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Salute: gli italiani sono i più sani al mondo, lo dice Bloomberg

L’Italia è un paese in crisi è vero e potrà anche avere mille problemi relativi alla gestione dell’assistenza sanitaria, ma secondo quanto riferito dal Bloomberg Global Health Index che analizza le condizioni di salute di 163 paesi, sembra proprio che il nostro sia quello con la miglior salute del pianeta. Ebbene si,  il nostro Paese secondo una classifica promossa da Blooberg, risulta essere il paese con la migliore salute del pianeta con 93,11 punti assegnati su una scala di 100; si è arrivati a questa conclusione grazie ad un indicatore che ha tenuto conto di una serie di fattori, come ad esempio la durata media della vita, nutrizione, salute mentale e fattori di rischio come ad esempio il tabagismo e la pressione sanguigna.

 Sulla base di questi dati, dunque, le aspettative di vita sarebbero aumentate negli ultimi anni e sono ormai oltre gli 80 anni in Italia, davanti a Islanda e Svizzera, Singapore ed Australia in fatto di salute. Dunque, un neonato che vede la luce in Italia ha ottime possibilità di raggiungere gli 80 anni, a differenza di un neonato che nasce a 3.000 chilometri più a sud, ovvero in Sierra Leone, dove la vita media è di appena 52 anni.

Bloomberg ha tenuto conto, inoltre, di altre variabili quali l’aspettativa di vita, le cause di decesso ed i rischi per la salute come la malnutrizione e la disponibilità di acqua potabile. Ma se gli italiani sono il popolo più sano ed in salute a livello mondiale, il merito sembra essere attribuito in gran parte alla dieta mediterranea che come sappiamo è una dieta piuttosto ricca di verdure e di olio extravergine di oliva; proprio a tal riguardo Bloomberg ha citato il parere di Adam Drewnowski, ovvero il direttore del Center for Public Health Nutrition dell’Università di Washington, secondo cui è di fondamentale importanza per i consumatori poter avere accesso a prodotti freschi, frutta e pesce.

La salute degli italiani supera, dunque, tutto anche la crisi ed anche il benessere psicofisico, secondo Bloomberg è più basso in altri paesi più ricchi del nostro come ad esempio la Germania o appunto gli Stati Uniti; è anche vero che la solidità economica è piuttosto importante e lo testimonia il fatto che tra le prime 20 classificate dell’indice di Bloomberg solo Cipro e Singapore non sembra facciano parte del gruppo OCSE ovvero i paesi con le economie più sviluppate.

Gli Stati Uniti nonostante sia un paese abbastanza ricco ed occidentalizzato ha registrato un risultato basso nella classifica di Bloomberg trovandosi ad occupare il 34esimo posto nella lista; a determinare questo risultato pare abbiano contribuito i problemi di obesità che in alcuni Stati applicano purtroppo il 35% della popolazione. Subito dopo l’Italia c’è l’Islanda, seguita da Svizzera, Singapore e Australia. Al sesto posto la Spagna, tallonata dal Giappone, poi Svezia, Israele e Lussemburgo, mentre per trovare la Francia bisogna scendere fino al quattordicesimo posto, la Germania è 16esima, la Gran Bretagna è 23esima, gli Stati Uniti appunto 34esimi.

