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Rapporto sulla Coesione sociale: istantanea del Bel Paese

E’ stato pubblicato il secondo Rapporto sulla Coesione sociale, predisposto congiuntamente da Inps, Istat e Ministero del lavoro e delle politiche sociali. La fotografia scattata non poteva che immortalare una situazione davvero desolante.

Popolazione in crescita, ma grazie agli stranieri – Al 1° gennaio 2011 sono 60 milioni e 626mila i residenti in Italia, 286mila in più dell’anno precedente. Gli stranieri residenti nel nostro Paese sono 4 milioni e 570 mila (+335 mila), l’8% della popolazione. Nel 2009 ogni 100 nati, 18 hanno almeno un genitore straniero (14 entrambi). Il numero medio di figli per le donne straniere si attesta a 2,23 (1,31 per quelle italiane).

Ci si sposa di meno, più tardi e non in Chiesa. Aumentano le separazioni – Nel 2009 sono stati celebrati circa 231mila matrimoni, 16mila in meno rispetto all’anno precedente. Sono cresciuti, invece, i matrimoni celebrati con rito civile, i quali sono ormai più di un terzo del totale (37,2%). L’età media al primo matrimonio è di 33,1 anni per gli uomini e di 30,1 anni per le donne. Le separazioni legali sono state circa 86 mila (+2,1%) e i divorzi 54 mila (+0,2%). Un bambino su quattro nasce al di fuori del matrimonio.

Viviamo più a lungo – Continua ad aumentare l’aspettativa di vita della popolazione italiana, pari a 79,2 anni per gli uomini e a 84,4 per le donne. Un uomo di 65 anni può aspettarsi di vivere altri 18,4 anni e una donna altri 21,4 anni. L’area del Paese più longeva è quella del Centro nord.

Un Paese di anziani – Al 31 dicembre 2010 si registrano 144,5 anziani ogni 100 giovani. Nel 2050 si prevede ci saranno 256 anziani ogni 100 giovani. In Italia si contano 16 milioni 708mila di pensionati, di cui oltre 3 milioni 732mila ultraottantenni. Quasi un pensionato su due (49,4%) ha un reddito da pensione inferiore a mille euro, mentre il 13,2% superiore ai duemila euro.

Un Paese di disoccupati – Nel secondo trimestre 2011 il numero dei disoccupati è pari a 1 milione 947mila unità. Il tasso di disoccupazione è al 7,8%, quello giovanile (15-24 anni) si attesta invece al 27,4%. Continua a crescere la popolazione che non cerca lavoro né è disponibile a lavorare (tasso di inattività al 37,9%). Il numero medio di beneficiari dei sussidi di disoccupazione non agricola è in costante aumento: +66,9% nel 2009, +9,3% nel 2010 e +3,4% nei primi sei mesi del 2011.

Un Paese di precari, presenti ma soprattutto futuri (altro che art. 18…) – Nel primo semestre 2011, il 67,7% delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a tempo determinato, il 19% con contratti a tempo indeterminato e l’8,6% con contratti di collaborazione. Il numero di dipendenti con contratto a tempo indeterminato risulta in discesa (-0,5%). A sei mesi dall’entrata in disoccupazione, in media un disoccupato su due trova un nuovo lavoro, anche se appena l’8% delle assunzioni è a tempo indeterminato. A dodici mesi la percentuale sale al 68% ed in quest’ultimo caso è a tempo indeterminato poco più di un’assunzione su dieci.

La parità di sesso… distante anni luce – La retribuzioni media giornaliera per gli uomini è pari, nel 2010, a 95,30 euro, contro i 68,40 euro per le donne. In media gli uomini italiani percepiscono una retribuzione più elevata (1.407 euro) rispetto alle italiane (1.131 euro). Guardando all’insieme del lavoro e delle attività di cura, la donna lavora 1 ora e 3 minuti in più del suo partner quando entrambi sono occupati. Il 71,3% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Gli uomini dispongono di 59 minuti in più di tempo libero rispetto alle donne, venti anni fa la differenza era di 1 ora e 14 minuti. La disoccupazione delle donne al 44% se riferita al Mezzogiorno.

Una vita assai monotona per i giovani – Le retribuzioni medie giornaliere sono inferiori ai 60 euro al giorno per i dipendenti sotto i 20 anni (44,70 euro) e per quelli 20-24enni (54,80 euro), mentre superano i 100 euro giornalieri per i 50-54enni (101,40 euro) e per i lavoratori fra i 55 e i 59 anni (108,10 euro). Nel primo semestre 2011, il calo del numero di dipendenti con contratto a tempo indeterminato è molto più marcato per i lavoratori sotto i 30 anni (-7,9%); inoltre, sono andati bruciati più di 83mila posti di lavoro tra i giovani sotto i 24 anni.

Un Paese di asini – Nel 2010, la quota di giovani 18-24enni che hanno abbandonato gli studi è pari al 18,8%. Si tratta di un valore nettamente superiore a quello dell’Unione Europea a 25 paesi (13,9%) e ancora lontano dall’obiettivo del 10% stabilito dalla Commissione Europea.

Ma quale riscatto generazionale! – C’è un forte legame tra l’abbandono degli studi da parte dei giovani e il grado di istruzione dei genitori. Appena il 2% dei figli di genitori laureati lascia gli studi, contro il 25,2% dei figli di genitori con licenza media e il 44,4% dei figli di genitori in possesso della licenza elementare.

Mezzogiorno senza speranza – Nel Mezzogiorno, dei circa 400mila giovani fuori dagli studi, appena il 31,9% è occupato (contro il 43,8% della media nazionale e il 57,9% nel Nord-est), mentre il 49,3% ha rinunciato a trovare un posto di lavoro. Permane, inoltre, una preoccupante vulnerabilità delle famiglie in termini economici: nel 2010 l’incidenza della povertà relativa (cioè rispetto al livello economico medio di vita) non scende al di sotto del 26%. Nelle coppie con entrambi i partner occupati e figli, il maggior grado di asimmetria – cioè quanta parte del tempo dedicato al lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi è svolta dalle donne – si osserva nel Mezzogiorno (74,6%).

Un esercito di poveri – Nel 2010 le famiglie in condizione di povertà relativa sono 2 milioni 734 mila (l’11% delle famiglie residenti), corrispondenti a 8 milioni 272 mila individui poveri, il 13,8% dell’intera popolazione. Nel 2010, i paesi dell’Unione Europea a 15 che mostrano i tassi più preoccupanti di grave deprivazione materiale sono la Grecia (11,6%), il Portogallo (9,0%) e l’Italia (6,9%); diversamente, in Finlandia, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi e Lussemburgo la percentuale di persone coinvolte in situazioni di disagio economico grave è inferiore al 3%.

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