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Sacra Sindone, lo studio scientifico afferma: avvolse un uomo torturato non è un falso

Da poco era stata scoperta una sostanza spia della degradazione di sangue e fibre muscolari nel lino della Sindone, ed ora si è conclusa un’altra ricerca volta a svelare il mistero: l’identificazione di un’altra sostanza, anche questa legata alla degradazione del sangue, che avvalora l’ipotesi che nella tela conservata a Torino sia stato avvolto un uomo che prima era stato torturato. Il risultato, pubblicato sulla rivista Applied Spectroscopy, è frutto dalla collaborazione tra Giulio Fanti, del dipartimento di Ingegneria industriale dell’università di Padova, e Jean-Pierre Laude, dell’azienda francese Horiba Jobin-Yvon, specializzata in tecniche di analisi. La sostanza in questione, la biliverdina, è stata identificata tra le fibre della Sindone grazie alla tecnica della spettroscopia Raman, che riconosce la struttura delle molecole, come se fosse una sorta di impronta digitale.
La biliverdina viene prodotta dalla degradazione dell’eme, ovvero un componente di proteine di sangue e muscoli. Il nuovo risultato va dunque ad aggiungersi a quello recentemente pubblicato sulla rivista Plos One, frutto della collaborazione fra università di Padova e Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), che aveva individuato la presenza di un componente del sangue come la creatinina e di una proteina presente in molti tessuti, come la ferritina. I due risultati, soprattutto sommati, indicano che l’uomo avvolto nella Sindone aveva affrontato una morte crudele, ha rilevato Fanti. “Infatti – ha spiegato – un trauma produce la biliverdina come degradazione dell’emoglobina nel sangue e la creatinina con ferritina risulta dalla degradazione delle fibre muscolari”. Secondo il ricercatore “questi risultati rappresentano un importante passo in avanti negli studi sull’autenticità della Sindone perché, mentre è confermato il fatto che essa realmente ha avvolto un uomo torturato a morte, è molto improbabile che un artista, forse nei secoli passati, sia stato in grado di aggiungere tutti questi dettagli alla sua opera d’arte“.
L’uomo avvolto nella Sindone, dunque, è stato sottoposto a pesanti torture prima di una morte crudele. Le prove biologiche ritrovate non lasciano alcun dubbio. La Santa Sindone conservata a Torino dal 1578 è ritenuta da molti il lenzuolo in cui il corpo di Gesù di Nazareth è stato avvolto dopo la sua morte per crocifissione ed è stata oggetto di numerose indagini tecnico-scientifiche. Lo studio recente su una fibra di lino estratta dall’impronta dorsale visibile sulla Sindone nella regione del piede, “Raman and Energy Dispersive Spectroscopy (EDS) Analysis of a Miscrosubstance Adhering to a Fiber of the Turin Shroud” è stato dunque condotto da un team internazionale e realizzato nell’ambito di una collaborazione scientifica franco-italiana.
La fibra di lino in questione, è stata estratta dalla regione del sangue dei piedi nell’immagine dorsale. Lo spettro Raman della micro-sostanza sottoposta a analisi, aderente alla fibra, è stato confrontato con numerosi spettri pubblicati per coloranti, pigmenti vecchi o moderni, sangue intero, sangue secco, globuli rossi, albumina, macchie di sangue molto antiche, e vari prodotti ematici di degradazione. È stato dimostrato che i picchi Raman rilevati potrebbero corrispondere a frequenze di vibrazione trovate nei composti derivanti da biliverdin, ad eccezione di una linea debole che si è tentato di attribuire all’amide I. La biliverdina è conosciuta come un prodotto ossidativo di scissione dell’anello ematico del sangue. La spettroscopia dispersiva dell’energia (Energy Dispersive Spectroscopy, EDS) del campione conferma una composizione elementale pienamente compatibile con questa ipotesi.
In conclusione – spiega Giulio Fanti -, accoppiando questi nuovi risultati sulla biliverdina con quelli riguardanti la creatinina con la ferritina recentemente pubblicati su Plos One Journal, si ottiene per l’Uomo avvolto nel tessuto funebre uno scenario crudele, codificato nelle fibre sindoniche in micro/nano scala. Infatti un trauma produce la biliverdina come degradazione dell’emoglobina nel sangue e la creatinina con ferritina risulta da degradazione delle fibre muscolari”.