Sembrava che la transizione demografica, e cioè il passaggio da un regime demografico caratterizzato da alta fecondità e alta mortalità a uno con bassi livelli di entrambi, dovesse costituire un percorso irreversibile verso la modernità e il progresso, ma la realtà, in qualche caso, ha deluso queste aspettativa. Negli anni ’90, dopo il crollo del muro di Berlino, l’Europa dell’Est, in particolare la Russia e alcuni paesi satelliti dell’ex Unione Sovietica, hanno subito una recrudescenza di mortalità e, quasi nello stesso periodo, svariati paesi dell’Africa sub-Sahariana, a cominciare dal Botswana, hanno visto la speranza di vita diminuire anche di 20 anni a causa dell’AIDS. Insomma niente è scontato e la transizione sanitaria sembra percorrere un difficile cammino in molti paesi poveri, rafforzando la contrapposizione fra Nord e Sud del mondo e, in Europa, fra paesi occidentali e orientali. Gli articoli raccolti in questa sezione spaziano sulle tematiche che riguardano salute e longevità, ma si soffermano su aspetti particolari, come il caso del virus Ebola nell’Africa centrale, o il genericidio, che minaccia bambine e donne in alcuni paesi caucasici. Nel primo caso è la situazione di miseria e di arretratezza ambientale che mette in condizione di vulnerabilità la popolazione di fronte a una virus aggressivo che solo nel ricco occidente (dove i servizi sanitari sono generalmente ottimi e la presenza medica capillare) si può combattere con qualche probabilità di guarigione e che invece nei paesi poveri africani non lascia scampo. Nel secondo caso sono i fattori culturali dominanti – in sostanza la diffusa preferenza per il figlio maschio – che determinano rapporti fra i sessi alla nascita fortemente distorti a favore dei maschi, come risultato di aborti selettivi, favoriti dalla recente diagnostica prenatale. L’articolo sulle relazioni fra obesità e salute è una sorta di campanello d’allarme che parte dall’America ma si fa sentire in tutto il mondo, dato che anche nei paesi emergenti obesità e diabete si vanno diffondendo assieme al benessere e al mutamento degli stili di vita. Ma sono gli USA che più degli altri sembrano, al momento, colpiti, e le conseguenze si avvertono nel peggioramento della sopravvivenza per alcuni gruppi di popolazione, in particolare quella meno istruita. L’aumento della longevità che caratterizza la maggior parte delle donne europee qui vive un momento di stasi, anzi di lieve declino, proprio a causa della diffusione dell’obesità, del fumo e dell’assunzione indiscriminata di farmaci: fenomeni diffusi, e quindi difficili da combattere, ma che è ormai impossibile ignorare.

Vivere a lungo, ma quanto a lungo?

Massimo Livi Bacci Non ebbe una vita “brutale e breve” – tale venne definita da Hobbes la vita umana – Jeanne Calment, agiata negoziante, morta a Arles il 4 agosto 1997. Il fatto, in sé, non sarebbe di grande interesse, se non fosse che Jeanne era nata, sempre ad Arles, il 21 febbraio del 1875 ed è stata la persona che ha vissuto più a lungo al mondo, la cui longevità è inconfutabilmente documentata. Centoventidue anni rappresentano una lunga vita, ma si può pensare che resti un fatto eccezionale, dovuto a una coincidenza straordinaria di eventi, con scarsa rilevanza per la società. Le cose, tuttavia, non stanno esattamente così. Aumenta l’età massima al decesso In tutti i paesi che hanno sistemi di registro delle nascite affidabili, si nota un fatto assai interessante. Anno dopo anno, pur con oscillazioni dovute al caso, l’età «massima» alla morte (cioè, l’età della persona più vecchia deceduta in ciascun anno) si è spostata in avanti. Ciò è in parte dovuto a un fatto meramente statistico: la platea dei concorrenti è cresciuta, un po’ perché molte più persone sopravvivono a 90, 100 o più anni, e un po’ perché le popolazioni sono aumentate di numero. È quindi più facile che il caso, operando invece che su 100 persone, su 1.000, 10.000 o 100.000, determini circostanze eccezionali che innalzano il record. Ma questo fatto suggerisce anche che una durata «limite» della vita umana non può essere identificata, e che l’età massima alla morte si sposta in funzione del miglioramento del grado di salute della popolazione. Il caso della Svezia – con statistiche secolari affidabili e precise – è stato studiato con accuratezza: negli anni Sessanta dell’Ottocento, l’età massima al decesso fluttuava, anno dopo anno, attorno a 101 anni; questi valori sono andati gradualmente aumentando, fino a toccare 109 anni (circa 108 per gli uomini e 110 per le donne) all’inizio di questo secolo . L’aumento più forte si è toccato negli ultimi tre decenni: l’età massima alla morte si è accresciuta ad una media di circa 1,1 anni ogni decennio; si potrebbe ipotizzare che – mantenendo questo ritmo –il «tetto» record dei 122 anni eccezionalmente toccato da Jeanne Calment potrebbe diventare l’estremo limite (con un ossimoro: l’estremo «normale» limite) della vita nei paesi ricchi verso la fine di questo secolo.

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