Sgominata baby gang a Pavia: in chat violenze come trofeo, un 15enne incatenato e portato a spasso in catene

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Gli accertamenti dei militari la banda di ragazzini avrebbe agito come un “branco” prendendo di mira compagni di classe o vicini di casa più deboli e incapaci di difendersi. Ma la gang, composta da minorenni, è stata sgominata dai carabinieri di Vigevano, nel Pavese: 4 giovanissimi sono stati arrestati per concorso in violenza sessuale, riduzione in schiavitù, pornografia minorile, violenza privata aggravata, e sei denunciati.

La loro vittima preferita era un ragazzino di 15 anni, studente del primo anno di un istituto tecnico superiore, ridotto a una sorta di “passatempo” dei bulli e oggetto di una vera e propria persecuzione fisica e psicologica. Le umiliazioni venivano puntualmente riprese con gli smartphone e poi diffuse sui social network e su Whatsapp.

Violenze esibite in chat come trofei – In un’altra occasione, in cinque contro uno l’avevano afferrato con la forza, denudato, tenuto appeso per le gambe a testa in giù sopra un ponte e costretto a subire atti sessuali. Il branco è formato da una decina di ragazzi di buona famiglia, figli di professionisti, commercianti, impiegati, operai. Le vessazioni e le umiliazioni, però, erano cresciute d’intensità fino a diventare sempre più violente e insopportabili. Il 15enne “bullizzato” oltre a crederlo amico, lo vedeva come persona da emulare, e per non essere emarginato dal gruppo ha anche accettato piccole angherie e prese in giro.

Le indagini dei carabinieri del capitano Rocco Papaleo sono state complesse e delicate. Giovani minorenni che picchiavano e umiliavano i coetanei. Inutile cambiare strada o scappare: i bulli erano andati a cercarlo per costringerlo a veri e propri abusi e per “utilizzarlo” nei loro “giochi” prevaricanti e violenti, anche e solamente per avere qualcosa da poter fotografare con i telefonini e quindi esibire come trofeo con altri coetanei. Cinque in particolari i bruti, tre hanno 15 anni, uno ne ha 16, e c’è anche un tredicenne, non imputabile. A ottobre avevano gettato sassi contro un treno regionale, provocando ritardi di 30 minuti nella corsa. Infatti, alcuni tra gli indagati dovranno rispondere anche di una “spedizione punitiva”, risalente a febbraio 2017.

Gli accusati

La scuola media dei bulli è un edificio moderno, curato e ben tenuto in un paese nei pressi di Vigevano. Poco dopo l’una e mezza suona la campanella ed escono i ragazzi. «Sì sì, li conosciamo. Ma qui facevano solo un po’ i bulletti, niente di tanto grave», raccontano.

Nulla che non potesse essere tollerato e punito con qualche sospensione. Il loro habitat naturale, il territorio di conquista della gang di minorenni erano le stazioni e la linea ferroviaria Milano-Alessan- dria. Qui scorrazzavano, facevano danni, rubavano i martelletti per infrangere i vetri dei finestrini. A casa di uno dei quattro arrestati, durante la perquisizione, i carabinieri ne hanno trovata una collezione. «E allora? Non so a cosagli servissero», è stata la risposta noncurante della madre. Non sono bravi ragazzi: poca scuola, zero studio, tanto tempo libero buttato via, in alcuni casi famiglie in difficoltà. Il padre di uno dei due ritenuti leader da vent’anni fa dentro e fuori dalla galera, ha precedenti per estorsioni da 500 e 1.000 euro. Per la gang la violenza all’amico quindicenne diventato un bersaglio è una bravata come tante: «Lo abbiamo fatto per scherzo, non pensavamo di fare una cosa grave», hanno detto al gip nell’interrogatorio.

