Vasto Shock, Vendetta privata uccide l’uomo che investì la moglie e lascia la pistola sulla tomba

Una storia davvero incredibile è quella che arriva direttamente da Vasto, comune italiano di 41.313 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo dove un uomo nel pomeriggio di ieri, mercoledì 1° febbraio 2016, ha ucciso a colpi di pistola un giovane di appena 21 anni. A spingere Fabio Di Lello, noto calciatore locale, a uccidere a colpi di pistola il 21enne Italo D’Elisa è stato il dolore per la morte della moglie avvenuta pochi mesi fa ed esattamente lo scorso mese di luglio a causa di un brutto incidente stradale che si è verificato all’incrocio tra corso Mazzini e via Giulio Cesare. Ad uccidere la trentaquattrenne Roberta Smargiassi era stato proprio il giovanissimo Italo D’Elisa dopo che, a bordo della sua automobile non si era fermato al semaforo rosso e aveva quindi travolto la donna a bordo del suo scooter uccidendola sul colpo. Stando a quanto emerso da alcune indiscrezioni il 21enne era imputato di omicidio stradale ma pochi mesi fa era stato rinviato a giudizio, e il dolore per la morte della donna ha spinto Di Lello a compiere il folle gesto nel pomeriggio di ieri.

L’uomo infatti, dopo essersi recato presso un bar sito nella via Perth, ha atteso che la giovane vittima uscisse dal locale e quando quest’ultimo si stava per rimettere in sella alla bici per allontanarsi dal posto ecco che Di Lello avrebbe sparato contro di lui almeno quattro colpi di pistola che purtroppo non gli hanno lasciato scampo. Dopo aver commesso l’omicidio l’uomo, stando a quanto emerso dalle prime indiscrezioni, avrebbe contattato telefonicamente un amico al quale avrebbe raccontato l’orribile crimine commesso avvisando quest’ultimo anche del fatto che stesse recandosi al cimitero comunale per salutare la moglie Roberta. Dal giorno del suo funerale sembra infatti che l’uomo non avesse mai trascorso un giorno senza recarsi al cimitero per salutare la moglie e accarezzare la sua fotografia, e così anche nel giorno in cui ha ucciso l’uomo che troppo presto l’aveva strappata alla vita ecco che Fabio Di Lello ha deciso di farle visita e sulla sua tomba ha lasciato proprio l’arma con la quale aveva precedentemente ucciso il 21enne e che i carabinieri hanno ritrovato alcune ore dopo avvolta in una busta di plastica.

In seguito l’uomo sembrerebbe essersi messo in contatto telefonico con il suo avvocato al quale avrebbe riferito il posto in cui si trovava. E proprio Pierpaolo Andreoni, che insieme al collega Giovanni Cerella si occupa della difesa di Di Lello ha affermato nel pomeriggio di ieri “E’ in stato di fermo. Per ora non possiamo aggiungere altro”. Dopo essersi costituito presso la caserma dei Carabinieri Di Lello è stato trasferito, nella serata di ieri, presso il carcere di Torre Sinello.

