Salerno shock, sbagliano la diagnosi e devono tagliare l’intestino ad una ragazza 18enne

Uno sbaglio dei medici i quali non hanno indovinato la diagnosi di una paziente scambiando i sintomi di un’infiammazione all’appendice per una dismenorrea, queste sono le cause che hanno portato al l’immediata esportazione di una parte importante del l’intestino ad una ragazza di solo 18 anni. Ovviamente i familiari della ragazza hanno subito sporto denuncia verso il 118 è il medico di base della ragazza. Per il momento la decisione del gruppo Maria Zambrano virgola stato rinvio a giudizio di sanitari.

Le necessità mediche della ragazza sono iniziate nel febbraio del 2014, quando i familiari chiamarono la guardia medica per sollecitare un intervento domiciliare. La diciottenne, a parte il ciclo mestruale aveva forti dolori al ventre con febbre alta, vomito e diarrea. Il medico consiglia loro di chiamare il 118 in quanto «meglio attrezzati per la visita domiciliare e che avrebbero potuto provvedere, nel caso, al ricovero ospedaliero».

 Arrivato il medico, lo stesso somministra una flebo endovena alla paziente diagnosticandogli una semplice sindrome influenzale dovuta alle mestruazioni. Nei giorni successivi però la situazione della giovane peggiora ed allora viene chiamato il medico di base il quale solo il 17 febbraio consiglierà un ricovero immediato in ospedale a causa di un addome acuto.

Una volta arrivati in ospedale, dopo la diagnosi dei medici di una appendicite acuta, i genitori della ragazza ritengono di portarla in una clinica privata romana dove verrà operata e dove i medici constateranno un quadro clinico drammatico. Per questo motivo, la famiglia della diciottenne decide di sporgere denuncia ai medici salernitani che avevano preso a dir poco sotto gamba la situazione.

Uno studio non randomizzato suggerisce che il trattamento conservativo in bambini con appendicite acuta non complicata è fattibile e che la percentuale di successo a breve termine è elevata. Quando si parla di appendicite acuta il pensiero corre subito all’intervento chirurgico. Tuttavia in una pillola precedente abbiamo visto che in circa il 60% dei casi di forme non complicate si può ricorrere alla terapia antibiotica . Questa scelta può avere luci e ombre. Chi sostiene la priorità dell’intervento chirurgico obietta che in circa il 40% dei casi la terapia antibiotica fallisce per cui è comunque necessario ricorrere all’intervento. Inoltre la metanalisi che aveva esaminato l’utilità della terapia medica aveva potuto ritrovare pochi studi per un totale di soli 900 pazienti. Infine il medico può non essere sicuro di trovarsi di fronte ad un caso di appendicite non complicata perchè non è sempre agevole, prima dell’intervento chirurgico, escludere qualche complicazione (perforazione, ascessualizzazione), pur disponendo attualmente di sofisticati mezzi diagnostici come la tomografia computerizzata. Viene pubblicato ora uno studio non randomizzato in cui sono stati arruolati 77 bambini con appendicite acuta non complicata; trenta di questi hanno scelto la terapia antibiotica e 47 l’intervento chirurgico . Il successo della terapia medica è stato di 29 casi su 30 nell’immediato e di 27 su 30 a distanza di 30 giorni. Nei tre pazienti in cui è stato necessario ricorrere all’intervento non si è verificata la rottura dell’appendice. La disabilità ha avuto una durata di 3 giorni rispetto ai 17 giorni del gruppo chirurgico. Nel gruppo terapia medica si è registrata anche una migliore qualità di vita, sia nei bambini che genitori. Lo studio suggerisce quindi che il trattamento medico dell’appendicite acuta non complicata ha una probabilità elevata di successo. Tuttavia gli autori avvertono che un follow up più prolungato permetterà di valutare se tutto questo si mantiene nel tempo. Va considerato che lo studio in questione non era randomizzato: la scelta se sottoporsi all’intervento o limitarsi alla terapia medica era effettuata dai bambini e dai loro familiari. Si può quindi pensare che la gravità dell’appendicite non fosse paragonabile tra gruppo medico e gruppo chirurgico (quello medico potrebbe aver avuto una forma meno grave). In realtà gli autori affermano che non vi erano differenze tra i due gruppi per quanto riguarda le caratteristiche demografiche e cliniche. Rimane però il fatto che non vi era randomizzazione. In ogni caso ci sembra ancora valido quanto scrivemmo a suo tempo: la scelta conservativa ha discrete probabilità di successo per cui si potrebbe optare inizialmente per gli antibiotici, tenedo sotto stretta osservazione clinica e strumentale il paziente, pronti ad intervenire in caso di mancato miglioramento o di comparsa di segni che facciano pensare ad una complicanza. Bisognerà fare attenzione, però, a non procrastinare troppo la sala operatoria nei casi complicati: potrebbe essere pericoloso o comunque rendere più difficile l’opera del chirurgo. In ogni caso è probabile che questa strategia, nella pratica, passi in secondo piano, anche per motivi medico-legali. Almeno finchè non avremo i mezzi diagnostici per individuare con accuratezza quel sottogruppo di pazienti che potrebbero essere trattati con antibiotici con ragionevole sicurezza.

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