Molti studi sono stati condotti nel corso degli anni sulla stoffa, poi nelle polveri trovate sulla stoffa, e poi le tracce scure rossastre, ed infine l’immagine. Questa tenue immagine giallino di un uomo che ha fatto tanto discutere e tanto affascina tutti quanti quelli che si avvicinano a questo straordinario oggetto. Questa immagine straordinaria misteriosa che è un ingiallimento della stoffa stessa, non dovuta pigmenti quindi non si tratta di pittura, non è una bruciatura dovuta ad un bassorilievo riscaldato come qualcuno ha ipotizzato, ma si tratta di un ingiallimento per disidratazione della stoffa, simile a quello che avviene per l’esposizione alla luce solare di una stoffa.

Dunque, come se in quel punto dove c’è l’immagine avessimo un’energia o una luce che ha scurito il telo, dando proprio le sembianze del corpo che fu avvolto in quel tempo. Per quanto riguarda la stoffa, una stoffa di lino tessuto a spina di pesce, con una mano fattura uguale a quella che si usava in medio oriente all’epoca di Cristo, non solo il tipo di stoffa, ma anche la polvere trovata risale a quell’epoca e a quell’ambiente. Nella sacra sindone sono state trovate tracce di pollini la maggior parte dei quali sono di piante che non crescono in Europa ma in Medioriente, ed alcuni sono proprio tipiche specifiche e addirittura esclusive della zona attorno a Gerusalemme.

Oltre questi pollini quindi, che ci avvicinano a una fioritura primaverile in medio oriente, abbiamo addirittura delle piccole tracce di aragonite, un minerale che presente nella sindone è identico a quello ritrovato nelle grotte di Gerusalemme, poi molto interessante la traccia dell’aloe e la mirra, le due sostanze profumate anti putrefattivi e che venivano usate dagli ebrei per la sepoltura dei loro cadaveri.Queste polveri profumate dovevano essere cosparse anche nell’ambiente sepolcrale. Le tracce rosse sono proprio di sangue umano che si è coagulato sulla pelle di una persona ferita che poi si disciolto a contatto con questo lenzuolo.

Il sangue della Sindone, il celebre telo conservato a Torino e che moltissimi fedeli in tutto il mondo riconoscono come il panno che avvolse il corpo di Gesù Cristo, apparterrebbe ad un uomo “che è stato torturato prima di morire”. Esattamente come il Messia, che subì numerose torture prima di essere condannato a morire sulla Croce.

A riferirlo è la rivista scientifica Applied Spectroscopy, che avrebbe individuato una sostanza legata alla degradazione del sangue. Tale sostanza, chiamata biliverdina, è stata identificata tra le fibre della Sindone grazie alla tecnica della spettroscopia Raman, capace di riconoscere la struttura delle molecole come fosse una sorta di impronta digitale.

Come spiega Giulio Fanti del dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova al “Secolo XIX”, “è un trauma a produrre la biliverdina come degradazione dell’emoglobina nel sangue e la creatinina con ferritina risulta dalla degradazione delle fibre muscolari”.

Pertanto, stando alla ricerca, l’uomo della Sindone avrebbe subito una morte molto dolorosa, dovuto appunto a delle torture. Ma la tesi viene subito smentita da monsignor Giuseppe Ghiberti e il professor Bruno Barberis, due tra i massimi “sindonologi” al mondo. Per i due studiosi, Fanti non può dimostrare la provenienza dei frammenti di lino sui quali è stata condotta la ricerca.

La Sacra Sindone, conservata dal 1578 a Torino e ritenuta da molti il lenzuolo in cui fu avvolto il corpo di Gesù di Nazareth dopo la crocifissione, continua a far parlare di sé. Il lenzuolo di lino che secondo un’antica tradizione ha avvolto il corpo di Gesù dopo la crocefissione, sarebbe venuto effettivamente a contatto con il sangue di un uomo morto per aver subito molti gravi traumi. È quanto emerge da una ricerca su una fibra di tessuto estratta a suo tempo dall’impronta dorsale del lenzuolo, nella regione del piede. Lo studio è stato condotto da due istituti del Cnr, l’Istituto Officina dei Materiali (IOM-CNR) di Trieste e l’Istituto di Cristallografia (IC-CNR) di Bari, insieme al Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova. L’articolo dettagliato con i risultati della scoperta e le misurazioni effettuate viene pubblicato oggi sulla rivista scientifica americana PlosOne con il titolo “Atomic resolution studies detect new biologic evidences on the Turin Shroud? (Nuove evidenze biologiche rilevate da studi di risoluzione atomica sulla Sindone di Torino).

