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Ritirata acqua minerale dai supermercati: rischio contaminazione da Pseudomonas Aeruginosa

Dopo l’allarme del ministero della Salute che aveva chiesto il ritiro dei lotti d’acqua a marchio Cutolo Rionero e Blues del gruppo San Benedetto dai supermercati, ora arrivano le rassicurazioni dell’azienda. Due le tipologie di bottiglie ritirate: Cutolo Rionero effervescente naturale e Eurospin Blues effervescente naturale.

LR7248C, LR7249C, LR7250C, LR7251C, LR7252C, LR7253C, LR7254C e LR7255C con date di scadenza al 05/09/2018, 06/09/2018, 07/09/2018, 08/09/2018, 09/09/2018, 10/09/2018, 11/09/2018 e 12/09/2018. La sua forma più virulenta si verifica di rado eppure può apparire spaventosa con le sue lesioni emorragiche estese e persino la morte dei tessuti. Il New England Journal of Medicine ha spiegato quanto poco si sappia di questa sindrome, nonostante sia la decima causa di morte negli Stati Uniti. La colonizzazione da parte del batterio può causare non pochi rischi alla salute dei consumatori immunodeficitari o con una barriera protettiva della cute scarsamente sviluppata. L’invito per tutti è quello di non consumare il prodotto e di restituirlo al punto vendita qualora ci si accorgesse di esserne in possesso. L’avviso di richiamo è stato pubblicato sul nuovo portale dedicato alle allerta alimentari del Ministero della Salute nella sezione “Avvisi di sicurezza”. Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, associazione ormai punto di riferimento per la sicurezza alimentare in Italia, invita a chiunque abbia acquistato l’acqua interessata dal richiamo a non consumarla e restituirla al punto vendita.

Pseudomonas aeruginosa è un batterio ubiquitario, non fermentante, con semplici richieste nutrizionali, considerato un patogeno opportunista nell’uomo. Inizialmente era noto come Bacillus pyocyaneus in riferimento al particolare colore blu del pus che si forma nelle ferite infettate, dovuto alla presenza del pigmento antibiotico piocianina.

INFEZIONI DA PSEUDOMONAS
Lo Pseudomonas aeruginosa, bacillo mobile gram -, è un patogeno opportunista che frequentemente provoca infezioni nosocomiali.

Gli Pseudomonas sono ubiquitari e preferiscono gli ambienti umidi. Nell’uomo la specie più comune è lo P. aeruginosa. Altre specie che talora possono provocare infezioni umane sono le seguenti: P. paucimobilis, P. putida, P. fluorescens e P. acidovorans. Lo P. aeruginosa si può ritrovare occasionalmente nelle regioni ascellare e anogenitale di una cute normale ma solo di rado nelle feci, a meno che non sia stata somministrata una terapia antibiotica.

Il microrganismo è spesso un contaminante di lesioni popolate da microrganismi più virulenti, ma talvolta provoca infezione in tessuti esposti all’ambiente esterno. Le infezioni da Pseudomonas di solito si verificano negli ospedali, dove i microrganismi si ritrovano di frequente nei lavandini, nelle soluzioni antisettiche e nei recipienti per urine. Si può verificare la trasmissione ai pazienti da parte del personale sanitario sano, soprattutto nel caso degli ustionati e nei reparti di terapia intensiva neonatale.

Altre specie, precedentemente classificate come Pseudomonas, sono importanti patogeni nosocomiali, quali la Burkholderia cepacia e lo Stenotrophomonas maltophilia.
La maggior parte delle infezioni provocate dallo P. aeruginosa si verifica in pazienti ospedalizzati debilitati o immunocompromessi. Lo P. aeruginosa è la seconda causa più frequente di infezioni nei reparti di terapia intensiva e una frequente causa di polmoniti associate ai ventilatori. Oltre ad acquisire infezioni in ambito ospedaliero, i pazienti con infezione da HIV sono a rischio di acquisire in comunità infezioni da P. aeruginosa e spesso, quando contraggono l’infezione, presentano segni di infezione da HIV avanzata.

Le infezioni da Pseudomonas possono presentarsi in molte sedi anatomiche come cute, tessuti sottocutanei, ossa, orecchie, occhi, tratto urinario e valvole cardiache. La sede varia a seconda della porta d’ingresso e della vulnerabilità del paziente. Negli ustionati la regione al di sotto dell’escara si può infiltrare in modo abbondante con i microrganismi e servire da focolaio per una successiva batteriemia, rappresentando una complicanza delle ustioni spesso letale. Una batteriemia senza un focolaio urinario evidenziabile, soprattutto se dovuta a specie di Pseudomonas diverse dallo P. aeruginosa, deve far pensare alla possibilità di un’avvenuta contaminazione EV dei liquidi, dei farmaci o degli antisettici usati per l’applicazione di cateteri EV. Nei pazienti con infezione da HIV, lo Pseudomonas determina più frequentemente polmonite o sinusite.

Sintomi e segni
Il quadro clinico dipende dalla sede interessata. Nei pazienti ricoverati in ospedale si può verificare un’infezione polmonare associata a intubazione endotracheale, tracheotomia o
trattamento RPPI quando lo Pseudomonas si sia unito ad altri bacilli gram – a colonizzare l’orofaringe. La bronchite da Pseudomonas è frequente nel decorso tardivo della fibrosi cistica; i germi isolati presentano una caratteristica morfologia mucoide delle colonie.
L’isolamento dello Pseudomonas nel sangue è frequente nelle ustioni e nei pazienti con tumori maligni. La presentazione clinica è quella di una sepsi da gram -, talvolta con l’aggiunta di ecthyma gangrenosum, caratterizzato da aree nero-violacee, di circa 1 cm di diametro, con centro ulcerato ed eritema circostante che generalmente si rinviene nelle zone ascellari o anogenitali.
Lo Pseudomonas è causa frequente di IVU, specialmente in pazienti sottoposti a manipolazioni urologiche, affetti da uropatie ostruttive o che abbiano ricevuto antibiotici ad ampio spettro. La forma più frequente di infezione auricolare dovuta allo Pseudomonas è l’otite esterna con secrezione purulenta che si riscontra spesso nei climi tropicali. Una forma più grave, chiamata otite esterna maligna, può svilupparsi nei diabetici; si manifesta con un dolore acuto all’orecchio, spesso con paralisi unilaterale del nervo cranico e richiede una terapia parenterale. Un interessamento dell’occhio da parte dello Pseudomonas spesso si presenta come un’ulcerazione corneale conseguente a traumi, ma in alcuni casi la contaminazione si ha anche a partire da lenti a contatto o dai liquidi utilizzati per il loro uso.Il microrganismo può essere rinvenuto in fistole secernenti, specie dopo traumi o ferite da punta profonde ai piedi. Il liquido di drenaggio spesso ha un dolce odore di frutta. Molte di queste ferite da punta esitano in cellulite e osteomielite da P. aeruginosa e possono richiedere, in aggiunta agli antibiotici, una tempestiva toletta chirurgica. Di rado lo Pseudomonas provoca endocardite: ciò avviene su protesi valvolari oppure nei pazienti che abbiano subito un intervento chirurgico a cuore aperto o anche sulle valvole naturali in chi fa uso di droghe EV. L’endocardite destra può essere curata con terapia medica, ma se l’infezione interessa la mitrale, le valvole aortiche o valvole protesiche, si dovrà spesso procedere all’asportazione della valvola infetta.

Terapia
Quando l’infezione è localizzata ed esterna, è efficace un trattamento con irrigazioni di acido acetico all’1% o con agenti topici, come polimixina B o colistina. Il tessuto necrotico deve essere eliminato e gli ascessi drenati. Quando invece è necessaria terapia parenterale la tobramicina o la gentamicina sono in grado di curare la maggior parte delle specie di Pseudomonas.. Il dosaggio va anche ridotto in caso di insufficienza renale. Nella terapia di infezioni da Pseudomonas che presentino resistenza enzimatica alla tobramicina e alla gentamicina si dovrà usare l’amikacina. Molti esperti raccomandano di trattare le infezioni gravi da Pseudomonas con un aminoglicoside associato a un antibiotico b-lattamico. Diverse penicilline, tra cui ticarcillina, piperacillina, mezlocillina e azlocillina, sono efficaci nei confronti dello Pseudomonas. Altri farmaci dotati di un’eccellente attività sono il ceftazidime, il cefepime, l’aztreonam, l’imipenem, il meropenem e la ciprofloxacina.
Nelle infezioni sistemiche, o nei pazienti granulocitopenici, a una delle penicilline efficaci si dovrà associare un aminoglicoside attivo contro lo Pseudomonas. Nei pazienti neutropenici, con funzionalità renale al limite, sono ugualmente adeguate combinazioni terapeutiche senza aminoglicosidi, quali doppio b-lattamico o un b- lattamico insieme a un fluorochinolonico. Le IVU possono essere trattate con indanil-carbenecillina PO o con ciprofloxacina o altri fluorochinolonici. Tuttavia, i fluorochinolonici non devono essere somministrati ai bambini per via dei potenziali effetti sulla cartilagine. Quando vengono utilizzati due farmaci antipseudomonas, durante il trattamento è più rara la comparsa di ceppi resistenti.