Sembra che poi Fabio abbia detto a un amico che aveva ucciso l’assassino di sua moglie morta in un incidente d’auto in cui era stata investita un mese fa dal ventiduenne Italo, abbia chiamato il suo avvocato ed sia andato a costituirsi; sulla tomba della moglie sarebbe stata ritrovata la pistola in una bustina di plastica, sul profilo facebook di Fabio campeggerebbe sotto la foto di Robertauna scritta del novembre scorso che dice «Giustizia per Roberta» insieme con una foto di Fabio. E allora che cosa mai si potrebbe dire sull’abisso senza fondo che è il cuore umano? Si potrebbe pensare a un gesto nato dal dolore immenso per l’assurda morte di una donna amata, una vita troncata da un incidente per il quale gli stessi cittadini di Vasto sfilarono in corteo con lo Striscione Giustizia per Roberta;e si potrebbe provare, con terrore e tremore, a scendere nelle ossessioni che hanno visitato in questi mesi l’uomo che ha ucciso convinto che vendicarsi avrebbe alleviato la propria pena e fatto giustizia; e si potrebbe argomentare che perla legge di qualsiasi mondo uccidere qualcuno in un incidente provocato per non aver rispettato le norme è una colpa, ma frutto di una mancanza assoluta di volontà o desiderio di uccidere, mentre sparare a qualcuno con una pistola dopo mesi di ossessione è un delitto, ma frutto di una assoluta volontà o desiderio di uccidere si potrebbe dire che quando la giustizia non funziona, e la legge stessa è disattenta e imprecisa, la giustizia finisce col generare odio e male e che tutto è colpa della legge. Ma con queste e altre parole non saremmo andati neanche di un millimetro vicini all’assurdità immane e al dolore che questa storia fa salire lungo la spina dorsale di chiunque abbia qualcosa di umano dentro di sé.
E l’assurdità, semplice e immensa, è questa: che ora invece diunmorto e di decine di persone spezzate dal dolore, ci sono due morti e ancora più persone spezzate dal dolore, e null’altro se non sangue e tenebra e ottuso vuoto. La storia di Vasto porta incisa a caratteri di sangue una sola conclusione: Non c’è speranza, così. Non c’è bisogno dispiegare perché, e se dovessimo spiegarlo saremmo già sconfitti. Eppure va detto l’essenziale, e nel modo più semplice: noi che tutto abbiamo ereditato dal diritto delle grandi civiltà antiche illuminate dalla novità assoluta del cristianesimo non possiamo innalzare la vendetta come un totem di tempi bestiali, arcaici, sacrificali. Alzare quel totem vuol dire trasformarsi di colpo in carnefici che tra un attimo saranno vittime, e in vittime che tra un attimo saranno carnefici, in una spirale che si avvita su se stessa all’infinito per strangolare anime e corpi. Chi tra noi miseri e fragili e nevrotici e infelici e solitari è davvero in grado di pronunciare le parole del perdono? Diffìcile dirlo senza trasformarsi in retori, ma tanto a ognuno toccherà il momento in dovrà scegliere tra la fedeltà all’umano e la fuga nel disumano, e chissà ognuno di noi cosa sarà capace di fare: però senza nessuna difficoltà si può dire che non c’è speranza per nessun singolo uomo e pernessuna società che si edifichi sulla vendetta, non c’è speranza per nessuna comunità che raduni folle per lapidare a morte l’adultera o chiunque. La
parola giustizia è sacra e terribile, e bisognerebbe pensare a lungo prima di pronunciarla invano, soprattutto quando si tratta della vita delle persone: quella piccola, tenera, innocente vita fatta di carne e sangue che è di tutte le creature nate da corpi di madri. Forse l’assurdo ci invade perché stimo cominciando a dubitare dell’essenziale, e perché l’amore per gli altri sbandierato a chiacchiere è da tutti in segreto considerato una debolezza e una sciocchezza? O forse siamo esacerbati da una mancanza di giustizia che è reale, ma siamo incapaci di pensare e costruire una vera giustizia, e quindi usiamo il nome di giustizia per giustificare egoismi, violenze e nevrosi? L’assurdo abisso di vuoto dell’anima aperto dalla vicenda diVasto, fin troppo simile a troppe altre vicende che cominciano ad affollarsi oscure intorno a noi, ci interroga senza mezzi termini su come vogliamo essere. Imparare ancora e sempre di nuovo a compitare il difficile alfabeto essenziale del rispetto del prossimo su cui si è costruita la civiltà, oppure innalzare il facile totem dei sacrifici umani a cui appendere le teste schiacciate del nemico? Un tempo i sacrifici umani erano considerati un atto razionale da individui e da Stati: poi è accaduto che un sacrificio umano, duemila anni fa, portasse in sé l’auspicio della fine di tutti i sacrifici e spiatori. La giustizia comincia dalla fine dei sacrifici, e le sue radici non affondano nella vendetta. La civiltà del diritto è fragile e difficile? L’amore per gli altri è impossibile? Il perdono è un sogno da gonzi? Può darsi, ma al di là di questo ci sono solo i totem coperti di sangue e il dolore.