“Gli esperimenti sono stati condotti tramite un nuovo metodo di microscopia elettronica in trasmissione a risoluzione atomica e diffrazione di raggi x ad ampio angolo” spiega Elvio Carlino, dell’IC-CNR, che ha guidato la ricerca. “In particolare gli studi si sono concentrati sulle regioni della fibra lontane dalle macchie visibili in microscopia ottica. La fibra è stata studiata a risoluzione atomica per lo studio di nanoparticelle organiche, secondo un metodo recentemente messo a punto nel centro di Trieste che ho diretto sino a poche settimane fa. Lo studio ha dimostrato come la fibra di lino sia cosparsa di creatinina, di dimensioni fra 20 e 90nm (un nanometro equivale a un milionesimo di millimetro), legata a piccole particelle di ferridrato di dimensioni fra 2nm e 6nm, tipiche della ferritina”.

L’articolo dimostra, osserva il professor Giulio Fanti dell’Università di Padova, “come le particelle osservate, per dimensione, tipo e distribuzione, non possano essere degli artefatti realizzati nei secoli sul tessuto della Sindone”. Vengono smentite ancora una volta tante fantasiose ricostruzioni relative alla fattura della Sindone come oggetto dipinto. “Inoltre – aggiunge Fanti – l’ampia presenza delle particelle di creatinina legate alle particelle di ferridrato non è tipica di un organismo sano. È invece indice di un forte politrauma subito dal corpo avvolto nel lino. Lo studio indica che l’uomo deposto nella Sindone è stato vittima di pesanti torture prima di una morte cruenta”.

A questa conclusione i ricercatori – firmano lo studio anche Liberato De Caro e Cinzia Giannini dell’IC-CNR – sono giunti “sulla base delle evidenze degli esperimenti di microscopia elettronica a risoluzione atomica e facendo riferimento a recenti studi medici su pazienti che hanno subito forti politraumi e tortura”, conclude Carlino. “Nelle fibre è registrato a livello nanoscopico uno scenario violento, la vittima del quale è stata poi avvolta nel telo funerario. Queste evidenze potevano essere svelate solo con le metodiche messe a punto recentemente nel campo della microscopia elettronica a risoluzione atomica”.

Il risultato della ricerca, condotta da centri scientifici di avanguardia, è di notevole interesse e conferma le ipotesi avanzate da precedenti indagini, come quelle compiute dal biochimico Alan Adler negli anni Novanta: non ci sono ormai più dubbi sul fatto che il telo sindonico abbia avvolto il cadavere di un uomo torturato e ucciso con la stessa modalità descritta nei Vangeli per la crocifissione di Gesù. Un elemento importante del quale si dovrà tenere conto nel momento in cui verranno autorizzati dalla Santa Sede nuovi esami completi su campioni ufficiali.

Inizialmente interessato alla Sindone, più per la dolorosa partecipazione alle estreme sofferenze di un uomo, che al fatto se fosse o meno l’immagine di Gesù, la cui dimostrazione di verità o falsità comunque non avrebbe tolto nulla al rapporto personale tra Dio e gli uomini, ne ho sempre ricercato maggiori informazioni da fonti genuinamente laiche e possibilmente non credenti.
Non che i fatti di Dio si possano ovviamente tutti spiegare con la ragione, tuttavia il nostro pensiero è anch’esso dono di Dio e come tale acquisisce il diritto di ricercare evidenze e riscontri razionali anche in campi non propriamente razionali.

Con questo approccio, sono stato casualmente presente ad una delle illustrazioni del compianto Prof. Luraschi sul suo lavoro di continua ricerca della verità sul Telo Sindonico. Sono stato colpito ed affascinato dalla sua ” passione laica”, così si autodefiniva, nell’affermare l’assoluta autenticità del telo, non ricorrendo a misteri della fede o ad un puro fatto personale di credente o non credente, ma attenendosi al semplice metodo investigativo di : osservare, concatenare e dedurre.
Ho cominciato a selezionare le informazioni che mi interessavano cercando di farmi una idea personale sulla veridicità o meno della Sindone, evitando studi e ricerche dichiaratamente di parte: da ambo le parti.