Per loro era un divertimento vessare i compagni, tant’è che non si accontentavano dello studente di prima liceo che ormai era in loro balia. Altri due ragazzini sono stati bullizzati ma hanno reagito e denunciato il capo branco. Una sfrontatezza che hanno pagato con una spedizione punitiva avvenuta solo un mese fa. Le due vittime, anch’esse quindicenni, sono state prese a calci e pugni mentre rientravano a casa e solo l’intervento di un genitore che passava di lì ha evitato il peggio. A scuola però cercavano di non esagerare: ripetenti e plurisospesi, il loro atteggiamento era spesso sopra le righe ma mai passibile di denuncia. L’episodio che li ha resi più famosi risale a un anno fa. Decidono di saltare la lezione e si chiudono in palestra, si divertono così tanto che si chiudono dentro per non fare entrare nessuno. Per aprire la porta la preside ha chiamato la polizia municipale.

I veri danni li facevano sui treni, che prendevano ogni giorno per spostarsi da casa a scuola. Con altri coetanei sono accusati di diversi episodi di danneggiamento e vandalismo ad alcuni convogli ferroviari, con rottura di vetri e imbrattamento delle carrozze, estintori divelti e schiuma sui sedili. A ottobre alcuni di loro hanno anche lanciato sassi contro un treno regionale.

I Genitori non sapevano nulla

Prima sorpresi, poi preoccupati e senza parole. Questa, a grandi linee, la reazione dei genitori degli studenti che sono stati arrestati e denunciati nel corso dell’inchiesta dei carabinieri sugli episodi di bullismo avvenuti a Vigevano e anche nei paesi vicini. Nessun genitore sospettava che i ragazzi fossero coinvolti in una vicenda così grave da un punto di vista giudiziario. Adesso sono in ansia per la sorte dei figli che sono stati accompagnati dai carabinieri nel carcere minorile Beccaria di Milano. Rischiano una pesante condanna. Gli studenti lomellini dovranno essere interrogati dai magistrati milanesi e, per il momento, sono difesi da avvocati che sono stati assegnati d’ufficio. Alcuni genitori hanno spiegato ai militari che si erano resi conto solamente in parte di cosa stava succedendo. Hanno pensato che i ragazzi fossero coinvolti nelle solite ragazzate tipiche dell’adolescenza ma non hanno mai sospettato vicende così gravi come la violenza sessuale nei confronti di un coetaneo. «Le esigenze cautelari – si legge nel comunicato dei carabinieri – sono state considerate indispensabili dal Gip del Tribunale dei minori di Milano per l’elevatissimo rischio di ripetizione del reato. Questo è desumibile dalle modalità e dalle circostanze in cui si sono svolti i fatti. Si tratta di un istinto di sopraffazione nei confronti di un soggetto debole, un comportamento tipico del bullismo. Nel caso specifico è apparso all’interno di un gruppo con caratteristiche di stabilità del quale tutti gli indagati fanno parte».

Bulli adolescenti, la gang dei figli di papà

Per loro è stata tutta una “burla”. Anche quando hanno umiliato un compagno di scuola costringendolo a camminare per la strada con un guinzaglio al collo, dopo averlo ingozzato a forza di alcol. Anche quando lo hanno seviziato con una pigna, riprendendolo con il cellulare e diffondendo istantanee sui social- network. Il loro arresto, in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale dei minori di Milano, gli avrà fatto però perdere il sapore dello scherzo, quando hanno varcato le porte dell’istituto Beccaria di Milano. Protagonisti di questa indicibile vicenda, sono quattro studenti minorenni “bene” di Vigevano, arrestati dai carabinieri al termine di una lunga indagine che, insieme ad un 13enne (quindi non imputabile), li vede protagonisti di bullismo e violenza sessuale, consumati nei vicoli eleganti della provincia pavese. Accanto a loro altri minorenni denunciati per atti di vandalismo sui treni, che a tutto il gruppo sono valsi la nomea della “gang del treno”.