Ha aspettato che uscisse dal bar alla periferia di Vasto e gli ha sparato quattro volte. Tre colpi a distanza ravvicinata hanno raggiunto allo stomaco Italo D’Elisa, 22 anni, che non ha avuto scampo. Alle 15.30 di ieri sull’asfalto è rimasto colui che sette mesi fa non si era fermato a un semaforo rosso, investendo e uccidendo Roberta Smargiassi, 34 anni, novella sposa di Fabio Di Lello, un panettiere di 36 anni che gioca anche nel calcio dilettantistico della cittadina abruzzese.
Per sette mesi la famiglia di Roberta ha sperato che fosse fatta giustizia, che l’automobilista venisse processato. Invece l’inchiesta era
stata chiusa a fine novembre, a fine dicembre era arrivata la richiesta di rinvio a giudizio ma non era stata fissata una data d’inizio per il processo. Fabio aveva probabilmente perso ogni fiducia nella giustizia e ieri ha deciso di vendicare da solo la sua amata. Ha aspettato Italo e, dritto davanti a lui, guardandolo negli occhi, gli ha detto qualcosa e ha fatto fuoco. Poi se n’è andato senza fuggire. Con la stessa calma con la quale aveva appena ucciso il «responsabile» della scomparsa di Roberta, il 36enne si è allontanato a piedi.
In un primo momento i testimoni hanno pensato agli spari di una scacciacani, a uno scherzo. Solo quando hanno visto la pozza di sangue allargarsi sotto il cadavere
di D’Elisa hanno capito che quell’uomo gli aveva sparato davvero. Lui, Fabio Di Lello, ha proseguito nel piano che si era già prefissato. È andato a salutare sua moglie e a portarle quella che secondo lui era il più grande pegno d’amore: l’arma usata per vendicarla. Di Lello è arrivato al cimitero e sulla tomba di Roberta ha lasciato la pistola semiautomatica. È lì che l’hanno trovata i carabinieri, accorsi su segnalazione dell’avvocato del panettiere, al quale Fabio aveva già telefonato confessando il delitto e spiegando di voler andare un’ultima volta dalla moglie. Mentre i militari prelevavano la beretta avvolta in una busta di plastica trasparente, l’uomo era già diretto altrove: in serata è entrato da solo in caserma per costituirsi. Nessuna fuga, Fabio non cerca sconti.
Distrutto dalla morte di Roberta, la sera del primo luglio scorso, da subito dopo è stato dilaniato dagli scontri tra gli avvocati, le illazioni sulla dinamica dell’incidente e le lungaggini burocratiche. Ormai convinto che il ragazzo passato con il rosso non avrebbe mai pagato per la morte della moglie, Fabio ha pensato di non avere alternative e lo ha ucciso.
L’incidente in cui era morta Roberta aveva molto scosso la comunità di Vasto. Quella sera la 34enne, che lavorava presso il panificio del suocero, stava andando a salutare i suoi genitori. Da qualche mese si era sposata e voleva andare a fare una visita alla madre, al padre e ai due fratelli. La sua ultima chiamata, infatti, è stata proprio alla mamma, per avvisarla che stava arrivando. Poi, l’impatto terribile. All’incrocio tra via Giulio Cesare e corso Mazzini, pare che Italo non abbia rispettato il segnale orizzontale di svolta a destra, proseguendo dritto e ignorando che il semaforo fosse rosso. Dopo avere travolto violentemente lo scooter sul quale viaggiava Roberta, la Punto di D’Elisa si era scontrata frontalmente con una Clio che proveniva dal senso opposto di marcia. La 34enne, invece, era stata catapultata contro il palo del semaforo e poi lanciata sull’asfalto. La corsa in ospedale era stata vana, Roberta era morta pochi minuti dopo.

Quindici giorni più tardi, ancora sconvolti ma fiduciosi nella giustizia, i familiari e centinaia di residenti avevano sfilato in corteo per chiedere che fosse fatta luce sulla morte della giovane donna. Di fronte alla sua tomba, era stata impiantata una panchina, proprio per la grande affluenza di persone che ogni giorno andava a rendere omaggio a quella ragazza per bene, molto benvoluta nella comunità. Tutti aspettavano che la tragica vicenda avesse un epilogo. Ci ha pensato Fabio, che già da novembre – con al chiusura delle indagini – aveva cambiato lo sfondo sul suo profilo Facebook mettendo la foto del Gladiatore, Quando Massimo Decimo Meridio torna dalla guerra e scopre la sua famiglia massacrata. E va incontro alla morte, pur di arrivare alla vendetta.