Dopo le recenti ricerche , soprattutto quelle dell’ ENEA del 2010-2011, e l’utilizzo di un modello matematico per il calcolo delle probabilità (documenti ampiamente inseriti in questo lavoro) non ho più alcun dubbio sul fatto che la Sindone di Torino sia realmente il Sacro Sudario di Gesù Cristo, figlio di Dio, risorto.
Non che una verità matematica e razionale ‘costringa’ matematicamente a credere in Dio. L’iniziativa è sempre di Dio, spetta poi a noi accettarla o meno. Chi non vuol credere rimane libero di non credere anche davanti all’evidenza della veridicità della Sindone. Il libero arbitrio è salvo.

Ma i riscontri sono incredibilmente tanti, precisi e seri: per esempio è stato calcolato che la probabilità complessiva che l’impronta cadaverica del lenzuolo Sindonico non appartenga all’uomo di cui è narrata la sevizie nei Vangeli è di 1 su 200 miliardi, vista la inusualità di alcune sequenze della tortura, sufficiente a essere certezza in considerazione del fatto che non ci sono stati 200 miliardi di morti per crocifissione.

Da un altro modello probabilistico, che tiene conto delle nuove acquisizioni scientifiche, risulta che la Sindone è autentica con probabilità del 100% e corrispondente incertezza pari a 10 -83 , ciò equivale ad affermare che è più probabile fare uscire per 52 volte consecutive uno stesso numero al gioco della roulette piuttosto che affermare che la Sindone non sia autentica. L’alternativa del falso medievale ha una probabilità dello 0% e corrispondente incertezza pari a 10 – 83.
Di fronte a queste evidenze mi meraviglio fortemente come ancora le strutture ufficiali non ne dichiarino definitivamente l’autenticità. Quasi avessero paura che Gesù sia esistito veramente. Spesso le verità più semplici ed evidenti vengono oscurate o messe in dubbio da chi ha interesse a limitarne l’evidenza o nel ricondurle, nella migliore delle ipotesi, ad un puro fatto di credo personale e non di evidenza universale.
Lascio comunque al lettore la libertà di formarsi una propria idea, leggendo queste poche righe, ma soprattutto, se interessato, approfondendo queste tematiche attraverso l’ampia bibliografia allegata.
Da uomini e donne perfetti nel Progetto ma ancora imperfetti nella realizzazione, siamo sempre alla ricerca di prove; è umano. Adesso, almeno per me, la prova c’è ed è la Sacra Sindone.
Tuttavia questa improvvisa certezza, invece di riempirmi di gioia, come a Tommaso nel toccare le sue piaghe, mi riempie di grande dolore e profonda tristezza nell’avere evidente con quale arroganza, con quanta violenza e crudeltà abbiamo trattato il nostro migliore amico.

Il 14 ottobre 1988 il cardinale Ballestrero ha annunciato al mondo il verdetto degli scienziati incaricati di verificare mediante la prova del C 14 l’età della Sindone. Ebbene, il lenzuolo funebre, conservato nella Cattedrale di Torino, risalirebbe ad una epoca compresa tra il 1260 ed il 1390. La Sindone sarebbe quindi opera di un abile falsario medievale.

è una conclusione, questa, di eccezionale importanza e gravità, soprattutto perché sono in gioco sentimenti ed immagini cui la devozione e l’arte di gran parte dell’umanità sono legate da oltre un millennio, da quando, cioè, al volto di Cristo furono attribuite le fattezze che si leggono mirabilmente sul sudario di Torino.

Questo risultato avrebbe come diretta conseguenza che quel volto meraviglioso, che gli artisti hanno immortalato in innumerevoli capolavori e che tanto amore e speranza ha suscitato e suscita fra gli uomini di buona volontà, quel volto dai lunghi capelli e dalla fluente barba bipartita, con i segni di una sofferenza inenarrabile e, al tempo stesso, di una maestosa serenità, non è di Gesù.
Tutto è cominciato il 21 aprile 1988, allorché il cardinale Ballestrero autorizzò il prelievo del margine inferiore destro del telo sindonico di una striscia lunga cm. 7 e larga cm. 1 (mg. 150), per consegnarla, divisa in tre parti, ad altrettanti prestigiosi laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, i quali avrebbero dovuto sottoporre i rispettivi frammenti alla prova del C14.

A sovraintendere la procedura fu chiamato un responsabile del Bristih Museum al quale spettava anche il compito di fornire ai tre istituti altri due o tre (vedremo il perché del dubbio) campioni di controllo, ricavati da altri reperti tessili, i quali avrebbero dovuto  assicurare, attraverso un procedimento cosiddetto alla cieca, l’obbiettività dei risultati.

