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Scuola Decreto P.A. pronta stretta su furbetti del weekend e assenze di massa

Nella riforma del pubblico impiego che il governo approverà entro febbraio, ci sarà anche un piano di stabilizzazione del precari storici. Verrà predisposta una sorta di «road map», un cronoprogramma che dovrebbe permettere tra il 2018 e il 2020 l’ingresso nei ranghi delle amministrazioni di tutti i lavoratori che hanno contratti flessibili o a tempo determinato. Si tratta di 76 mila persone, alle quali vanno aggiunti altri circa 40 mila lavoratori che hanno contratti di collaborazione coordinata e continuativa, i cosiddetti Co.co.co. In che modo dovrebbe avvenire la stabilizzazione? L’ipotesi è quella di utilizzare lo stesso schema messo in campo per assumere i precari della scuola e le maestre degli asili nido. Un meccanismo basato sulla stabilizzazione di coloro che erano in graduatoria e di concorsi con posti dedicati per gli altri.

Chi ha già superato una prova selettiva, insomma, dovrebbe vedersi trasformato in automatico il suo contratto a tempo indeterminato. E questo dovrebbe essere il caso dei circa 76 mila lavoratori che hanno un contratto a termine che, in teoria, dovrebbero essere stati già tutti selezionati tramite una procedura concorsuale. Diverso è, invece, il caso dei Co.co.co. Questi ultimi sono stati assunti discrezionalmente dalle amministrazioni. Per potere entrare a far parte della Pa, quindi, dovranno passare per un concorso pubblico. Una selezione nella quale, comunque, si troverebbero ad avere un vantaggio non secondario, ossia la riserva fino alla metà dei posti complessivamente banditi dalle amministrazioni. Per i Co.co.co, tuttavia, c’è un problema non secondario che ancora non avrebbe trovato una soluzione definitiva. I 40 mila contratti sono scaduti alla fine dello scorso anno, ma appena prorogati dal governo per tutto il 2017. I concorsi inizieranno soltanto nel 2018. Il rischio è che dal prossimo primo gennaio i precari si trovino senza stipendio in attesa della procedura selettiva per entrare nell’amministrazione.

Il governo sta dunque ragionando ad una serie di soluzioni tecniche. O una ulteriore proroga di un anno, in attesa dei concorsi, oppure un allungamento del rapporto di lavoro da inserire direttamente nelle norme transitorie della riforma del pubblico impiego.

La soluzione, comunque sia, deve essere risolta anche perché Roma ha il fiato di Bruxelles sul collo. Nella pubblica amministrazione ci sono dipendenti che occupano la stessa posizione anche da cinque sei anni, con un contratto a termine. Se fossero stati lavoratori del settore privato, oggi già sarebbero stati assunti, visto che è non si possono superare i 36 mesi con i contratti a termine per uno stesso datore di lavoro. Il rischio, insomma, è quello che scatti una procedura d’infrazione. Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. «Il dato fornito dalla Ragioneria dello Stato sulle unità precarie è a dir poco preoccupante», ha commentato il commissario della Cisl Funzione Pubblica, Maurizio Petriccioli, riferendosi all’ultimo conto annuale. «Oltre 57mila lavoratori ancora non stabilizzati nelle Regioni e negli Enti Locali e 30mila nella Sanità. Stiamo parlando di figure professionali che prestano servizio stabilmente ma sono ancora precarie», spiega in una nota. Si tratta, dice, di «un’anomalia, più volte sotto l’attenzione della Corte europea». Secondo il responsabile settori pubblici della Cgil, Michele Gentile «occorre soprattutto prevedere un percorso che dal tempo determinato porti al tempo indeterminato, evitando che si ripeta quello che è accaduto con i contratti di formazione, un insuccesso a causa del blocco del turnover». Per i segretario confederale della Uil, Antonio Foccillo, «inserire nella Pubblica Amministrazione l’apprendistato è cosa giusta». Per il sindacalista anche «il telelavoro» è una forma di lavoro flessibile in grado di coniugare più interessi, ma, avverte, attraverso il nuovo Testo Unico del pubblico impiego, l’obiettivo che si persegue deve essere «il superamento del precariato».

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