Pseudomonas aeruginosa è un batterò Gram- negativo, aerobio, filiforme, appartenente alla famiglia delle Pseudomonacee. La famiglia include anche le Xanthomonas che assieme alle Pseudomonas formano il gruppo di batteri conosciuti con lo stesso nome di Pseudomonas. Questi batteri risiedono comunemente in acqua e terreno e si trovano regolarmente sia sulla superficie delle piante che sugli animali. Le Pseudomonas sono meglio conosciute ai microbiologi come patogeni delle piante piuttosto che degli animali, tuttavia tre specie di Pseudomonas sono patogene anche per gli uomini.

La P. aeruginosa è l’archetipo del patogeno opportunistico per l’essere umano. Il batterio non è quasi mai in grado di infettare un tessuto sano, tuttavia non esiste pressoché alcun tessuto che non sia in grado di infettare se le sue difese siano state, in qualche modo, compromesse. P. aeruginosa provoca infezioni del tratto urinario, infezioni dell’apparato respiratorio, dermatiti, infezioni ai tessuti molli, batteriemia (contaminazione batterica del flusso sanguigno) ed una lunga serie di infezioni sistemiche (che interessano tutto il corpo) particolarmente nei pazienti con gravi ustioni ed in quelli affetti da immuno-soppressione causata da AIDS o da cancro.
La P. mallei provoca nei cavalli la malattia conosciuta come cimurro (un’infezione polmonare) e l’infezione può essere trasmessa agli esseri umani. La P. pseudomallei è il patogeno della melioidosi, un’infezione tropicale spesso fatale che attacca uomini ed altri mammiferi. È anche un patogeno opportunistico che si contrae con la contaminazione delle ferite con fango o terreno.
In natura, il batterio della P. può essere trovato sia racchiuso in biofilm, fissato a superfici o substrati, sia come singola cellula particolarmente attiva, mobile e veloce come nessun’altra in acqua.
Pseudomonas aeruginosa possiede un’alta versatilità metabolica (caratteristica per la quale le Pseudomonas sono famose). Si può riprodurre in più di trenta composti organici senza specifiche esigenze. Spesso è stato osservato uno sviluppo di Pseudomonas anche in acqua distillata, ciò evidenzia la minima necessità di elementi nutrizionali. La temperatura ideale di crescita è di 37° C ma si può sviluppare fino a 42° C. La sua tolleranza rispetto ad un vasto spettro di condizioni fisiche, compresa la temperatura, contribuiscono al suo successo come patogeno opportunistico.
La P. aeruginosa è nota per la sua resistenza agli antibiotici data all’effetto barriera determinato dalla sua membrana esterna, ed è per questo un patogeno particolarmente pericoloso. Il batterio tende inoltre a colonizzare le superfici con un biofilm rendendo in tal modo le cellule resistenti alle dosi terapeutiche degli antibiotici. Vivendo in natura nel terreno ha inoltre sviluppato una resistenza a vari antibiotici di origine naturale (es. quelli prodotti dalle muffe). Solo pochi antibiotici sono efficaci contro la Pseudomonas aeruginosa, compreso il fluoroquinolo, il gentamicin e l’imipenem, e talvolta nemmeno questi antibiotici sono efficaci con tutti i ceppi. Talora la P. aeruginosa è presente come parte della normale flora batterica umana, sebbene la colonizzazione di individui sani al di fuori dell’ambiente ospedaliero sia relativamente bassa. Nonostante la colonizzazione preceda solitamente l’infezione da P. aeruginosa, l’esatta origine e le modalità di trasmissione del patogeno spesso non sono chiare a causa della sua ubiquitaria presenza nell’ambiente. P. aeruginosa è innanzitutto un patogeno nosocomiale (intendendo con ciò un’infezione contratta nell’ambiente ospedaliero). Secondo i CDC di Atlanta (i Centri per il Controllo e la Prevenzione dalle Infezioni degli Stati Uniti) l’incidenza generale delle infezioni da P. aeruginosa negli ospedali statunitensi è intorno allo 0,4% (4 ogni 1000 dimessi); si tratta del quarto batterio maggiormente isolato tra i patogeni nosocomiali, nonché causa di circa il 10 % di tutte le infezioni contratte in ospedale. P. aeruginosa produce due tossine proteiche extracellulari, Exoenyme S e Exotoxin A. in conclusione, data la sua vasta presenza ambientale e l’alta resistenza agli antibiotici, un’efficace disinfezione di superfici e strumenti è pratica essenziale per assicurare il contenimento dell’incidenza delle infezioni nosocomiali.

ACQUE MINERALI: CONSUMI E COMMERCI

L’acqua minerale è un tipo di acqua sorgiva, solitamente commercializzato in bottiglia.
Secondo il D.L. 25/01/92 n. 105 le acque minerali sono: “acque che, avendo origine da una falda e da un giacimento sotterraneo provengono da una sorgente o più sorgenti naturali o perforate e che hanno caratteristiche
igieniche particolari e proprietà favorevoli alla salute (…..) Si distinguono
dalle ordinarie acque potabili per la loro purezza originaria e la loro conservazione, per il tenore in minerali, oligoelementi e/o altri costituenti e i
loro effetti (…..). Sono vietati i trattamenti di potabilizzazione, l’aggiunta di
sostanze battericide o batteriostatiche e qualunque trattamento suscettibile di modificare il microbismo dell’acqua minerale naturale”.
Le “acque invece destinate al consumo umano” secondo il D.Lgs. 31/2001 sono “le acque trattate o non trattate, destinate ad uso potabile, per la preparazione di cibi e bevande o usi domestici, a prescindere dalla loro origine, siano esse fornite tramite una rete di distribuzione, mediante cisterne, in bottiglie o in contenitori..
Acqua minerale: la storia
Il “De aere, aquae et locis” di Ippocrate fu, probabilmente, il più antico libro sull’argomento, dove si discute delle particolari proprietà delle varie acque.
Galeno invece parla delle virtù delle acque minerali nel “De sanitate”. Celso raccomanda il bagno caldo nelle affezioni del colon, nelle febbri, nelle coliche di fegato. Plinio il Vecchio classificò le acque minerali in diverse categorie attribuendo a ciascuna di esse un diverso potere medicamentoso.
Nel Medioevo si osserva un iniziale abbandono legato essenzialmente a motivi religiosi: il Cristianesimo vedeva in genere come sconvenienti le pratiche igieniche, avversate pure da alcuni Padri della Chiesa; vi fu però successivamente una riscoperta delle proprietà curative delle acque termali che proseguì per tutto il Rinascimento.
Illustre paziente delle terme di Fiuggi fu Michelangelo, affetto (e guarito) dal “mal della pietra”.
E’ conseguente a questi precedenti storici la particolare cultura e la particolare sensibilità’ esistente in Italia sulle problematiche delle acque minerali, problematiche che in altre nazioni non sono avvertite o non lo sono state abbastanza da giustificare ricerche, studi o legislazioni particolari nel settore.
L’idrologia medica si basa essenzialmente su basi empiriche, ma si tratta di un empirismo che pone le sue basi in millenni di osservazione. L’azione biologica delle varie acque su alcune funzioni organiche è certamente indiscutibile. Negli ultimi due secoli sono aumentati, pur rimanendo circoscritti essenzialmente all’Italia, gli studi tendenti a fornire una base scientifica alle osservazioni cliniche empiriche. Dal 1800 inoltre vengono monitorate sistematicamente le composizioni chimico-fisiche delle fonti più importanti.
Classificazione
• Parametri chimici
Le acque possono essere classificate in base a:
Contenuto salino:
• minimamente mineralizzate: il residuo fisso a 180°C è inferiore a 50 mg/l.
• oligominerali (o leggermente mineralizzate): il residuo fisso è compreso tra 50 e 500 mg/l.
• minerali (ricche di sali minerali): il residuo fisso è superiore a 1500 mg/l.

L’alto contenuto di sali in queste ultime acque (minerali propriamente dette) fa sì che siano indicate di solito per particolari trattamenti specifici da farsi solitamente dietro controllo medico.
Temperatura
• Fredde (Temperatura inferiore ai 20°);
• Ipotermali (Temperatura compresa tra 20°-30°);
• Omeotermali (30°-40°); Ipertermali (superiori a 40°).