L’esito si ebbe il 14 ottobre 1988; la Sindone al 95% risalirebbe al 1260-1390 e, comunque, non vi sarebbe probabilità alcuna che risalga al 1° secolo d.C. Lo ha stabilito l’esame del C14, una prova ormai sperimentata ampiamente con successo per datare materiale organico.

A inventarla fu nel 1947 Willard Franck Libby. Si fonda sul principio che ogni organismo vivente assorbe durante la vita C14, un isotopo radioattivo del Carbonio presente nell’atmosfera e generato dal contatto dei raggi cosmici con l’azoto. Con la morte dell’organismo il C14 comincia a decadere secondo tempi regolari e conosciuti, trasformandosi ancora in azoto.

Misurando il C14 superstite si scopre il grado di decadimento e, quindi, la data del reperto. L’attendibilità del risultato è ovviamente condizionata dalla corretta manipolazione dell’oggetto e dal fatto che il medesimo non abbia subito inquinamenti o contaminazioni, che possono alterare la quantità del C14, provocando artefatti invecchiamenti o ringiovanimenti.
E questo è il primo punto da discutere, poiché il trattamento riservato alla Sindone suscita parecchie perplessità. A cominciare dal prelievo dei campioni; milioni di spettatori hanno visto alla televisione (TG 1 speciale) come vi fosse chi, secondo le regole, prendeva i frammenti di Sindone con asettiche pinzette e chi, invece, con le mani nude, e chi addirittura si appoggiava con i gomiti sul telo. Inoltre la scelta della zona da mutilare fu quanto mai infelice per la presenza dei fili dell’impuntura che tengono unita la Sindone al telo d’Olanda sottostante, d’epoca medievale.
Un testimone ha riferito di aver visto nel laboratorio di Zurigo fili rossi e blu (quelli dell’impugnatura appunto di origine medievale) che spuntavano dall’originale. (cfr. Avvenire, del 3 novembre 1988). Rimane inoltre il dubbio su come gli analizzatori abbiano risolto il problema dell’ inquinamento del sacro lino. Problema questo complesso che ha indotto l’inventore stesso del metodo, Frank Libby, a rinunciare all’esame, dubitando dell’attendibilità del suo esito, tante e tali furono le peripezie della Sindone.

Peripezie della Sindone
A questo punto verrebbe da chiederci se glia analizzatori dei reperti fossero a conoscenza di queste peripezie. Del resto la Sindone ebbe una storia travagliata, che solo nel 1353, quando fu esposta per la prima volta a Lirey, in Francia, possiamo seguire con una certa sicurezza. Vari e ripetuti fattori avrebbero potuto inquinarla prima e dopo la sua ufficiale comparsa, alterando l’esito del C14: le peregrinazioni, documentate o ipotizzabili in base ai pollini su di essa rinvenuti da Max Frei, che la portarono da Gerusalemme ad Edessa, da Costantinopoli a Lirey, da Chambery a Torino; le oltre 100 ostensioni che la esposero per lunghi periodi al fumo delle candele, alla fuliggine, alle gocce di cera; i funghi vivi, le spore, gli acari presenti in gran copia sul tessuto; la bollitura in olio subita bel 1503, con successivo lavaggio con lisciva; l’incendio del 1532 a Chambery, che la sottopose ad almeno 220° di calore, carbonizzandola in 16 punti; i secchi d’acqua versati per sottrarla al fuoco, i rammendi delle suore ecc. infine la stessa Resurrezione di cui nessuno può verificare gli effetti in relazione al C14.
Ne consegue che la Sindone non è il reperto ideale per l’analisi del C14. Non è, per intenderci, la classica mummia egiziana rimasta sigillata ed incontaminata nel suo sarcofago per millenni. Ma vi è di più. Nel 1982 fu fatto ad opera dell’Università di California un test segreto su un filo sindonico: incredibilmente le estremità del medesimo diedero datazioni diverse, da una parte 200 d. C., dall’altra 1000 d.C. (cfr. Giornale del 29 novembre 1988). Dunque vi sarebbe stato un decadimento differenziato all’interno della stessa Sindone. La conclusione ovvia è che la Sindone, considerando le sue peripezie note ed ignote, abbia avuto tutto il tempo e le opportunità di “ricaricarsi” indirettamente di C14 e quindi di “ringiovanire”.
Inoltre gli analizzatori avrebbero dovuto condurre l’indagine alla “cieca”, senza conoscere, cioè, l’identità del campione sindonico e degli altri di controllo, ed invece alcuni responsabili dei laboratori coinvolti furono in prima fila all’atto del prelievo dei frammenti, vedendo e toccando l’inconfondibile tessuto a trama spigata della Sindone. E’ inoltre loro noto che gli altri due campioni di controllo erano rispettivamente di una mummia egiziana del 1° sec. D.C. e di un lenzuolo funerario della Nubia dell’ XI secolo, entrambi non a trama spigata e, quindi, ictu oculi, diversi dal tessuto della Sindone. Di fronte comunque a questi dati che contesterebbero la veridicità della Sindone, ve ne sono tante altri che invece la sostengono, dalla medicina alla chimica, dalla palinogia alla numismatica, dalla fotografia all’archeologia, dalla filologia alla storia, all’arte.

