Putin, a sorpresa l’annuncio di pace “Le truppe russe lasciano la Siria”

Una dichiarazione a sorpresa – forse prevedibile, ma non prevista – irrompe nella scena dei colloqui di pace sulla Siria, cominciati ieri a Ginevra. Vladimir Putin annuncia il ritiro delle truppe russe dal Paese, parla di «obbiettivo raggiunto», dice di aver concordato la decisione con il presidente siriano Bashar al Assad, nel corso di una sola telefonata. Il Cremlino, con una nota, sottolinea che c’è intesa con Damasco anche nel valutare che l’azione militare russa, durata oltre cinque mesi, ha permesso di «invertire profondamente la situazione» e di infliggere perdite decisive ai «terroristi». Putin aggiunge che la decisione è stata presa proprio per facilitare i negoziati. Dopo l’annuncio c’è stata anche una telefonata con Barak Obama.

L’ANNIVERSARIO Il ritiro comincia da oggi, data peraltro simbolica. È infatti il quinto anniversario di una guerra civile che è uno degli incubi del nuovo secolo: 250mila morti (nelle stime prudenti dell’Onu), di cui 80mila civili, 13.500 bambini; metà della popolazione che ha lasciata la casa, un siriano su 5 che ha lasciato il Paese. Naturalmente, anche questo ritiro ha i suoi condizionali fin dall’annuncio. Parte delle truppe di Mosca resteranno infatti sul territorio ma – spiega il Cremlino – e saranno utilizzate solo per vigilare che la tregua non venga violata. Tregua ormai giunta alle due settimane consecutive ma sempre molto fragile, e 14 violazioni in una sola giornata sono state denunciate ieri proprio dai russi. C’è scetticismo da parte occidentale («Si tratta di Putin» è il commento di un diplomatico) ma il presidente russo non perde l’occasione per dichiararsi decisivo: «Il lavoro efficace dei nostri militari ha posto le condizioni per l’avvio del processo di pace».

Resteranno presidiate la base russa in Hemeimeen nella provincia costiera di Latakia e una struttura navale nel porto di Tartous. I particolari del ritiro – ad esempio: entro che giorno sarà concluso – restano un’incognita. Ci sono ancora parti del territorio in mano ai miliziani dell’Isis – contro i quali non c’è tregua – come Palmira, ma qui l’esercito regolare è ormai alle porte. Putin però ha scosso la scena, si è riproposto come protagonista, il suo ruolo nella trattativa ne esce rafforzato. Trattativa tutt’altro che facile, anche perché troppi sono i Paesi interessati e coinvolti, non ci sono più solo il regime e gli insorti, e una linea comune sembra più illusoria che probabile. Al punto che Staffan De Mistura, incaricato dalle Nazioni Unite della mediazione per la pace, ha messo le mani avanti: il punto di arrivo che ci si propone a Ginevra – precisa infatti il diplomatico italo-svedese – non è tanto un accordo quanto la definizione di una «chiara road map», cioè una tabella di marcia, le tappe per una transizione politica.

«L’alternativa è tra una transizione o il ritorno alla guerra» dice De Mistura. Ma l’ambasciatore siriano presso l’Onu, Bashar Jaafari, che guida la delegazione del regime, ha subito precisato che «è prematuro parlare di periodo di transizione» e che comunque il ritiro del presidente Assad – che è chiesto dalla controparte, la delegazione che rappresenta gli insorti – non è sul tavolo del negoziato.

I TIMORI DI DE MISTURA Ma il regime una sua proposta il regime l’ha presentata, un «piano», e De Mistura ha avuto l’abilità – o la necessità, o tutte e due le cose – di consentire a Jaafari di definire il colloquio di ieri come «positivo e costruttivo». Anche dagli insorti ammessi alla trattativa c’è un segnale incoraggiante, dopo l’annuncio di Putin: «Se c’è la volontà al ritiro, questo darà un impulso positivo ai colloqui di pace» ha commentato infatti il portavoce dell’Alto comitato dell’opposizione siriana, Salim Al-Muslat. E la Turchia? Dopo l’attentato di Ankara (un’autobomba alla stazione degli autobus, 37 morti) le forze aree turche hanno bombardato «18 obiettivi del Pkk» nel nord dell’Iraq. Come se fosse normale bombardare un Paese contro il quale non si è in conflitto. E ora si teme che la Turchia voglia tornare a colpire i curdi siriani, alleati – anche se per contingenze di guerra – con Assad. «Se falliscono le trattative si torna alla guerra, che sarà peggiore di prima» avverte De Mistura.

MOSCA È la classica ritirata alla russa come quella mitica del generale Kutuzov contro Napoleone oppure è un cambio di scenario completo? Difficile dirlo. Ciò che è, invece, sicuro è che il Cremlino ha raggiunto in Siria tutti i suoi obiettivi e di più non può chiedere ad una campagna combattuta a migliaia di chilometri dai propri confini. In caso di ostilità in grande stile, con la partecipazione della Turchia, il suo corpo di spedizione sarebbe indifendibile. Primo, la Russia ha evitato il crollo del regime di Assad ed ha “impattato” una partita ormai compromessa. Secondo, con truppe di terra così deboli è impensabile conquistare il restante territorio siriano. Terzo, Mosca ha colpito duramente gli estremisti ex sovietici, legati all’Isis, eliminando con ogni probabilità anche il loro comandante, il ceceno Omar al Shishani. Dal punto di vista diplomatico il Cremlino ha mostrato al mondo di essere un interlocutore necessario negli scenari di crisi e di avere la forza militare per far sentire la sua voce. Inoltre ha portato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale lontano dal “cuore” dei suoi interessi strategici, ossia dallo spazio ex sovietico, dove si è imbottigliato con la crisi ucraina.

LA SOLUZIONE FEDERALE Vladimir Putin, difensore dei cristiani in Medio Oriente, compie così un atto di buona volontà per aumentare le chance del processo di pace in corso a Ginevra. Per Mosca la soluzione alla guerra sta nella federalizzazione della Siria. La stessa ricetta che nel 2006 il presidente russo tentò invano di far accettare alla Moldova e prima ancora in Georgia. Invero, dietro alla scelta federale vi sono ragioni economiche. Questo è un ramoscello d’ulivo verso quel mondo arabo sunnita, che detiene le chiavi dell’Opec, con cui Putin sta trattando segretamente da settimane. Il motivo è semplice: se non risale a breve il prezzo del petrolio il Cremlino rischia di trovarsi presto in acque tempestose. Per la prima volta da un quindicennio, confermano alcuni studi, i russi non hanno fiducia nel futuro: il loro livello di ricchezza è tornato al 1999, ossia a quello pre-Putin. Nella gente vi è la certezza che il peggio debba ancora venire. Inoltre si vuole ammorbidire l’Occidente negli ultimi mesi della presidenza Obama. Se in Siria Mosca sta giocando la carta del ritiro, in Ucraina dietro alle quinte si sta vagliando un’ipotesi di accordo con Kiev.

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