Pressione osmotica
o in base alla concentrazione salina valutata sulla presenza dell’anione preponderante:
• Bicarbonate se prevale il bicarbonato.
• Clorurate se prevale il cloruro.
• Solfate se prevale il solfato
• Sulfuree se prevale il sulfidrile
Può essere valutato anche il catione più rappresentato di tipo alcalino o alcalino terroso per cui possono esserci acque aniono-alcaline e alcalino- terrose ecc…
• Parametri microbiologici
I controlli microbiologici eseguiti dagli organi sanitari competenti su campioni prelevati presso le captazioni, le linee di imbottigliamento, ai depositi (sia dello stabilimento che della distribuzione) ed ai punti di vendita prevedono la determinazione dei parametri indicati negli articoli 9 e 10 del D.M. 542/92 e nella circolare del Ministero della Sanità n. 17 del 13.09.91 . In quest’ultima, come nel D.M. 13.01.1993, sono riportati in dettaglio le modalità di prelievo e le metodiche da impiegare nella determinazione dei parametri.
Le Aziende produttrici nell’ambito delle procedure di autocontrollo igienico della produzione ricercano solitamente tutti i parametri nei campioni prelevati alla captazione, mentre all’uscita della catena d’imbottigliamento e su almeno due punti dell’impianto sono testati con maggiore frequenza: carica batterica totale, Staphylococcus aureus, Pseudomonas aeruginosa e Coliformi.
All’acqua minerale si richiede, dunque, l’assenza dei Coliformi, Streptococchi fecali, Spore di Clostridi solfito-riduttori, Pseudomonas aeruginosa e Staphylococcus aureus mentre per la carica microbica, costituita da batteri innocui, autoctoni, saprofiti, caratterizzanti (Alcaligenes, Flavobacterium, Xanthomonas, Chromobacterium, ecc.) sono riportati valori indicativi di riferimento, ma non limiti di concentrazione distinti alla captazione, dopo l’imbottigliamento e durante la fase di commercializzazione. Anche se una carica batterica elevata non causa problemi diretti alla salute, può tuttavia, per la produzione di sostanze indesiderate (metaboliti), conferire all’acqua odori e sapori sgradevoli. E’ dunque importante avere una carica iniziale molto bassa e monitorarla nel tempo, mediante indagini analitiche continue, atte a registrare gli eventuali cambiamenti verificatisi.
Effetti sulla salute umana
• Effetti benefici
Le acque clorosodiche o salse: risulterebbe un’azione prevalente sulle vie biliari e sul fegato, con effetto idrocoleretico lento e protratto di tipo fisiologico. Aumenterebbe anche l’escrezione di colesterolo e di acidi biliari. E’ stata riscontrata un’attivazione di alcuni sistemi enzimatici con un miglioramento della funzionalità dell’epatocita.
Le acque bicarbonate avrebbero prevalentemente un’azione a carico del fegato e delle vie biliari e sembrano attivare la funzione epatica con mutamento dell’assetto enzimatico cellulare. Agiscono sulla coleresi con un aumento della secrezione biliare, di colesterolo e acidi biliari.
Le acque salso-bromo-iodiche avrebbero azione coleretica sulle vie biliari e riducono l’assorbimento intestinale di colesterolo.
Le acque salso-solfato-alcaline (Montecatini) avrebbero un’azione colagoga, coleretica e colecistocinetica, ed eserciterebbero un’azione equilibratrice sulle funzioni secretorie, colitiche e peptiche. Sono controindicate negli ipertesi per l’elevato contenuto di sodio; sono indicate nel diabete associato a turbe del metabolismo lipidico.
Le acque bicarbonato-solfato-alcaline e alcalino-terrose (Chianciano, Ischia, San Pellegrino ecc.) agirebbero sulla motilità e sulla secrezione dello stomaco e dell’intestino, possiedono una spiccata azione coleretica, colagoga e colecistocinetica con effetti lassativi, anticolecistici e antispastici. Favoriscono l’azione epatica e biliare.
Le acque sulfuree (Salsomaggiore, Telese, Castellamare di Stabia, Sirmione) esplicherebbero la loro azione in rapporto alla quantità di zolfo e sembra che svolgano effetti normalizzatori sulla glicemia e sul ricambio glicidico, con meccanismo sconosciuto. Si è ipotizzato un aumento del glutatione ridotto e quindi una difesa delle cellule contro lo stress ossidativo.

Le acque oligominerali (Fiuggi) sarebbero rapidamente assorbite dal tubo digerente e rapidamente eliminate attraverso i reni provocando un aumento della diuresi. Aumentano l’eliminazione quindi delle scorie azotate (azoto e acido urico) e esplicano un’azione di lavaggio e di decongestione delle vie urinarie. Gli effetti durano a lungo anche dopo la sospensione della terapia. Una delle principali indicazioni è la calcolosi urinaria nonché diatesi urica e ossalica. Sono controindicate nelle glomerulonefriti croniche e nella glomerulonefrosi, nella insufficienza renale grave, nella cirrosi epatica scitica e nell’insufficienza cardiaca.
• Effetti negativi
A queste indicazioni “ufficiali” si aggiungono, purtroppo, tutta una serie di “pseudoindicazioni” caldeggiate dai mass-media e dalle Societa’ commerciali ma prive di ogni validità, neppure presunta: è ovvio ad esempio che tali acque non aiutano affatto a dimagrire…
L’acqua più adatta per la maggioranza dei soggetti è quella ricca di calcio e di sali, con qualche avvertenza:
Il ferro dovrebbe essere inferiore a 1 mg/l., tranne casi particolari.
I solfati dovrebbero restare sotto i 50 mg./l, a meno che si voglia un particolare effetto terapeutico.
II fluoro non deve superare 1,7 mg/l. Il magnesio manifesta effetti lassativi sopra i 50 mg.
Il sodio dovrebbe attestarsi intorno ai 20 mg./l
Nitrati, nitriti, ammoniaca, piombo, cadmio: indicano la presenza di sostanze inquinanti nell’ acqua. Sono tollerati entro certi valori, ma sarebbe meglio che non fossero presenti.
Gli effetti negativi sono riconducibili anche al tipo di materiale impiegato per l’imbottigliamento. Infatti fino agli anni ottanta veniva utilizzato il Mvc (monovinilcloruro), gas incolore fondamentale per la produzione di Pvc (polivinilcloruro), sostanza plastica di cui sono fatti moltissimi prodotti comuni della nostra vita quotidiana. Secondo alcuni studi epidemiologici risulta essere cancerogeno. Nel libro “La fabbrica dei veleni”, si narra co me il Cloruro di Vinile abbia avuto notevoli ripercussioni sulla salute umana (molti operai malati e morti di angiosarcoma epatico). La IARC classifica la sostanza come sicuramente cancerogena.
Negli anni „69 e „70, in Italia e proprio all’interno delle aziende, il professor Viola della Solvay Italia, nell’industria di Rosignano Marittimo a Livorno, osservando gli operai dell’azienda aveva cominciato a produrre e diffondere in alcuni convegni dati molto preoccupanti sulla cancerogenicità del Cloruro di Vinile.

Nel 1972 invece è la stessa Montedison a finanziare l’attività di ricerca del Prof. Maltoni a Bologna sulla eventuale cancerogenicità e sulla esposizione degli operai al Cloruro di Vinile. Il risultato di tutto ciò convince le aziende che la migliore linea di intervento è che non si parli di queste ricerche, meglio ridimensionare gli studi e comunque non dare risonanza alle denunce, soprattutto del dottor Viola. Il lavoro di Viola era stato più che sufficiente per allarmare il mondo intero, ma non aveva prodotto effetti perchè si era deciso a tacere in accordo con le grandi aziende italiane, quali la Montedison, Montefiore e Enichem, e gli altri vertici del resto del mondo “…mettendo il bavaglio all’informazione, per di più senza adottare nessun provvedimento.”
Sarebbe quindi degli anni „72-„73 il patto di segretezza affinchè gli studi di Maltoni non venissero diffusi. Le più importanti aziende chimiche mondiali avrebbero sottoscritto e partecipato a questo patto.
Alla luce di ciò è immediato pensare che utilizzare contenitori e bottiglie costituiti con determinate sostanze possa risultare dannoso per la salute umana.
Dalla sorgente al consumatore
Le acque minerali sono sostanzialmente acque sotterranee di origine meteorica che durante il tragitto nel sottosuolo si depurano e si mineralizzano acquisendo quei peculiari caratteri chimici, fisici e organolettici che ne determinano le proprietà di costanza nella composizione e di purezza batteriologica che, unitamente alle proprietà terapeutiche sono i requisiti fondamentali che un’acqua minerale ad uso termale deve possedere.
• Composizione dell’acqua di sorgente
La composizione dell’ acqua dipende da:
Regime pluviometrico della zona di ricarica.
Natura delle rocce e dei sedimenti che determinano i coefficienti di infiltrazione e di solubilizzazione dai quali dipendono la potenzialità di ricarica del bacino e la tipologia dei sali rilasciati all’ acqua.
Attività antropiche presenti nel territorio
Variazioni termiche incontrate durante il percorso
Pressioni parziali dei gas nel sottosuolo
Sostanze chimiche presenti nelle acque meteoriche da cui hanno origine caratteristiche acide dell’ acqua piovana che conferiscono ad essa potere aggressivo verso materiali a comportamento basico come i carbonati.

