Renzi dice stop all’austerity: la Merkel ha fallito

L’Europa che dice qualcosa di sinistra deve dire: «crescita, crescita, crescita» e non «migranti, migranti, migranti». Deve smetterla di riunirsi «ogni quindici giorni» per parlare di frontiere, o magari di Grecia o di Brexit, e parlare di giovani, lavoro, investimenti. Dall’Eliseo, dove si è svolta la riunione di famiglia dei socialisti europei, Matteo Renzi detta, o almeno auspica, la linea che deve essere quella dei progressisti, d’Europa in generale e d’Italia in particolare. «L’austerity in Europa non funziona»: il presidente del Consiglio ribadisce quella che sembra ormai una cosa assodata e poi stempera con una battuta: «o come minimo ha portato sfortuna, basta guardare la lunga fila di governi “rigoristi” che sono caduti come in un domino: Grecia, Portogallo, Spagna, adesso Irlanda».

Renzi mette in guardia dalle conseguenze del rigore, che non sono soltanto l’inefficacia su deficit e debito, ma anche «l’ingovernabilità», di fronte «a un populismo montante». Dall’Eliseo, l’entourage del presidente Hollande fa sapere che «l’Europa ha passato molto tempo sui temi d’attualità – Grecia, migranti, rifugiati -ma adesso è il momento di rimettere all’ordine del giorno altri temi per fare in modo che gli europei ritrovino prospettive e un’agenda di crescita». Al termine della riunione, mentre fuori, sul sagrato dell’Eliseo, Renzi martella ai giornalisti presenti le sue priorità (investimenti, crescita, investimenti), Hollande, nel messaggio conclusivo, al capitolo «urgenza economica» punta soprattutto sui giovani, che in patria gli stanno dichiarando guerra sulla riforma del mercato del lavoro.

E ritira fuori il tema migranti (in particolare le quote e la sicurezza delle frontiere), avvertendo che riguardo all’accordo con la Turchia, Ankara riceve già una contropartita e «non ci devono essere concessioni in materia di diritti umani o sui criteri per la liberalizzazione dei visti».

LA PAROLA CHIAVE Per Renzi, la parola chiave resta la crescita, anche quando si parla di sicurezza e terrorismo: «Gli investimenti su cultura, istruzione e periferie fanno parte di una risposta complessiva al terrorismo: non possiamo più limitarci ad una linea solo ed esclusivamente di sicurezza – ha aggiunto – ma dobbiamo dare un valore aggiunto sulla cultura». Alla quindicina di leader socialdemocratici riuniti all’Eliseo Renzi ha detto chiaro e tondo che «non è possibile fare un Consiglio europeo ogni quindici giorni, diamo l’idea che non governiamo processi epocali come quelli migratori». L’Italia vuole meno riunioni e meno austerity, e lo ripeterà alla sinistra europea a Roma, dove Renzi ha invitato i colleghi per la prossima riunione della famiglia progressista. Non c’è ancora una data precisa, ma di sicuro l’incontro sarà «dopo il referendum inglese». E per finire uno sguardo sull’Italia. Da Parigi il premier vede dati sulla produzione industriale che dimostrano come «finalmente si rimette in moto il meccanismo dell’economia». Negli ultimi anni, ha aggiunto, «siamo passati da 40 a 20 miliardi di investimenti, è una follia. La cosa importante è che l’economia abbia una ripresa stabile e duratura e andiamo in questo senso» anche se «c’è ancoramoltissimo da fare»

Sta diventando più evidente che l’Europa guidata dalla Germania abbia un destino di fallimento. Se non si trova un modello meno germano centrico il sistema europeo perderà stabilità creando impatti devastanti nelle nazioni. C’è uno spiraglio di realismo da dove iniziare una revisione pragmatica del sistema che implica una riduzione del potere dominante? C’è in forma di ribellione all’Europa germanocentrica. Un numero crescente di nazioni vuole staccare o ridurre i legami con la Ue.