Che cosa è la Sindone? Un lenzuolo di lino puro (con tracce di cotone), a trama spigata, tessuta in diagonale 3 a 11, ingiallito nel tempo, ma ancora morbido, lungo m. 4,36 e largo 1,10, su cui è impressa l’immagine frontale e dorsale di un corpo umano. Le impronte sono di due colori: marrore-rossiccio (sangue rappreso); giallo-seppia (impronta del corpo).
Il lenzuolo reca tracce di bruciature recenti, rappezzate, e di macchie d’acqua. Si conserva in una teca d’argento nella cappella barocca del Guarini nella Cattedrale di Torino.

La storia della Sindone è complessa ed a tratti malsicura. Comparve per la prima volta in modo documentato nel 1353, quando fu esposta in una piccola chiesa di Lirey, un villaggio a 160 km a sud-est di Parigi.
Ne era proprietario il conte di Goffredo di Charny, che poi sarà ucciso dagli inglesi nella battaglia di Poitiers. La vedova ne continuò l’esposizione nella speranza di trarne un utile, considerando l’epoca particolarmente sensibile al culto delle reliquie. Circolavano almeno trenta Sindoni, ma quella di Lirey ebbe certo il successo maggiore.
Che sia la stessa di Torino lo prova un amuleto di piombo, miracolosamente restituito dalla Senna, che reca incise le sembianze dell’Uomo del Sacro Telo, nonché le insegne di Goffredo e di sua moglie.
La Sindone ritorna in scena qualche decennio più tardi, quando il vescovo di Troyes, Pietro di Arcis vietò di mostrare a chiunque la reliquia. Ma il suo ordine fu disatteso, cosicché egli, pur di averla vinta, non esitò a dichiararla falsa, adducendo come prova la confessione, ricevuta nel sacramento della penitenza, di colui che l’aveva dipinta. La questione fu risolta dall’antipapa Clemente VII, il quale, con bolla del 1390, autorizzava l’ostensione, purché la famiglia di Charny dichiarasse trattarsi di una riproduzione del vero sudario di Cristo (pictura seu tabula).
Cappella di Chambery
Nel 1453 l’ultima erede dei Charny (scomunicata per non aver restituito alla chiesa la Sindone) consegnò (o vendette) la reliquia ai Savoia, presso cui rimase sino alla morte di Umberto II, che la lasciò al Vaticano.
I Savoia per essa fecero costruire una cappella a Chambery. Qui nel 1532 un violento incendio fuse il reliquiario d’argento in cui era custodita la tela, lasciandola miracolosamente intatta, se si escludono i danni non gravi provocati da una goccia d’argento liquefatto e dai secchi d’acqua che le suore le versarono sopra.

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One comment

  1. Ravecca Massimo

    Il più grande artista è Gesù di Nazaret, se la Sindone di Torino è un suo autoritratto di natura miracolosa. Al suo interno contiene la perduta o forse solo nascosta Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci. Tramite la somiglianza del volto contenuto nell’immagine della ferita al costato della Sindone, con il volto urlante del guerriero centrale, Niccolò Piccinino della Tavola Doria che della Battaglia di Anghiari di Leonardo realizzata a Firenze a Palazzo Vecchio nel Salone dei Cinquecento, riproduce La lotta per lo stendardo. I geni hanno un intelligenza simile nel metodo, producono opere analoghe, e hanno un volto somigliante nella maturità. L’autoritratto di Leonardo ricorda il volto sindonico. Cfr. ebook/kindle. La Sindone di Torino e le opere di Leonardo da Vinci: analisi iconografica comparata.

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