Le indagini dei carabinieri di Vigevano sono state difficili. Nessuna delle vittime, inizialmente, aveva il coraggio di parlare. Due 15enni che ci avevano provato erano stati picchiati. Poi, grazie all’intervento dei genitori, le denunce hanno iniziato ad arrivare e i militari sono riusciti a ricostruire il desolante quadro di violenza, documentato attraverso immagini, filmati e testimonianze. Il ritratto che ne è emerso è quello di un branco, spietato, che si aggirava per la città con l’obiettivo di far valere la propria “forza”. All’alba di ieri i militari hanno suonato ai campanelli delle residenze di professori, commercianti, impiegati e operati. Famiglie per “bene”, sulle cui tavole erano apparecchiati cereali e tazze, poco prima di prendere il treno per andare a lavorare. Lo sgomento e l’incredulità hanno infiammato i volti dei genitori del “branco”, quando hanno ascoltato le accuse: concorso in violenza sessuale, riduzione in schiavitù, pornografia minorile e violenza privata aggravata.

Secondo gli inquirenti infatti, il gruppo aveva preso di mira uno studente di 15 anni, trasformandolo nella preda prediletta di vessazioni e violenze, insieme ad altri episodi meno gravi ai danni di compagni di classe o vicini di casa. Perseguitato per mesi, il giovane è stato oggetto di barbariche incursioni tra il dicembre 2016 e il gennaio 2017, tutte finite in rete. In un’occasione è stato costretto a bere alcol e costretto a camminare per il paese con un guinzaglio al collo. In un altro caso, dopo aver tentato di allontanarsi dal gruppo, è stato braccato e portato a forza su un ponte. Lì è stato denudato, sollevato a per i piedi a testa in giù sul ponte e seviziato con una pigna. Anche questo episodio è finito in rete, tramite Whatsapp, Twitter, Instagram, Facebook, e altre piattaforme.

«I ragazzi arrestati sono apparsi stupiti – ha spiegato il Capitano dei Carabinieri della Compagnia di Vigevano Rocco Papaleo – secondo loro è tutta una bravata, uno scherzo». Le bravate non sono finite qui. A carico loro e di altri coetanei vi sono diversi episodi di danneggiamento e vandalismo ai danni di alcuni convogli ferroviari. Per lo studente di 13 anni, considerata la pericolosità sociale, è comunque al vaglio degli inquirenti un’eventuale richiesta di una misura di prevenzione.

Situazioni simili, diversi contesti, sullo sfondo il panorama urbano. Qui si muovono le aggregazioni giovanili che i media sono soliti definire sommariamente “bande”.
L’etichetta stigmatizzante riflette poca attenzione e genera panico. Le interpretazioni di questi mondi, invece, da un lato rivelano la costituzione di nuovi spazi pubblici, dall’altro evocano forme di ridefinizione dei rapporti tra ragazzi e delineano in modo collettivo una condizione di vulnerabilità condivisa e spesso di marginalità.
Una ricercatrice universitaria, un sociologo, uno scrittore e tre esperienze di chi ogni giorno è a fianco ai ragazzi, per tentare di raccontare vite spesso costrette tra confini, paure e soprattutto depotenzializzate dal poco ascolto.

Disagio giovanile
Una tematica che poteva definire qualcosa negli anni ’70 e forse ’80, oggi rischia di indicare un modo di dire, uno slogan, utile per il mondo adulto e le ansie con cui deve fare i conti, o per fare titoli sui quotidiani. Chi è definibile oggi come giovane, e a quale disagio ci si riferisce? Ormai, da diversi anni, nelle ricerche vengono considerati giovani coloro che si collocano tra i 14 e i 34 anni, e alcune si spingono sino ai 39 anni. Oltre venti anni della vita di un italiano sono vissuti come anni della giovinezza. Ma cosa condividono? Condividono certamente un disagio che presenta motivazioni, vissuti e soluzioni molto diverse. Insomma, non è più il caso di parlare (e scrivere), di giovani in generale, e tanto meno di disagio giovanile in genere.