Quelle della zona euro, per lo più, rifiutano compattazioni basate sul criterio tedesco. La recente azione di Berlino nei confronti della Turchia (soldi e facilitazioni per gli accessi alla Ue in cambio di contenimento dei profughi siriani) caratterizzata da un marcato unilateralismo e disegnata in modo maldestro, ha fatto perdere leadership alla Germania nei confronti degli altri europei. In particolare, da irritante diviene pericoloso per tutti gli europei il fatto che Berlino agisca in base alla priorità dei suoi interessi nazionali mettendo in secondo piano quelli politici del sistema di alleanze alle quali appartiene. Ciò la porta a non

fare scelte precise e forti, di visione, in un momento storico che le richiede, portando l’Ue intera in posizione d’irrilevanza negli affari globali. Con la complicazione che Berlino esibisce il dominio sull’Europa come motivo per trattare con status di potenza G3 alla pari con Cina e Stati Uniti, ma tenendo una posizione terza, per prevalenza dell’interesse nazionale mercantilistico, che è strategicamente perdente.

Continua anche in questo secolo un pensiero geopolitiche, ma imbecille nella grande strategia. Non serve spendere molte parole, poi, sulla stupidità (tecnica) del criterio tedesco in campo economico: idealismo monetario, stabilità al prezzo di compromettere la fiducia. Il nazionalismo fiscale, ostile alla mutualità europea, non è una caratteristica solo tedesca, ma si distingue per intensità a causa di un elettorato prevalentemente con cultura chiusa «di valle » e non di «spazio aperto». Più parole dovrebbero essere spese sul perché il provincialismo economico tedesco sia diventato eurocentrico.

La colpa è della Francia, anch’essa caso storico d’imbecillità strategica, che ha voluto usare l’euro come strumento per controllare l’emergere della potenza singola tedesca dopo la riunificazione, dando alla Germania il potere di disegnare l’euro stesso secondo i propri criteri in cambio della rinuncia al marco.
Così l’idea di europeizzare la Germania è diventata veicolo
per la germanizzazione dell’Europa. Lì è iniziato il disastro che ora si manifesta come frammentazione dell’Ue e insostenibilità dell’Eurozona. La Francia tenterà di utilizzare l’indebolimento della leadership tedesca per riequilibrare la relazione nella diarchia e non per de-germaniz- zare il modello europeo. Né Francia né Germania, per altro, hanno una vera vocazione europea.
La prima sviluppò nel 1963, dopo la sconfitta nelle guerre coloniali, un’idea di Europa francocentrica come moltiplicatore strumentale della forza nazionale decrescente per tentare di restare impero. La Germania accettò
la seconda posizione nella diarchia offerta dalla Francia come requisito per la sua riunificazione, totalmente concentrata su questo progetto nazionale. Poi si è trovata al centro dell’Europa senza veramente volerlo, ma recentemente apprezzando i benefici nazionali di questo signoraggio che ora non vorrà mollare. La ribellione in aumento contro la fallimentare leadership tedesca e la diarchia franco-tedesca potrà avere conseguenze modificatrici?

Solo se l’Italia come terzo Paese più forte, ma quasi secondo, del continente riuscirà a costruire una direzione a tre, con Berlino e Parigi, rappresentando le nazioni che vogliono un modello di Ue e di Eurozona dove tutti possano stare comodi, cosa che implica una configurazione meno germanocentrica. Forse è fantapolitica evocare tale ipotesi, ma certamente è realtà il fallimento del modello europeo germanocentrico, la necessità di correggerlo e una nuova rilevanza oggettiva dell’Italia per tale azione. Suggerisco di abbandonare le posizioni sia euroscettiche sia euroliriche e di concentrare il pensiero strategico nazionale sul come, con chi e cosa, condizionare Germania e Francia per modellare un’Europa che funzioni.
Secondo me c’è qualche chance: Draghi ha mostrato che l’impossibile in Europa può diventare prassi e ciò deve far pensare in modi nuovi, audaci.

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