Tempo di permanenza dell’ acqua nell’ acquifero fondamentale per creare condizioni di equilibrio. A periodi di permanenza maggiori corrispondono acque più saline. Condizioni rapide non favoriscono i processi di mineralizzazione e di autodepurazione.
Modificazioni chimiche e chimicofisiche. Avvengono all’ interno della falda e dipendono dall’ equilibrio redox, dal Ph, dalle condizioni di temperatura e di pressione, dal tipo di attività biologica in atto, da processi di attacco chimico, di scambio ionico, di solubilizzazione o di precipitazione di sali poco solubili per variazione deli equilibri di saturazione.
• Captazione
La captazione può avvenire tramite sorgente o tramite pozzo perforato, In entrambi i casi è necessario proteggere la presa con lavori di impermeabilizzazione, con la canalizzazione e l’ allontanamento delle acque superficiali al fine di evitare contaminazioni causate da infiltrazioni.
• Stabilimento di imbottigliamento
Devono seguire una certa prassi come stabilito dalle Leggi Regionali.
Lo stabilimento deve trovarsi il più possibile vicino ai punti di prelievo dell’ acqua al fine di ottenere una gestione più sicura della risorsa idrica nonché un risparmio economico.
Inoltre deve possedere le seguenti caratteristiche: laboratori per
l’effettuazione di analisi batteriologiche, chimico fisiche, locali di lavorazione, area adibita a magazzino per lo stoccaggio del prodotto confezionato.
Si devono valutare le caratteristiche ambientali circostanti.
Il Trasporto dell’ acqua dal punto di prelievo a quello di imbottigliamento deve avere tubazioni di collegamento brevi, materiali idonei, atossici ed asettici che assicurino che l’ acqua mantenga le sue caratteristiche non venendo in contatto con nessun agente esterno.
I materiali delle tubazioni devono essere di acciaio inox o di PEAD (polietilene ad alta densità) che ha le stesse caratteristiche di resistenza dell’ acciaio ma con il vantaggio della mancanza dei punti di saldatura risultando più lisce ed uniformi.
L’imbottigliamento viene eseguito attraverso una tecnica semplice e interamente automatizzata: le bottiglie, accuratamente lavate e sterilizzate, passano su un nastro trasportatore fino alle macchine riempitrici, alimentate con l’acqua della sorgente (questa viene addizionata con anidride carbonica per il tipo “gassato”), poi passano alle macchine tappatrici ed etichettatrici. Occorre tenere presente che non sono permesse molte operazioni sulle acque minerali: ad esempio si possono far decantare per eliminare alcuni composti come ferro e zolfo e naturalmente aggiungere anidride carbonica, ma non è affatto lecito fare trattamenti di potabilizzazione o battericidi.
• Imballaggi
Gli imballaggi di acqua minerale inizialmente erano in bottiglie di vetro fino alla fine degli anni ’60 che hanno visto la comparsa del PVC (polivinilcloruro) che ha cominciato gradatamente a sostituire il vetro, materiale più sano ma sicuramente più costoso, pesante e scomodo nella gestione del vuoto a rendere.
Il cloruro di polivinile, noto anche come polivinilcloruro o con la corrispondente sigla PVC, è il polimero del cloruro di vinile. È il polimero più importante della serie ottenuta da monomeri vinilici ed è una delle materie plastiche di maggior consumo al mondo.
Puro, è un materiale rigido; deve la sua versatilità applicativa alla possibilità di essere miscelato anche in proporzioni elevate a prodotti plastificanti quali ad esempio gli esteri dell’acido ftalico che lo rendono flessibile e modellabile o a composti inorganici.
Viene considerato stabile e sicuro nelle applicazioni tecnologiche, a temperatura ambiente, ma uno smaltimento non corretto può essere molto pericoloso: la combustione del PVC libera composti cancerogeni a base di cloro (diossine e furani) e genera acido muriatico in forma gassosa, uno dei responsabili delle piogge acide.
Da diverso tempo non è consentito l’uso per gli alimenti.
Successivamente, negli anni ’80 sono arrivate le bottiglie di PET (polietilene terftalato) che hanno ormai rimpiazzato completamente quelle in PVC, mentre quelle in vetro sono ormai in via di estinzione, resistendo solo in qualche nicchia di mercato vantando proprietà “terapeutiche”.
Il PET, fa parte della famiglia dei poliesteri, è una resina termoplastica composta da ftalati adatta al contatto alimentare.
La compatibilità del PET al contatto con gli alimenti (così come di tutte le materie plastiche) è sancita dalla Direttiva 2002/72/CE della Commissione Europea e successive modifiche (l’ultimo emendamento in vigore è il EC No 975/2009). Si continuano comunque ad effettuare indagini per la verifica di eventuali nuovi rischi per la salute nei prodotti usati come contenitori per alimenti.
Il PET si decompone alla temperatura di 340 °C, con formazione di acetaldeide e altri composti.

Una volta raccolte, le varie forme di PET vengono mandate ai centri di riciclaggio dove vengono fatte passare attraverso delle macine che convertono il materiale in forma di polvere. Questa polvere attraversa poi un processo di separazione e pulitura che rimuove tutte le particelle estranee come carta, metalli o altri materiali plastici.
Essendo stato ripulito, in accordo alle specificazioni del mercato, il PET recuperato viene venduto ai produttori che lo convertono in una varietà di prodotti come tappeti, cinturini e contenitori per usi non alimentari.
Esistono, tuttavia, due processi di depolimerizzazione (metanolisi e glicolisi), disponibili sul mercato, in grado di riportare la polvere di PET ripulita allo stato di monomero o di materia prima originale. Questo materiale può essere purificato e successivamente riutilizzato per la produzione di PET ad uso alimentare.
• Trasporto delle bottiglie
Il trasporto delle bottiglie avviene principalmente su gomma attraverso migliaia di tir che ogni giorno trasportano tonnellate di acque in bottiglia anche con destinazioni molto lontane rispetto a quella di origine. Un’idea dei “movimenti d’acqua” nel nostro Paese, che vede coinvolte le prime 15 marche nazionali, ci viene fornita da Altreconomia che ha realizzato una mappa delle distanze esistenti tra le sorgenti e le maggiori città italiane.
Per esempio l’acqua Lilia dalle fonti del Vulture (Basilicata) percorre 847 km per arrivare a Genova e 861 per raggiungere Milano. Al contrario, l’acqua Levissima, dall’arco alpino, per raggiungere i supermercati di Napoli compie 894 Km, la Sant’Antonio ne impiega 814.
E se prendiamo in considerazione le stesse fonti alpine e calcoliamo le distanze tra queste e le regioni ancora più a Sud, (come la Puglia ad esempio) i chilometri salgono fino a 1000, per non parlare poi del tragitto che compiono per arrivare sino a Palermo (1500 Km circa).
• Consumi e commerci
Col miglioramento della condizione economica delle famiglie e con il diffondersi di timori legati all’inquinamento idrico, l’acqua minerale ha trovato anno dopo anno un posto sempre più importante nell’alimentazione quotidiana. I motivi per i quali l’acqua minerale riscontra un simile successo vanno poi ricercati nella massiccia campagna pubblicitaria intrapresa dai produttori, i quali tendono a valorizzare sempre più le presunte virtù benefiche delle loro acque. Quest’eccessiva rivalutazione a fini commerciali si associa poi ad un diffuso timore per la salute dei nostri fiumi, sempre più esposti ad agenti inquinanti agricoli ed industriali.
L’acqua minerale rimane la bevanda più diffusa in Italia (con una penetrazione del 98% delle famiglie italiane) ed anche la bevanda più consumata in assoluto. Secondo una recente indagine di GfK Eurisko e Gfk Panel Services, condotta per conto di Mineracqua (l’associazione dei produttori di acqua minerale), l’acqua minerale viene acquistata sulla base di motivazioni che fanno riferimento principalmente a due aree: il gusto e la salute.
Questi due elementi emergono soprattutto nel confronto con l’acqua del rubinetto. Sul piano del gusto l’acqua minerale confezionata è più gradevole dell’acqua del rubinetto che risulta più pesante e con un gusto sgradevole di cloro. Sul piano salutistico l’acqua minerale confezionata è migliore di quella del rubinetto perché ha un gusto migliore, contribuisce maggiormente al benessere fisico ed è sicura e controllata.
Gli italiani sono i terzi consumatori al mondo di acqua in bottiglia. Con 204,8 litri pro-capite bevuti nel 2007, risultano i primi consumatori tra i paesi industrializzati. Un mercato probabilmente non giustificato in quanto le caratteristiche quantitative e qualitative dell’offerta di acqua per fini potabili sono sicuramente migliori dei primi due paesi consumatori (Emirati Arabi e Messico) L’importanza del fenomeno del mercato delle acque minerali in Italia è confermato anche dall’indagine ISTAT sugli aspetti della vita quotidiana delle famiglie. L’istituto di statistica rileva che l’88,6 per cento delle persone di 14 anni e più dichiara di bere acqua minerale. A livello di ripartizione territoriale, nel Nord-Ovest si concentra la più alta quota di persone che bevono acqua minerale (92,8 per cento) mentre la quota più bassa si registra nel Sud (83,7 per cento).

