei capi, Totò Riina, sepolto ieri alla presenza di pochi parenti nel corso di una privatissima cerimonia, nel cimitero di Corleone. Prima i post addolorati della figlia e del figlio, poi Fb che cancella i messaggi di condoglianze. Ieri il dietrofront del social che chiede scusa alla famiglia del padrino e ripubblica i necrologi. E ancora il genero di Riina, Tony Ciava- rello, che ringrazia, sempre su Facebook la polizia, che ha tenuto lontani i giornalisti appostati al cimitero, per il servizio d’ordine svolto.

Un doppio paradosso questo: una antica riservatezza violata e un riconoscimento al lavoro delle forze dell’ordine da chi le forze dell’ordine le ha sempre chiamate “sbirri”. E’ la mafia 2.0, pronta a sostituire gli antichi rituali con gli strumenti forniti dal web. Una scelta, però, in qualche modo obbligata da un doppio divieto: quello della Chiesa, che ha negato al capo dei capi il funerale religioso, e quello dello Stato, che ha impedito le esequie pubbliche per motivi di sicurezza. Il reale è stato decisamente meno “movimentato” del virtuale. La bara in noce, trascinata su un carrello, è entrata in tutta fretta al cimitero. Riina, capomafia stragista che ha condizionato la storia d’Italia degli ultimi 40 anni, è stata fatta passare dall’ingresso laterale. Un modo per evitare i giornalisti, che da martedì sera stazionavano davanti a un camposanto blindato, che è diventato però il simbolo della sconfitta della mafia corleonese. Con il capo dei capi costretto, da morto, a tornare nel suo paese dalla porta di servizio.

Il tragitto imposto dalla polizia ha evitato che il boss passasse davanti alla cappella di una delle sue vittime: Placido Rizzotto, sindacalista socialista assassinato dalla mafia corleonese. Quel che restava del suo corpo, buttato in una foiba nel 1948, è stato ritrovato solo nel 2012. E’ sepolto a pochi metri dalla cappella della famiglia Riina. E non distante c’è anche la tomba di Bernardo Provenzano, il boss che con Riina ha diviso vita e scelte di morte. Nello stesso cimitero riposa pure Luciano Lig- gio che iniziò la scalata dei “vid- dani” corleonesi ai vertici di Cosa nostra. Bene e male insieme.

Riina è stato tumulato dopo una brevissima benedizione. A officiarla è stato fra Giuseppe Gentile, lo stesso sacerdote che ha celebrato le nozze di Lucia, l’ultima figlia del capomafia. Il parroco, nei giorni scorsi, aveva rivolto un appello pubblico ai familiari del boss, un invito a intraprendere un nuovo cammino. Ieri è stato molto meno loquace con i giornalisti. La cerimonia è durata pochi minuti. C’erano Ninetta Bagarella, moglie del padrino e compagna di una vita da fuggiaschi: dopo anni di latitanza, tornò in paese con i quattro figli all’indomani dell’arresto del marito. C’era Lucia, viso indurito e occhi gonfi di pianto. C’erano Concetta, la maggiore delle femmine di casa Riina e Salvuccio che vive a Padova in libertà vigilata dopo una condanna a 8 anni per mafia e ha avuto un permesso per assistere alla tumulazione del padre. Mancava Giovanni, il più grande dei quattro figli, il predestinato, anche per ferocia, a prenderne il posto. E’ in cella per scontare quattro ergastoli da quando aveva 25 anni.

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