Negli anni ’80 un indicatore molto gettonato di disagio giovanile era il consumo di droghe: oggi vediamo assumere cocaina da adulti di ambo i generi e senza distinzione di condizione e di ceto. Eppure, la droga sembra riguardare solo i ragazzi e le ragazze. Stessa sorte assume il tema della violenza: i giovani vengono indicati come i veri protagonisti della violenza urbana. A guardare i casi reali, troppo spesso le persone più giovani (e i bambini) sono, al contrario, le vittime della violenza: quella fisica ed omicida, prima di tutto in famiglia, ma anche quella contenuta nelle parole. Atteggiamenti e comportamenti razzisti traversano diverse realtà giovanili, ma tali comportamenti vengono di solito appresi dagli adulti e trovano giustificazioni nelle parole degli adulti, a volte dalle parole della politica.
I giovani e la città
II XXI secolo sarà l’era delle città (80% dei cittadini europei vivono in città). La città auspicabile è quella in grado di valorizzare, e non mortificare, le culture, gli stili di vita, le diverse nazionalità ed identità giovanili. Per fare ciò, è necessario adottare le tre chiavi che Richard Florida indica, ovvero le 3T – tecnologia, talento, tolleranza – che connotano come altrettanti fattori distintivi le città più dinamiche e attrattive. Vale la pena di sottolineare l’importanza della terza T (tolleranza), visto l’accanimento degli amministratori verso alcune culture giovanili (hip hop, writers, ravers) criminalizzate nelle strade e — contemporaneamente — esposte nelle gallerie. Riconoscere la presenza e il ruolo delle culture giovanili significa, prima di tutto, tornare a tutelare quegli spazi pubblici dove, di norma, esse si esprimono, sottraendole alla progressiva privatizzazione: «Da quando le cose vanno per conto loro, in modo incontrollabile, sentiamo che sta aumentando il pericolo che lo spazio pubblico si riduca (…) allo spazio inutilizzabile
che è rimasto fra le tasche di spazio privato». Osservando molte piazze delle nostre città, il cui perimetro è completamente destinato ad un uso privato, come non osservare con occhi diversi i gruppi di giovani che non si vogliono ridurre ad abitarne le ultime tasche residue?
Per dirla con Marc Augé: «Oggi l’utopia è incarnata dalla città. Non abbiamo altri luoghi per realizzare la nostra utopia. E se non la realizziamo, tutto è destinato a esplodere. Agiamo subito, dunque, e interessiamoci da vicino alla città: essa è il luogo in cui si concentrano le paure ma anche le speranze delle prossime generazioni».
Al contrario, a leggere le cronache, sembra che la vivibilità di molte piazze romane dipenda dalla presenza di rumorose, moleste presenze giovanili, spesso in conflitto tra loro: emo contro truzzi a Piazza del Popolo, movida fuori controllo a Trastevere, ecc. Ma qual è il posto destinato alle diverse aggregazioni giovanili? Quale piazza può essere abitata senza necessariamente consumare?

La violenza è nella società, prima che nelle gang

«Ci siamo interessati a questa problematica come università affrontando una ricerca che si focalizzava su un gruppo particolare di ragazzi, le cosiddette “baby gang”, cioè le aggregazioni dei giovani latino-americani immigrati in Italia. La situazione di partenza era fortemente legata all’immagine di criminalizzazione dei media rispetto a questo fenomeno. Qualunque fatto in qualche modo riconducibile a dei giovani latino-americani veniva automaticamente definito come frutto di baby gang con descrizioni basate su immagini fortemente stereotipate.
Era sufficiente essere un adolescente latino-americano con un certo stile o abbigliamento per essere etichettato come appartenente a una banda» ci dice Francesca Lagomarsino, Ricercatrice al Dipartimento Scienze Antropologiche Università di Genova.
Il termine gang, baby gang, nell’immaginario collettivo rimanda a una visione fortemente negativa, a film statunitensi, a un contesto diverso dal nostro, in cui anche il grado di violenza, si suppone sia molto elevato.