Questi dati rilevano come sia alta la disponibilità degli italiani a pagare un servizio di cui già dispongono. Infatti, la copertura del servizio idrico integrato ormai raggiunge la quasi totalità delle utenze domestiche con costi relativamente contenuti rispetto alla media degli altri paesi. L’acqua offerta, poi, ha buone performance qualitative garantite da un sistema di controlli efficiente e ormai consolidato. La qualità dell’acqua che sgorga dai rubinetti di ogni casa non giustifica pertanto un ricorso così massiccio al consumo di acqua in bottiglia, presente sul mercato ad un prezzo molto più alto rispetto a quella del servizio idrico, senza contare la difficoltà a prelevare un prodotto dai punti vendita dedicati in sostituzione di quello direttamente disponibile dal rubinetto di casa.
La disponibilità a pagare le acque in bottiglia in Italia sostiene un mercato le cui cifre sono ragguardevoli. Relativamente alle sole acque minerali, che sono parte dell’insieme delle acque in bottiglia risulta che al 2007 si contavano 321 marche per un giro di affari complessivo di 2.5 miliardi di euro.
Impatto ambientale
L’impatto ambientale dovuto agli imballaggi di acqua minerale inizia con la sua produzione, continua con il trasporto di milioni di bottiglie ogni giorno, sino ad arrivare alla fase finale che deve prevedere uno smaltimento/riuso controllato e non la dispersione nell’ambiente.
Basti pensare che per produrre 1kg PET da cui hanno origine 25 bottiglie da
1.5 Litri, sono richiesti: 17,5 litri di H2O + 2 kg petrolio.
Inoltre un autotreno carico immette nell’ambiente circa 1300 kg di CO2/1000 km e oltre l’80% dell’acqua minerale viaggia su gomma.
La produzione di acque in bottiglia (Italia 2007) è stata di 12.400.000.000 di litri di cui l’80% confezionata in contenitori di PET (il rimanente 20% in vetro), ciò significa 6.400.000.000di contenitori plastici da
1.5 Litri.
Sapendo che una bottiglia da 1,5 litri in PET pesa mediamente 40g, la massa complessiva delle bottiglie di acqua minerale prodotte annualmente in Italia è pari a 255.000 tonnellate.
Se tutte le bottiglie di acqua minerale prodotte annualmente in Italia venissero compresse e sistemate in piano, occuperebbero una superficie di oltre 25 km2 (3750 campi da calcio regolamentari).
Ogni anno nel mondo vengono prodotti 300 milioni di tonnellate di materiali plastici, in Italia 1,7 milioni di tonnellate di bottiglie di plastica, il cui riciclaggio spesso non è sostenibile economicamente per il basso costo del materiale soprattutto rispetto al volume che esso viene ad occupare.
Il destino di molte di quelle tonnellate di PET purtroppo è quello di finire comunque agli inceneritori; da qui, durante la combustione, enormi quantità di diossina, acido cloridrico e metalli pesanti vengono rilasciate nell’atmosfera mentre almeno 1/3 del materiale bruciato rimane come residuo da smaltire in discarica.
Per non parlare delle bottiglie che vengono abbandonate nell’ambiente dove impiegano milioni di anni a decomporsi o sono buttate in mare causando spesso la morte di diverse specie animali.
Il potere inquinante del PET è incrementato anche dall’energia che si brucia per produrlo. Per produrre 1000 bottiglie, infatti, occorrono 6,2 GJ. Moltiplicando questo valore per 1535 (la quantità prodotta in un anno) si arriva a impiegare 9517 GJ.
Un altro dato allarmante è rappresentato dal trasporto delle acque minerali che avviene principalmente su gomma promuovendo così il traffico di migliaia e migliaia di TIR, considerando anche il fatto che almeno 1/4 dell’acqua minerale ha come destinazione una nazione diversa da quella di origine. Ciò porta ad un significativo incremento dell’inquinamento atmosferico dovuto all’immissione nell’aria di inquinanti derivanti dal traffico veicolare. Infatti i veicoli pesanti, ovvero quelli coinvolti nel trasporto delle bottiglie d’acqua, rappresentano il 23% delle emissioni di PM10 da trasporto stradale.
Dal produttore al grossista, dal grossista al commerciante, dal commerciante al consumatore: sono tanti i Km percorsi, la benzina o il gasolio bruciato, le tonnellate di ossido di carbonio liberato nell’atmosfera, gli ettolitri di olio esausto da smaltire… con tutte le relative conseguenze per la salute e per l’ ambiente.
Una valida alternativa: il vetro
Una valida alternativa all’utilizzo della plastica è sicuramente il vetro che è interamente riciclabile.
Il riciclo del vetro è un processo ecologico perché riduce la massa dei rifiuti solidi urbani con un risparmio dei costi di smaltimento e di necessità di discariche.
Esso è un materiale inerte,cioè non contamina l’ambiente.
Il vetro può essere rifuso infinite volte conservando le sue proprietà.
La rifusione del rottame vetroso riduce l’utilizzo di materie prime con notevole riduzione delle attività d’estrazione delle rispettive cave tutelando e conservando così il territorio.
Inoltre riduce anche il consumo d’energia: ogni tonnellata di rottame rifuso permette di risparmiare 1,2 tonnellate di materie prime e circa 100 chili di combustibile .
Oltre al risparmio energetico, il rottame riduce l’inquinamento dei fumi di combustione, in particolare di CO2, uno dei gas che provoca l’ Effetto serra.
Il pianeta in cui viviamo è molto inquinato e per aiutarlo bisognerebbe essere più puliti e riciclare gli oggetti che non ci servono più. La raccolta differenziata è molto importante sia per l’ambiente e sia perché riciclando i materiali si risparmia.
Per capire quanto si risparmia riciclando il vetro basti pensare che per produrre un chilo di vetro si consumano 500 chili di petrolio mentre se ne consumano solo 350 grammi se si usa il vetro riciclato.
Per ogni tonnellata di vetro riciclato si risparmai tanta energia quanta quella che si riduce togliendo 1,7 milioni di macchine dalle strade.
Nel periodo 2000-2007 la raccolta e il riciclo di rifiuti di vetro in Italia hanno generato un attivo di 1,2 miliardi di euro. Sotto il profilo energetico, invece, nel 2008 il riciclo del vetro ha permesso risparmi pari a circa 2 milioni di barili di petrolio e una riduzione totale di emissioni per circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2, corrispondenti all’inquinamento prodotto dalla circolazione per un anno di circa 1 milione di vetture Euro4 di piccola cilindrata con una percorrenza media di 15 Km.
Conclusioni
Vale la pena ricordare che il riciclo consente un risparmio di materie prime, una conseguente riduzione significativa del fabbisogno energetico (per la produzione degli imballaggi in plastica) e delle emissioni inquinanti in atmosfera. Stando ai dati contenuti nel libro “Il riciclo ecoefficiente” dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia, l’utilizzo di Pet riciclato per la produzione di nuovi imballaggi consente, rispetto alla produzione da materia vergine, un risparmio in termini di emissioni di CO2 del 95% e un risparmio energetico del 93%.
Inoltre, se proprio non si può fare a meno dell’acqua imbottigliata, può essere utile attuare una forma di consumo critico, per rendere meno impattante, sotto il profilo ambientale, il suo utilizzo. Un esempio di consumo critico potrebbe essere rappresentato dall’acquisto di acqua imbottigliata proveniente da fonti regionali. Oppure si potrebbero
premiare, attraverso gli acquisti, quelle ditte che commercializzano l’acqua all’interno di contenitori in vetro e organizzano un sistema di raccolta del vuoto.
Un’altra iniziativa importante è la raccolta differenziata che è il modo migliore per preservare e mantenere le risorse naturali, a nostro vantaggio ma soprattutto delle generazioni future: riusare, riutilizzare e valorizzare i rifiuti, contribuisce ad un grosso risparmio energetico ma soprattutto a restituirci e conservare un ambiente “naturalmente” più ricco.

Staphilococcus aureus, Pseudomonas aeruginosa, Esterichia coli. Sono loro i batteri killer, i più diffusi e pericolosi per la nostra salute umana, colpevoli di causare oltre la metà delle infezioni gravi che si registrano negli ospedali. Resistenti e refrattari a molti antibiotici e per la cui prevenzione non è ancora disponibile alcun vaccino. Nel corso del primo “Progetto Nazionale per la sorveglianza delle infezioni batteriche gravi in ambito comunitario e ospedaliero” si è visto che l’infezione causata da P. aeruginosa, soprattutto nei reparti di terapia intensiva, è particolarmente resistente a una serie di antibiotici. Ecco alcuni numeri: i carbapenemi non sconfiggono il batterio in più del 12% dei casi e il ceftazidime in più del 23%. Ma le probabilità di insuccesso degli antibiotici aumentano qualora si scelga una terapia a base di ciprofloxacina. In questo caso, infatti, più del 30% dei pazienti continua a convivere con l’infezione causata da P. aeuriginosa.
Tuttavia questo germe resta in Italia ancora sensibile ai trattamenti con piperacillina combinate con il tazobactam. Un’altra “bestia” che mette a repentaglio la nostra salute all’interno degli ospedali è l’Escherichia coli. Il batterio è in questo caso resistente nel 60% dei casi all’ampicillina, nel 35% al cotrimossazolo, nel 40% dei pazienti alle doxicicline e nel 25% ai chinolonici. Il batterio non ha invece alcuna possibilità di scampo qualora si decida di combatterlo a suon di piperacillina, tazobactam e carbopenemi, che sconfiggono le infezioni nel 100%
dei casi. Tra gli stafilococchi è senz’altro l’aureus il batterio più malefico. E’ resistente nell’87% dei casi alla penicillina, nel 40% alle gentamicine e nel 35% dei casi all’oxacillina, e pertanto ai beta-lattamici. Viene invece totalmente debellato da una terapia a base di vancomicina o linezolide. Quando a provocare l’infezione è, invece, il batterio Stenotrophomonas maltophilia può essere utile, perché sensibile a questi farmaci, una terapia a base di cotrimossazolo e piperacillina, ceftazidime e alcune combinazioni beta-lattamici/inibitori delle beta-lattamasi. Due enzimi cromosomici la rendono invece intrinsecamente resistente alle vecchie penicilline, alle cefotaxamine e al ceftriaxone. Infine, nel caso di malattie provocate dall’Acinetobacter spp, un nuovo e pericoloso batterio in terapia intensiva, data la produzione di beta-lattamasi, alcuni ceppi sono resistenti alle penicilline, ai carbapenemici, alle vecchie cefalosporine e a un numero sempre crescente di quelle di terza generazione. Gentamici e fluorochinoloni sono anche poco attivi contro questi batteri. Per questo “agente malefico”, ancora oggi la migliore terapia resta quella a base di piperacillina insieme al tazobactam.