VASTO «Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’unico vero imperatore Marco Aurelio. Padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa… avrò la mia vendetta». Sul profilo Facebook di Fabio Di Lello, l’uomo che ieri ha ucciso a Vasto (Chieti) l’investitore di sua moglie, campeggia l’epitaffio del film “Il gladiatore” e la foto della donna morta nell’incidente, Roberta Smargiassi. Sulla foto, postata il 5 novembre scorso, campeggia la scritta «Giustizia per Roberta». Quella giustizia che ieri Di Lello si è fatto da solo uccidendo con tre colpi di pistola Italo D’Elisa, 22 anni, ex operaio della Denso. Per poi depositare simbolicamente l’arma sulla tomba della donna, che aveva 34 anni.
Di Lello, da mesi al cimitero ogni giorno per pregare sulla tomba della moglie (Gli amici: «Non si era mai ripreso») gli ha sparato davanti a un bar, con avventori e passanti che hanno assistito impietriti alla scena. Poi si è allontanato, ma non voleva tentare la fuga. Ha semplicemente portato a termine la sua missione di morte andando a trovare la sua Roberta, la cui perdita lo aveva sconvolto. «Ho ucciso l’assassino di mia moglie, ora sono al cimitero, ho lasciato la pistola sulla sua tomba. Ora vado alla polizia e confesso tutto». Queste le parole che il trentaquattrenne, ex calciatore del San Salvo attualmente impegnato nel forno di famiglia, avrebbe pronunciato in una telefonata al suo amico. L’arma è stata ritrovata dai poliziotto avvolta in una busta di plastica vicino la tomba di Roberta. Poi accompagnato dal suo avvocato si è consegnato ai carabinieri. Una vendetta probabilmente pianificata da tempo. Di Lello ormai accecato dal dolore ha voluto agire senza aspettare. L’udienza preliminare a carico di D’Elisa, per la procura indagato per omicidio stradale, era fissata questo mese, ma il vedovo, in consolabile, avrebbe deciso di
vendicarsi a modo suo. In Costa Rica

Fu un tragico incidente, il 1 luglio scorso, a causare la morte della moglie trentaquattrenne. La donna in sella al suo scooter Ya- maha si scontrò con la Fiat Punto guidata da D’Elisa, all’incrocio tra Corso Mazzini e Via Giulio Cesare, a Vasto. Dopo l’impatto la ragazza si schiantò contro il semaforo che regolava l’incrocio, ricadendo pesantemente sull’asfalto. Morì in ospedale dopo il ricovero. Da allora il marito non si è più ripreso dal destino che gli ha strappato la sua amata che forse aspettava anche un bambino.

Di Lello ieri pomeriggio con freddezza avrebbe scambiato anche qualche parola con la sua vittima prima di estrarre la pistola dalla tasca e colpire frontalmente all’addome il giovane. «Vedevamo manifesti dappertutto. Continui incitamenti anche su internet a fare giustizia, a fare giustizia. Alla fine c’è stato chi l’ha fatta. Si è fatto giustizia da sé. Tra l’altro dopo tempo, quindi una premeditazione», osserva l’avvocato Pompeo Del Re, a nome della famiglia D’Elisa. «È una tragedia nella tragedia, questo è lo sconforto», aggiunge il procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale, Giampiero Di Florio. Di Lello ora è guardato a vista nella caserma dei carabinieri della Compagnia di Vasto dove è in stato di fermo dopo essersi costituito. Con lui ci sono gli avvocati Giovanni Cerella e Pierpaolo Andreoni.

Italo, invece, come racconta su Facebook, era un volontario della Protezione civile. E proprio sul social network scriveva: «Quando mi chiedono perché faccio il volontario e se mi pagano, io rispondo: sì, mi pagano, e nemmeno poco. Mi pagano con un sorriso, con un “grazie”, con la consapevolezza di avere dato qualcosa di prezioso a qualcuno in difficoltà. E questo, per me, ha un valore inestimabile».
«La mia Roberta mi è stata rubata, rubata ai propri sogni, ai progetti di vita, rubata al suo desiderio di essere madre, rubata al mio amore, agli amici, al suo amore per la vita, al suo sorriso, ai suoi genitori a tutti noi». Lo scriveva, invece, Fabio annunciando, nello spazio dedicato ai lettori del portale internet “Zonalocale” una messa in suffragio per la moglie il 2 agosto scorso. «Hanno trasformato il nostro dolore e la sua morte come fosse un videogioco», aggiungeva Fabio per poi proseguire «Mi chiedo, dov’è giustizia? Mi rispondo, forse non esiste! Non dimentichiamo, lottiamo, perchè non ci sia più un’altra Roberta».

