Quanti caffè bevi? Non è questione di piacere, è tutto scritto nel Dna: Una variante genetica riduce la capacità di metabolizzarlo

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Sono milioni le persone che, nel corso della giornata, non riescono a fare a meno di gustare un buon caffè da soli o in compagnia di amici e parenti, ma allo stesso tempo vi sono anche coloro che amano poco questa bevanda o addirittura non riescono proprio a mandarla giù.

E se vi è chi ama troppo il gusto del caffè e chi invece ne può fare a meno ecco che questo dipende proprio dal patrimonio genetico di ognuno di noi, o almeno questo è stato quanto scoperto grazie ad una determinata ricerca coordinata da Nicola Pirastu, dell’università di Edimburgo e pubblicata sulla rivista Scientific Reports. Tale ricerca, per la prima volta, ha fatto luce su quello che è il particolare legame tra il numero di caffè che giornalmente si bevono e la variante di un gene ovvero il PDSS2. Ad offrirsi particolarmente volontari ad essere sottoposti a tale studio sono stati proprio gli italiani e precisamente 853 persone di cui 370 provenienti da Carlantino, in Puglia e la restante parte provenienti da sei comuni della regione Friuli Venezia Giulia.

A tutti questi volontari che appunto si sono offerti di essere sottoposti a studio è stato chiesto quanti caffè sono soliti consumare nel corso della giornata e i dati da questi forniti sono stati confrontati con i dati forniti da un gruppo di volontari in Olanda. Confrontando appunto i dati genetici con il numero delle tazzine è emerso che esiste una relazione inversa tra, la presenza di una variante del gene PDSS2 e la passione per il caffè e nello specifico grazie a tale ricerca è possibile affermare che le persone che hanno questa variante tendono a consumare una quantità minore di caffè e tutto questo accade proprio perchè la variante del gene sopra citato ovvero PDSS2 va a controllare un altro gene specializzato nel regolare il metabolismo della caffeina.

Inoltre, sempre da tale ricerca è emerso che quando quest’ultimo gene non viene attivato sufficientemente allora la caffeina tende ad essere smaltita dall’organismo molto più lentamente e questo porta ad avere un minore desiderio di bere un’altra tazzina di caffè. Nicola Pirastu ha commentato la ricerca condotta affermando “Lo studio è una conferma all’ipotesi che la nostra guida nel consumo di caffè potrebbe essere scritta nei geni . Abbiamo comunque bisogno di fare studi più ampi per confermare la scoperta e anche per chiarire il legame biologico tra PDSS2 e il consumo di caffè”. Paolo Gasperini, responsabile della Struttura complessa di Genetica medica dell’Irccs Burlo Garofolo di Trieste ha invece affermato “Il caffè è una delle bevande più consumate al mondo e una delle fonti primarie di assunzione di caffeina. Gli studi che stiamo effettuando sono collegati al ruolo del caffè nell’economia e per la salute delle persone: abbiamo iniziato a comprendere meccanismi chiave, ma molto c’è ancora da fare. Il nostro metodo di studio ha permesso di evidenziare le correlazioni tra genetica e caffè, e vi sono ulteriori elementi da approfondire”.

L’attuale studio segue il precedente lavoro dei ricercatori, che avevano identificato i geni collegati all’abitudine di bere caffè, e avevano studiato i meccanismi biologici del metabolismo della caffeina. «Il caffè – spiega il prof. Paolo Gasparini – è una delle bevande più consumate al mondo e una delle fonti primarie di assunzione di caffeina. Gli studi che stiamo effettuando sono collegati al ruolo del caffè nell’economia e per la salute delle persone: abbiamo iniziato a comprendere meccanismi chiave, ma molto c’è ancora da fare. Il nostro metodo di studio ha permesso di evidenziare le correlazioni tra genetica e caffè, e vi sono ulteriori elementi da approfondire». La prima fase della ricerca è stata realizzata in Italia, analizzando il codice genetico di circa 1200 persone, il 75% delle quali residenti in sei città del Nord Est, il restante in Puglia.

Ogni persona è stata sottoposta all’analisi del codice genetico e a un questionario relativo alle precise abitudini di assunzione del caffè. I risultati ottenuti in Italia hanno confermato che le persone il cui codice genetico presentava una variazione del gene PDSS2 bevevano mediamente una tazza in meno di caffè al giorno. Lo studio è stato ripetuto utilizzando un gruppo di controllo composto da un campione di cittadini olandesi: i ricercatori hanno ottenuto lo stesso risultato, confermato la correlazione tra la variazione del gene PDSS2 con le abitudini di assunzione di caffè, rilevando tuttavia una diversa variabilità in numero di tazze assunte, legata alla diversa concentrazione della caffeina nel caffè olandese rispetto a quello italiano.

Il risultato dello studio, ha detto Pirastu, conferma che «la tendenza a bere più caffè sia regolata dai geni», indicata anche da numerose ricerche condotte in passato. Per avere la conferma definitiva, ha concluso, sono necessarie ulteriori indagini, condotte su numeri più vasti di individui. Ricerche ulteriori dovranno infine chiarire il meccanismo che mette in relazione il gene PDSS2 con il consumo di caffè.

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