Le battaglie ambientaliste forse a qualcosa sono servite. L’acqua del rubinetto negli ultimi tempi ha guadagnato una nuova fiducia da parte dei cittadini. Secondo una recente indagine condotta da Cra Nielsen per Aqua Italia, negli ultimi quattro anni oltre 7 milioni di italiani sono tornati a bere acqua del rubinetto, e attualmente il 74% della popolazione dichiara di bere acqua dell’acquedotto. Il problema però è rimasto il solito: siamo i primi consumatori europei di acqua minerale, e i terzi al mondo. Ogni anno acquistiamo ben 12,5 miliardi di litri d’acqua in bottiglia (prevalentemente di plastica). Centinaia di camion trasportano casse di minerale su e giù per la Penisola.
Sulla sorte dell’acqua del rubinetto incidono le consuetudini, ma anche i gusti, su cui le rassicurazioni ecologiste valgono ben poco. Dal lavandino esce acqua potabile, ma spesso non in grado di soddisfare il palato. Come in ogni scelta, oltre all’intelletto entrano in gioco i sensi. Sono il gusto, l’olfatto e la vista a fare la differenza. L’acqua di casa, diciamolo, spaventa soprattutto per due motivi: per il sapore di cloro e per quelle fastidiose incrostazioni di calcare che si sedimentano su lavabi e lavandini. Così ci chiediamo: «Se l’acqua danneggia tubazioni ed elettrodomestici, vuoi vedere che non possa danneggiare anche me?». Nella nostra mente scrosciano idee contrastanti, spesso poco fondate. Cosa privilegiare? La salute o l’ecologia? Il piacere o il risparmio?
I sistemi di filtraggio dell’acqua in questo senso sembrano la manna dal cielo. L’aspetto pratico ed ecologico si sposa con il privilegio di bere un’acqua dal gusto più che accettabile. Certo, per eliminare il gusto di cloro basterebbe lasciare l’acqua per mezz’ora in un recipiente. Ma non diamocela a bere: la maggior parte degli italiani si fida ancora poco di controlli e tubazioni.
In questo numero ci siamo occupati essenzialmente di filtri domestici per l’acqua potabile nella loro variante più semplice e a buon mercato: le caraffe filtranti da tavola. Da qualche anno questi oggetti si sono imposti in cucina come soluzione convincente e facile da capire: l’acqua scorre lentamente attraverso un filtro intercambiabile. La cartuccia, che in alcuni modelli è anche riciclabile, è costituita da carboni attivi e da resine a scambio ionico, a cui possono venire aggiunti sali d’argento, conosciuti per la buona capacità battericida. Con 30 euro di acquisto, e 6 euro al mese per i ricambi, ce la possiamo anche cavare.
Buchi nell’acqua
C’è chi le caraffe le usa regolarmente e dice di aver felicemente risolto ogni problema di gusto. C’è addirittura chi mette l’acqua filtrata nel ferro da stiro, per evitare la formazione del calcare. Se questa fosse la riprova definitiva, non ci resterebbe che dire: il sistema funziona! Al punto che, come ci ha segnalato pochi mesi fa un appassionato lettore, «sembra un po’ di bere acqua distillata». Insomma, il gusto è gradevole e il calcare per miracolo scompare. Ma siamo sicuri che le caraffe ci restituiscano un’acqua davvero sana?

Se confrontiamo i test effettuati da varie associazioni di consumatori europei, purtroppo il risultato è un po’ sconcertante. A una prima prova di laboratorio le caraffe mantengono in larga parte ciò che promettono: abbattono il cloro, eliminano il calcare e hanno una buona efficacia nel trattenere solventi ed erbicidi. Più difficile verificare il filtraggio di sostanze come il piombo, perché ormai solo molto raramente è rintracciabile nelle tubazioni.
Tuttavia, una cosa è il laboratorio, ben altro è l’uso domestico quotidiano. Il problema, come hanno rilevato le analisi chimiche più rigorose, è che con il passare del tempo non solo nelle caraffe si riduce la capacità filtrante, ma l’acqua diventa addirittura più carica di contaminanti. Il concetto è molto semplice da capire. «I carboni funzionano un po’ come delle spugne» ci spiega Maurizio Casiraghi, docente di evoluzione biologica e molecolare all’Università Bicocca di Milano. «Quando il carbone attivo si satura, si comincia ad avere un rilascio progressivo delle molecole precedentemente trattenute, che possono anche combinarsi tra loro e formare sostanze poco salutari».

Anche in caso di corretta manutenzione con la periodica sostituzione delle cartucce, i filtri a carboni attivi perdono progressivamente la loro funzione, e dopo appena due settimane le decantate prestazioni delle caraffe risultano per lo più disattese. Come dimostra il test effettuato da Altroconsumo (luglio 2007), per mezzo della loro porosità i carboni attivi riescono a trattenere alcune sostanze, soprattutto inquinanti organici come pesticidi e solventi industriali. Non riescono però a eliminare con altrettanta efficacia i batteri e i nitriti. L’esempio di Al- troconsumo mostra come dopo quindici giorni di uso in alcuni campioni di acqua fitrata, si possa trovare una quantità di nitriti ben superiore a quella contenuta nell’acqua di partenza. Stessa sorte per l’ammonio, che viene liberato dai carboni attivi in una quantità ben superiore al limite di legge.
Ma il problema principale dei carboni attivi, come ci segnalano i chimici intervistati, è la capacità di diventare un potenziale luogo di coltura per alcuni batteri, come mostrano alcune ricerche commissionate da associazioni di consumatori fuori frontiera. Se il test di Altro- consumo è stato eseguito in condizioni di assoluta attenzione igienica, la rivista francese Que Choisir nel marzo dello scorso anno ha voluto sottoporre l’acqua alla prova del fuoco. Le caraffe sono state cioè osservate nel loro normale utilizzo domestico, seguendo le abitudini di trenta famiglie. Ebbene, dentro le mura domestiche, tutti i buoni risultati ottenuti in laboratorio vengono ribaltati. Come in uno strano maleficio, vengono riesumate e moltiplicate tutte le sostanze filtrate in precedenza, come piombo, nitrati, calcare, tracce di argento e pesticidi.

Colpa della scarsa manutenzione o dell’uso in condizioni igieniche approssimative. Il dottor Casiraghi su questo aspetto è categorico: «Il rischio più elevato è quello delle contaminazioni batteriche. Per evitare proliferazioni bisogna ricordarsi di cambiare a tempo debito le cartucce. E le caraffe vanno necessariamente mantenute in frigorifero, anche quando sono vuote. Il cambio di qualità purtroppo al gusto non è percettibile».
Anche in Germania, con qualche anno di anticipo, le caraffe facevano un buco nell’acqua. La tedesca Stif- tung Warentest già nel lontano 2000 aveva valutato negativamente l’efficacia delle caraffe filtranti. La maggior parte dei filtri presi in esame poteva ridurre il contenuto di metalli pesanti, ma finiva per rilasciare altre sostanze aggiuntive, come l’argento. Un fatto di per sé inaccettabile, dato che il filtraggio, in linea di principio, non dovrebbe sovraccaricare l’acqua con altre sostanze.
Bisogna inoltre sottolineare un giudizio piuttosto univoco: anche in caso di perfetta efficienza, rimane comunque il fatto che l’acqua risulta essere simile più o meno all’acqua distillata. Con l’obiettivo di contenere le sedimentazioni, vengono trattenuti minerali fondamentali come il calcio e il magnesio. Conseguentemente, come ci spiega Maurizio Casiraghi, aumenta anche l’acidità e la capacità di reagire a contatto con materiali di cottura o di deposito.