L’arma è stata ritrovata dai poliziotti avvolta in una busta di plastica vicino la tomba di Roberta. Poi, accompagnato dal suo avvocato, il trentaquattrenne si è consegnato ai carabinieri. Una vendetta che probabilmente era stata pianificata da tempo. Fabio Di Lello ormai accecato dal dolore ha voluto agire senza aspettare. L’udienza preliminare a carico di D’Elisa, per la procura imputato di omicidio stradale, era fissata questo mese, ma il vedovo, inconsolabile, avrebbe deciso di vendicarsi a modo suo. Non c’era giorno che Fabio Di Lello non andasse al cimitero. Ogni giorno da quando sono stati celebrati i funerali della sua amata moglie, Roberta. Ogni giorno per fermarsi davanti alla lapide per accarezzare la foto della donna che aveva sposato nell’ottobre del 2015. C’è chi dice che si fermasse addirittura, qualche volta persino, a mangiare.

Fu un tragico incidente, il 1 luglio scorso, a causare lamorte della moglie trentaquattrenne. La donna in sella al suo scooter Yamaha si scontrò con la Fiat Punto guidata da D’Elisa, all’incrocio tra Corso Mazzini e Via Giulio Cesare, a Vasto. Dopo l’impatto la ragazza si schiantò contro il semaforo che regolava l’incrocio, ricadendo pesantemente
sull’asfalto. Roberta Smargiassi morì in ospedale dopo il ricovero. E da allora il marito non si è più ripreso dal destino che gli ha strappato la sua amata che forse aspettava anche un bambino. «È una tragedia nella tragedia, questo è lo sconforto»: Dice poche parole sull’ uccisione di Italo d’Elisa, il procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale, Giampiero Di Florio. Fabio Di Lello ieri pomeriggio con freddezza avrebbe scambiato anche qualche parola con la sua vittima prima di estrarre la pistola dalla tasca e colpire frontalmente all’addome il giovane. Pietro Falco, direttore di medicina legale dell’Asl Lanciano-Vasto-Chieti, ha eseguito sul posto una prima ricognizione cadaverica, ma per stabilire l’esatto numero dei colpi e quali siano stati letali sarà necessaria l’autopsia che verrà eseguita, forse già nella giornata di oggi, all’obitorio dell’ospedale di Vasto dove è stata trasferita la salma.
Le indagini saranno coordinate dal sostituto procuratore Gabriella De Lucia. Intanto Di Lello è guardato a vista nella caserma dei carabinieri della Compagnia di Vasto dove è in stato di fermo dopo essersi costituito. Con lui ci sono gli avvocati Giovanni Cerella e Pierpaolo Andreoni.
Italo, invece, come racconta su Fa- cebook, era un volontario della Protezione civile. E proprio sul social network scriveva: «Quando mi chiedono perché faccio il volontario e se mi pagano, io rispondo: sì, mi pagano, e nemmeno poco. Mi pagano con un sorriso, con un “grazie”, con la consapevolezza di avere dato qualcosa di prezioso a qualcuno in difficoltà. E questo, per me, ha un valore inestimabile».
«La mia Roberta mi è stata rubata, rubata ai propri sogni, ai progetti di vita, rubata al suo desiderio di essere madre, rubata al mio amore, agli amici, al suo amore per la vita, al suo sorriso, ai suoi genitori a tutti noi». Lo scriveva, invece, Fabio annunciando, nello spazio dedicato ai lettori del portale internet «Zonalocale» una messa in suffragio per la moglie il 2 agosto scorso.
«Hanno trasformato il nostro dolore e la sua morte come fosse un videogioco», aggiungeva Fabio per poi proseguire: «Mi chiedo, dov’è giustizia? Mi rispondo, forse non esiste! Non dimentichiamo, lottiamo, perchè non ci sia più un’altra Roberta».

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