Possiamo tentare di definire il termine “baby gang”?

«Questi gruppi, che sono fondamentalmente i Nietas e i Latin King, sono sparsi sul territorio. Ce ne sono soprattutto a Genova, Milano e Perugia, con delle specificità. L’accento che veniva maggiormente sottolineato, in questa visione stereotipata da parte dell’informazione era il fine degli atti delittivi, come se queste fossero le finalità del loro stare insieme.
In realtà, abbiamo visto come questi atti fossero assolutamente marginali e non legati al fatto di far parte del gruppo. Questo ovviamente cambia completamente l’immagine sociale, e soprattutto la percezione di paura e di timore. L’idea iniziale era di decostruire lo stereotipo, e poi dargli voce. Tutte le descrizioni, infatti, erano sempre fatte tramite la polizia, come fonte principale, oppure educatori, insegnanti. Noi invece pensavamo che questi ragazzi avessero sicuramente qualcosa da dire».

Quindi dargli voce disinnesca l’allarmismo?

«È uscita fuori in modo molto chiaro l’idea che sembrava fossero chissà quali criminali, quando di criminale non c’era proprio niente. Il problema è che i media non sono stati molto recettivi su questo: ragionano per categorie interpretative. Dal punto di vista, invece, di un micro-lavoro quotidiano, non solo nel quartiere, nelle associazioni, credo sia servito molto. Soprattutto perché i ragazzi si sono presentati come degli interlocutori credibili. Sono state realizzate, ad esempio, attività di prevenzione sull’abuso delle sostanze, sulla sessualità, e loro erano gli interlocutori privilegiati che andavano a parlare con gli educatori, con l’assessore per i finanziamenti, e che facevano da tramite con i loro pari».

Quali le problematiche legate alle dinamiche aggregative dei ragazzi?

«Tendenzialmente il bisogno primario, indipendentemente dalla classe sociale e dalla provenienza etnica. È sicuramente quello di aggregarsi in gruppi di pari. Si condividono le cose, che sia la passione sportiva, piuttosto che un interesse, e questo è trasversale a tutte le classi sociali.
Per cui una cosa che mi ha colpito è che alla fine le dinamiche di questi ragazzi non erano molto diverse da quelle dei coetanei. Su questo si innestano invece delle dinamiche più strutturali legate alle condizioni di vita, come la questione dei documenti, la precarietà del soggiorno, la disputa del lavoro che però è assolutamente condivisibile anche con ragazzi italiani. Per il problema della violenza è emerso abbastanza chiaramente che esso riguarda, e in forte misura, tutta la società, solo che si manifesta in modo diverso. Il problema è come questa viene percepita. La violenza di questi ragazzi è identificata come qualcosa di intrinseco, per età, classe sociale bassa, o perché sono stranieri, come se fossero ideologicamente violenti, pericolosi e niente fosse imputabile al contesto sociale in cui vivono.
Il dubbio-timore che adolescenti e giovani adulti, siano soggetti un po’ sul confine è sempre in agguato, e lo è ancor più per alcuni, in particolare se sono stranieri. L’unione di problematiche tende a costruire un’immagine negativa. Poi la “violenza” del politico che ruba dei miliardi passa quasi come normalità. La violenza del ragazzino che spacca una bottiglia in testa a un altro invece come qualcosa di inaccettabile, inconcepibile, animale».

Si può parlare di baby gang in Italia, alla luce di tutto questo?

«Con l’immaginario da film americano che possiamo avere noi: il contesto è assolutamente diverso. È vero, che, soprattutto per gli stranieri, ma non solo, c’è un grosso problema a livello di investimenti in attività sociali, rivolte ai giovani, che non siano a pagamento. Perché in realtà ce ne sono, ma spesso si rivolgono ad un target molto specifico e bisognoso di un particolare intervento sociale. E tutte le attività ricreative finiscono per essere o a pagamento, o legate al consumo, e questo è un grosso limite».

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