Meglio le caraffe o il rubinetto?
Abbiamo intervistato Maurizio Casiraghi, ricercatore in zoologia presso il dipartimento di biotecnologie e bioscienze dell’Università di Milano-Bicocca, dove è docente di evoluzione biologica e molecolare. Casiraghi è uno degli ideatori di ImmediaTest (www.immediatest.com), un kit che permette di valutare la qualità dell’acqua del rubinetto di casa, permettendo di misurare alcuni dei parametri chimici più significativi e di confrontarne i valori con quelli previsti dalla legge.
A quanto sembra gli italiani si preoccupano molto delle particelle di sodio o del calcare. Ma siamo sicuri di conoscere davvero l’acqua?
La gente generalmente è interessata a conoscere se l’acqua è dura o sa di cloro. Ultimamente qualcuno tira fuori il problema dell’arsenico, perché l’ha sentito dire in televisione. Un allarmismo spesso ingiustificato, perché gli acquedotti forniscono per la maggior parte dei casi acqua sicura e di qualità.
È dunque il calcare il nemico del popolo?
Senza dubbio il problema del calcare è molto sentito, credo che dipenda dal peso di alcune campagne pubblicitarie. Abbiamo tutti in mente la serpentina della lavatrice incrostata negli spot dell’anticalcare. Alla fine ci è venuto il sospetto che un’acqua un po’ più dura possa combinare lo stesso guaio anche dentro di noi. Ma tra il corpo umano e un elettrodomestico c’è molta differenza.
Vuol dire che non si formano calcoli e incrostazioni?
Con l’aumento della temperatura, il carbonato di calcio precipita e il calcare si deposita sul bordo delle pentole. Ma noi non ingeriamo acqua bollente, e il corpo comunque gestisce i carbonati in modo diverso. Tanto per intenderci, i calcoli renali sono costituiti principalmente da ossalati di calcio, un altro tipo di molecola rispetto ai carbonati. Alcuni medici continuano a consigliare acqua leggera, ma esistono diversi studi che smentiscono il legame tra calcoli e acqua dura. Per di più i carbonati sembrano avere una funzione positiva sulla sistema cardiocircolatorio.

«Abbiamo tutti in mente la serpentina della lavatrice incrostata negli spot dell’anticalcare. Alla fine ci è venuto il sospetto che un’acqua un po’ più dura possa combinare lo stesso guaio anche dentro di noi. Ma tra il corpo umano e un elettrodomestico c’è molta differenza»

Nell’acqua del rubinetto ci sono altri residui di cui ci dobbiamo preoccupare?
L’acqua di casa generalmente è molto sicura. Tra gli elementi più problematici compaiono senza dubbio i nitriti, e in misura inferiore i nitrati. Si tratta di due forme diverse dell’azoto, conseguenza evidente di un elevato impiego di concimi. Dosi elevate di accumulo di queste sostanze possono causare anche una malattia, piuttosto rara, che colpisce i bambini: la metaemoglobinimia.
Presso quali acquedotti si registrano maggiori concentrazioni di nitriti?
Tendenzialmente in zone di pianura, dove c’è un impatto antropico rilevante e un apporto massiccio dell’agricoltura, come in Pianura Padana. Gli acquedotti di pianura però in molti casi subiscono dei trattamenti adeguati e subiscono il controllo costante, sia da parte delle Asl che dell’ente erogatore. L’acqua di rete di Parma ad esempio è molto vicina al valore massimo di 50° di durezza, ma ha un ottimo filtro che

neutralizza altre sostanze pericolose. L’acqua è monitorata e trattata in modo diverso anche in funzione delle variazioni stagionali: nei periodi di siccità deve essere più controllata e filtrata, mentre se piove è maggiormente diluita, e si ha meno necessità di intervenire.
L’acqua del rubinetto quindi è già filtrata?
Certo, già depurata e filtrata. Il principio è quello di filtrarla in parte, deprivandola di tutti i principi, per poi immetterla di nuovo in rete. Tendenzialmente viene fatta un’osmosi inversa, mescolando l’acqua distillata con l’acqua della falda. Sarebbe impossibile e troppo costoso filtrarla tutta.
Sembra un vero intruglio! Ma poi è vero che è più controllata?
Fino a pochi anni fa erano molto più controllate le acque dell’acquedotto. Adesso da circa tre anni si impongono controlli molto più accurati anche per l’acqua in bottiglia. Bisogna dire la verità: le due normative si sono molto avvicinate. Quindi niente pregiudizi ideologici: oggi sono ben controllate anche le minerali!
Paradossalmente il parametro durezza è l’unico che risulta consigliato e non obbligatorio. Consideriamo che con i sistemi di filtrazione domestica, come l’osmosi inversa o il carbone attivo, l’acqua viene spesso portata sotto il valore soglia.
E cosa mi dice dei trialometani, ovvero dei derivati del cloro? Sono pericolosi per la salute? In che modo possono formarsi?
Il cloro è fondamentale, perché nel nostro complesso sistema idrico, anche se l’acqua scorre, da qualche parte esistono sempre delle vasche di accumulo. E qui potrebbe subire delle contaminazioni batteriche. La clorazione, opportunamente misurata e controllata, è la grande soluzione che ha abbattuto questi problemi. È vero, il cloro reagisce con i composti azotati creando cloroammine. Ma l’acqua del rubinetto non è l’acqua di una piscina. Anche nel caso di un forte odore di cloro rimane comunque ampiamente al di sotto della soglia tollera

ta. Resta solo un problema di odore, risolvibile semplicemente lasciando decantare l’acqua in un recipiente largo. Nel nostro kit non a caso abbiamo escluso il cloro, perché è talmente sotto la soglia che il valore sarebbe stato sempre negativo.
Alcuni test di laboratorio hanno mostrato che con i filtri a carbone attivo si aggiungono all’acqua sostanze come ammonio, argento o altri metalli pesanti. Bisogna preoccuparsi?
Questi carboni attivi sono delle spugne. Trattengono bene gli inquinanti, ma oltre un certo livello si saturano e cominciano a generare un rilascio progressivo. Alcune delle molecole intrappolate si combinano tra di loro, dando luogo ad altre sostanze non presenti nell’acqua di origine.
Quindi le caraffe filtranti sono da buttare?
Dal mio punto di vista no. In caso di adeguata manutenzione non abbiamo evidenze di grossi problemi. È assolutamente necessario però sostituire il filtro e mantenere le caraffe in frigorifero, anche quando non si usano. Il principale problema è di tipo microbiologico e si verifica quando l’acqua staziona a temperatura ambiente.
Adesso vogliamo la verità: lei le usa o no le caraffe filtranti?
Tendenzialmente berrei acqua del rubinetto, ma mia moglie preferisce quella filtrata e a volte la bevo anch’io. In realtà credo che si potrebbe anche variare. L’acqua può essere più dura in estate, più leggera in inverno. Si potrebbe scegliere su base stagionale.
Dovremo diventare dei sommelier dell’acqua?
Esattamente, ce ne sarebbe proprio bisogno. Durante un percorso elaborato insieme a Legambiente abbiamo proposto spesso il gioco dell’assaggio dell’acqua. Il confronto è tra due diverse bottiglie di acqua minerale gassata e due di acqua del rubinetto addizionata con anidride carbonica. Le risposte sono risultate totalmente casuali: nessuno riesce a riconoscere la differenza.

Caraffe e sceriffi: problemi con la legge
E se le caraffe filtranti fossero illegali? L’articolo 5 del decreto ministeriale 443/90 parla un linguaggio insolitamente cristallino: «In considerazione dei documentati rischi di proliferazione batterica e di rilascio incontrollato di microinquinanti, i semplici filtri a carbone attivo da soli non sono ammessi per il trattamento domestico delle acque potabili». A quanto pare gli apparecchi a carboni attivi dovrebbero disporre, per legge, di un sistema che disinfetti l’acqua dopo il trattamento, con raggi UV, ozono o argento,ma non è chiaro cosa contengano esattamente molte delle cartucce in commercio.
«Anche se nessuno ci vuole credere, per la legge italiana le caraffe sono fuori legge, perché non idonee al trattamento dell’acqua potabile per uso alimentare» è l’aspro commento di Paolo Bernardi, responsabile dell’azienda AQsystem. «Le caraffe da tavola sono tutte costituite con filtri a carbone attivo, alcuni anche con sali d’argento, mescolati con resine a scambio ionico. Il carbone attivo elimina il cloro e rende l’acqua piacevole al palato, mentre le resine abbassano notevolmente o completamente la durezza scambiando il calcio con il sodio. Il risultato è un gusto buono, un tè limpido e l’eliminazione di residui calcarei nel ferro da stiro. Il cliente ha così la sensazione che il filtro funzioni bene, ma le cose stanno diversamente». Citando il decreto 443/90, Bernardi ricorda che l’uso dei filtri a carbone attivo è ammesso solo se questi sono batteriostatici e dotati di specifico nulla osta. «Dovrebbero essere in possesso di approvazione ministeriale come filtri a struttura composita, ma è un documento che di fatto nessuna caraffa ha in dotazione. Inoltre sia il DM 443/90 che DL 31/2001 vietano l’abbassamento della durezza sotto i 15 gradi francesi, con la motivazione che il calcio è importante nell’acqua per diversi motivi, compresa la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Perché dunque eliminarlo e sostituirlo con il sodio?».

«Anche se nessuno ci vuole credere, per la legge italiana le caraffe sono fuori legge, perché non idonee al trattamento dell’acqua potabile per uso alimentare.»

