Egitto, Giulio Regeni in Italia il pc del ragazzo, la procura del Cairo lo rivuole indietro

 L’ultimo segnale del cellulare di Giulio Regeni arriva che è ancora nel suo quartiere, ad Al Dokki, forse addirittura sotto casa. Viene agganciato dalla cella telefonica della zona, e a confermarlo è la stessa procura di Giza, in base alle indicazioni che gli sono state fornite dalla società telefonica. Nessuna retata, dunque, nella quale sarebbe stato coinvolto mentre si recava all’appuntamento con un amico in piazza Tahrir. Molto più probabile, invece, che il ricercatore friuliano sia stato sequestrato da qualcuno che lo stava aspettando sotto casa. E questo avvalorerebbe la tesi che, in Egitto, non era considerato un dottorando qualunque, ma una persona da “sorvegliare”. Lui, e anche gli amici: per quei loro rapporti con attivisti politici e sindacalisti indipendenti contrari al governo del presidente AlSisi.

Ed è forse per questo che, dopo il ritrovamento del cadavere, il suo tutor Gennaro Gervasio, docente alla British University del Cairo, è stato messo sotto protezione dai carabinieri dell’ambasciata italiana. Perché è con lui che Giulio doveva andare al ristorante di Gad in Bab el Luk, dove avrebbero festeggiato il compleanno di un amico anziano, conosciuto agli ambienti della sicurezza come un oppositore del regime. Gennaro è stato sentito dal team di investigatori italiani e, al suo arrivo a Roma, anche dal pm Sergio Colaiocco. Secondo la ricostruzione fornita ieri dal sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova, è lui l’ultimo a sentire Giulio. Lo chiama al cellulare alle 19,40 e, non vedendolo arrivare, prova a ritelefonargli alle 20,18, ma già a quell’ora non ottiene più risposta.

Il telefono squilla a vuoto e farà lo stesso alle 20,23, mentre due minuti dopo verrà spento definitivamente. Tra le 22,30 e le 23 della stessa sera sarà sempre Gervasio a chiamare al cellulare l’ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, per lanciare l’allarme. Regeni verrà trovato cadavere nove giorni dopo, a ridosso dell’autostrada per Alessandria, ucciso da torture e sevizie. Secondo l’autopsia, sarebbe morto intorno all’1 o il 2 febbraio. L’Egitto ha sempre negato di averlo arrestato durante i controlli avvenuti nella sera del quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir. E infatti i dati rilasciati dal suo cellulare confermerebbero un’operazione mirata nei suoi confronti.

Nel frattempo continuano le incomprensioni tra i nostri investigatori e la polizia locale. Al centro del nuovo mistero c’è il computer di Giulio. La procura di Giza ha dichiarato di non averlo mai avuto, mentre ieri da piazzale Clodio è arrivata la conferma: c’è l’abbiamo noi, ce lo hanno consegnato i familiari. E ora Giza è intenzionato a richiederlo indietro per poter continuare le indagini. Nel frattempo, ieri, è stato ascoltato al Copasir il direttore del Dis Giampiero Massolo, il quale ha ribadito che Regeni non era un informatore dei nostri servizi segreti. Nell’ambito dell’audizione si è valutato il perché dell’insistenza da parte dell’Egitto di ritenerlo una possibile ”spia”. E si è discusso sull’eventualità che qualcuno dell’università inglese dove studiava Regeni potesse avergli chiesto particolare attenzione ai movimenti opposti al governo, sollecitandogli una sorta di informazione-analisi che potrebbe aver causato l’atroce reazione da parte di qualche apparato paramilitare.

A tradire Giulio Regeni potrebbero essere stati proprio i suoi conoscenti. È una delle piste indicate in una prima informativa che gli specialisti di Ros e Sco, in trasferta in Egitto in questi giorni, hanno inviato alla Procura di Roma.Il ricercatore friulano 28en- ne, lo scorso dicembre, si era recato a un incontro al Cairo presso il Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati cui avevano preso parte esponenti locali del sindacato indipendente. La presenza di quello straniero, interessato alle tematiche socio-economiche della realtà egiziana, non era passata inosservata e potrebbe perfino aver infastidito qualcuno.

Giunti a questo punto, il pm di Roma Sergio Colaiocco, che indaga contro ignoti per omicidio, vuole anzitutto capire che cosa facesse in Egitto Giulio Regeni e su quale rete di informatori contasse per acquisire informazioni utili al suo lavoro. Per questo motivo, il magistrato ha dato incarico agli investigatori di interrogare gli accademici, i ricercatori e gli stagisti che dall’Egitto raggiungeranno Fiumicello per i funerali di Regeni, che si svolgeranno venerdì.

Parlando con La Stampa, tuttavia, Saad Eddin Ibrahim, uno degli oppositori del regime di Hosni Mubarak, ma anche dell’ex presidente Mohammed Morsi, ipotizza la pista religiosa, cioè «quella di qualche gruppo islamista interessato a indebolire il sistema, il tentativo dei Fratelli Musulmani di distruggere il turismo per esempio non è nuovo e poi c’è da considerare il luogo in cui è stato fatto ritrovare il corpo di Giulio Regeni, vicino alla prigione della sicurezza nazionale, sembra fatto apposta».

Un’altra traccia importante potrebbe emergere inoltre dalla lista dei contatti della vittima. Benché sia scomparso il suo telefono cellulare, la famiglia del giovane ha ritrovato il suo computer portatile nel suo alloggio al Cairo e nei giorni scorsi lo ha consegnato alle autorità italiane. Dall’analisi del suo contenuto si spera di ricostruire il giro di amicizie e contatti egiziani di Regeni, per poter formulare qualche ipotesi più concreta.

Nella memoria e nei supporti informatici dello studioso italiano, vi sono anche gli articoli proposti al manifesto, finito in questi giorni al centro delle polemiche. Dopo aver dichiarato chiuso l’incidente con la famiglia, la redazione del quotidiano comunista si trova di nuovo sul banco degli accusati perché, come scrive Paz Zarate, una collaboratrice del quotidiano spagnolo El Pais, «il mio amico Giulio non era un collaboratore del manifesto.

L’artico10 non era “in attesa di pubblicazione”: lo avevano rifiutato. Hanno affermato che era un collaboratore soltanto per trarre da questa tragedia il beneficio dell’attenzione che ha attirato su di loro». Ringraziando i giornalisti che hanno sollevato il caso su Facebook, la Zarate aggiunge che «nel colmo di questa falsità, hanno pubblicato senza rispettare l’anonimato, infrangendo gli accordi di consegna dei manoscritti; e contro il volere della famiglia che ha invocato la discrezione necessaria alle indagini. Questa è una violazione della legge e di ogni singolo codice di etica del giornalismo. Il manifesto copre di vergogna l’Italia e il giornalismo in tutto il mondo».

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