Mentre stavamo per chiudere il nostro articolo è poi sopraggiunto un fatto nuovo: ai produttori di caraffe filtranti è stato inferto un attacco frontale senza precedenti. A fine febbraio, la Procura di Torino ha aperto un’inchiesta sulle caraffe filtranti, raccogliendo la denuncia di Mineracqua, la federazione italiana delle industrie delle acque minerali, che ha fornito i risultati delle analisi svolte all’Università La Sapienza di Roma. Il pm Raffaele Guariniel- lo ha aperto un fascicolo per diffusione di alimenti pericolosi e frode in commercio, affidando ai Nas il compito di fare approfondimenti. Secondo quanto è stato denunciato da Mineracqua, i tre modelli di caraffe sottoposti ai test, delle marche Brita, Coop Viviverde e Auchan Laica, peggiorerebbero la qualità dell’acqua: in primo luogo, le sottraggono gli «elementi nutritivi» abbattendo i valori di iodio, fluoro e calcio. Ma il presidente di Mine- racqua, Ettore Fortuna, segnala anche problemi di carattere igienico: il filtro, stando allo studio depositato, può rilasciare sostanze indesiderabili e l’apparecchio, per essere bonificato completamente, dovrebbe essere lavato a una temperatura superiore ai cinquanta gradi.
«Le caraffe filtranti esaminate rilasciano particelle nere fini e finissime derivanti da un filtro a carbone attivo presente nel sistema filtrante, ma un filtro idoneo non dovrebbe rilasciare alcuna particella» ha dichiarato Fortuna. «Si può supporre che in aree geografiche con acque più ricche di sali la durata dell’efficacia della caraffa filtrante risulterà ancora inferiore a quella verificata nei test, mentre in aree con acque a basso contenuto di sali, il trattamento determinerà non conformità più marcate. Ne consegue che l’efficacia della caraffa non potrà essere la stessa in tutto il territorio nazionale». È del tutto evidente che siamo di fronte a un’offensiva commerciale da parte di chi ha interessi economici ben precisi. Ma intanto, come si usa dire in Italia da un po’ di tempo a questa parte, è bene che la giustizia faccia il suo corso.
La smentita più tempestiva nel frattempo è arrivata da Brita, leader mondiale che da 45 anni produce solo caraffe filtranti: «Abbiamo le certificazioni di due ministeri della salute, quello tedesco e quello austriaco. I filtri sono poi garantiti dagli enti certificatori Tuv e Tifq. Questo esposto è frutto di una guerra tra acque potabili e acque minerali. Le nostre caraffe si lavano in lavastoviglie, e stiamo iniziando a mettere a nostre spese i bidoni per la raccolta dei filtri, che vengono riciclati e rigenerati. Inoltre avvertiamo i consumatori di non utilizzare l’acqua filtrata se hanno problemi cardiaci o di insufficienza renale».
La guerra dell’acqua forse è già cominciata e non ce n’eravamo accorti. Vedremo in tribunale chi riuscirà ad avere la meglio. Comunque sia, per le nostre beneamate caraffe emergono problematiche che sarà senz’altro difficile riuscire a gestire dal punto di vista commerciale.
L’acqua del rubinetto è già filtrata
Malgrado tutte le nostre sventure, viviamo ancora in un Paese opulento e fortunato. Un paese ricco di sorgenti, in cui non manca di che vivere. C’è cibo in abbondanza e una rete idrica nazionale, che con tutti i suoi difetti garantisce acqua potabile pressoché a tutta la popolazione. Lasciamo perdere per un attimo la riflessione sugli sprechi, i disservizi e la vetustità dei nostri acquedotti: l’acqua del sindaco è più sicura di quanto si possa credere. Se pensiamo che sul Pianeta una persona su otto non ha ancora accesso all’acqua potabile e che ogni anno oltre un milione e mezzo di bambini sotto i 5 anni muoiono per la sua carenza, possiamo proprio affermare di essere nati con la camicia.
Fatta questa premessa, dobbiamo sicuramente fare di più per salvaguardare un bene comune essenziale e tanto conteso dalle multinazionali. Secondo il Rapporto Blue Book, ogni giorno si perdono dalle condutture 104 litri d’acqua per abitante, pari al 27% di quella prelevata. E come se non bastasse, l’Italia è al primo posto in Europa per i consumi di acqua pro capite.
Se lo standard qualitativo della nostra acqua potabile è ancora insufficiente o non soddisfa le esigenze degli utenti, bisogna cominciare a pensare di rivedere le reti idriche municipali e mettere in discussione le soluzioni di filtraggio e purificazione. Questioni che di per sé potrebbero rendere superfluo il ricorso a un filtraggio successivo. Perché, ricordiamolo, i filtri domestici riescono a togliere quel fastidioso sapore di cloro, ma hanno senso di esistere solo su un’acqua resa potabile già a monte.

Le acque di migliore qualità all’origine, derivate da sorgenti e pozzi profondi, necessitano in genere di trattamenti semplici, e il cloro potrebbe essere sostituito benissimo dall’uso di raggi ultravioletti e ozono. Sistemi che non lasciano residui chimici pericolosi e non incidono sul sapore, facendoci risparmiare un bel po’ di acqua minerale. La gestione del «caso arsenico», dopo che Bruxelles ha negato la deroga ai limiti per la potabilità a 128 comuni italiani, ha mostrato un volto ulteriore della faccenda. Le aziende private o mistoprivate hanno disatteso il compito di far rientrare l’acqua del rubinetto nei valori consentiti dalla legge. In occasione del referendum magari potremmo ricordarcene. Insieme al diritto per un’acqua pubblica se ne potrebbe rivendicare anche un altro: il diritto all’acqua buona!

Acqua di casa: possiamo fidarci?
L’acqua dell’acquedotto è davvero la migliore? Una domanda politicamente scorretta che non potevamo eludere dalla nostra ricerca.
Abbiamo chiesto un parere a Michela Trevisan, biologa e nutrizionista, autrice di Terra Nuova, che sul cloro ha un’opinione un po’ diversa.
L’acqua del rubinetto è senz’altro la più ecologica, su questo non ci piove. Possiamo dire con altrettanta facilità che non presenta problemi di nessun tipo?
Dipende. È vero solo nei casi in cui l’acqua del rubinetto derivi da falda profonda, al di sotto della falda freatica. In rari casi potrebbe essere «buona» anche l’acqua di superficie, se priva di inquinanti derivati dall’agricoltura e dall’industria e non sottoposta a clorazione.
La clorazione sembra una condanna…
Il tema dell’acqua mi ha appassionata fin dall’università. Nel 1988 scrissi una tesi di laurea sui metodi alternativi alla clorazione dell’acqua. Già da una decina d’anni, infatti, esistevano chiare evidenze scientifiche di come la clorazione, eseguita su acque di superficie, portasse alla formazione di sostanze cancerogene, come ad esempio i trialometani.
Di questo tema ancora irrisolto si parla pochissimo e lo si divulga ancora meno, anche perché la soluzione, probabilmente unica, sarebbe quella di intervenire sui fatiscenti acquedotti italiani, ormai ridotti a colabrodo tanto da produrre una perdita di acqua in alcune zone fino al 60%. Da questi buchi chiaramente a ogni caduta di pressione possono entrare batteri e altri inquinanti.
Per questo motivo in Italia è impensabile al momento utilizzare in tutto il territorio sistemi di potabilizzazione con disinfettanti diversi dal cloro – come l’ozono, l’acqua ossigenata o gli UV utilizzati in altri paesi europei – perché, non essendo persistenti, non garantirebbero la salubrità dell’acqua all’uscita dal rubinetto.
Cosa succede esattamente all’acqua sottoposta al cloro?
Le acque superficiali contengono sostanza organica derivata dalla decomposizione di animali e vegetali, che a contatto con il cloro porta alla formazione di cloroderivati (alogena- ti). Per queste sostanze, a causa della loro comprovata azione mutagena e cancerogena, la legge ha stabilito dei limiti. Ma per le sostanze cancerogene non esistono limiti a rischio zero. Nelle acque sorgive, o di falda profonda, dove la sostanza organica non è presente, queste sostanze non si formano.
È sufficiente lasciare decantare l’acqua per disperdere il cloro?
In realtà ciò che si disperde è solo il cloro libero sotto forma di gas, che è un irritante per le mucose delle alte vie respiratorie. Quello più pericoloso, che ha reagito con la sostanza organica, rimane nell’acqua.
Qual è il tuo consiglio da nutrizionista? Quale acqua dobbiamo bere?
Da nutrizionista e ambientalista dico che è fortunato chi può disporre di una fonte di falda profonda. Personalmente quando viaggio in automobile mi porto sempre dietro dei bottiglioni di vetro. Quando andiamo in montagna, o quando passo per una fonte di falda profonda, li riempio.
A chi può disporre solo di acqua di superficie dall’acquedotto e non ha fonti a portata di mano consiglio di alternare, magari tra acque a basso e acque ad alto residuo fisso. Alcune rinomate acque in bottiglia infatti sono troppo povere di minerali per essere l’unica acqua che beviamo. Al contrario di quanto si sente dire spesso, il calcio e il magnesio dell’acqua si assorbono bene e aiutano l’equilibrio dell’apparato digerente. In questo senso è meglio variare anche le marche, perché se ci sono degli inquinanti è bene non accumularli. Ovviamente se optiamo per la bottiglia bisogna scegliere sempre e solo quella di vetro, con vuoto a rendere!

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