Sperimentazione animale: in calo in Italia, ma aumenta l’uso dei macachi

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Diminuiscono, in Italia, le sperimentazioni cliniche in cui vengono utilizzati animali.

Come disse, infatti, un giorno Margherita Hack, notissima scienziata, interrogata sull’utilità dellasperimentazione sugli animali: “Gli animali soffrono come gli uomini, né più né meno, perché come gli uomini sono dotati di terminazioni nervose”. E’ quanto emerge dai dati statistici sull’utilizzo dianimali a fini scientifici pubblicati in Gazzetta Ufficiale del 24 agosto 2016, e riportati sul portale web del Ministero della Salute.

I dati sono stati raccolti per la prima volta seguendo la normativa prevista dalla direttiva Europea 2010/63/UE sulla protezione degli animali a fini scientifici. In Italia al momento, proprio grazie alla nuova normativa precedentemente citata ci sono circa 700 mila animali da “laboratorio” e tra questi circa 485mila sono topi e poi ancora ratti, polli, pesci, porcellini d’india, conigli e macachi e mentre nel 2013 questi animali erano 723mila ecco che nel 2014 sono scesi a 691mila.

Per legge, il ricorso agli animali è l’ultima via di sperimentazione, attuabile solo se non sono disponibili metodi alternativi.

Nel 2014 30mila animali in meno sono stati utilizzati per la sperimentazione clinica, facendo registrare per la prima volta un numero totale inferiore alle 700mila unità. Animali che subiscono anche la sofferenza della cattura in natura, considerando che 246 macachi sono stati importati dall’Africa e 196 dall’Asia. Il numero di macachi usati nei test è passato da 302 nel 2012 a quasi 450 nel 2014: un aumento inaspettato, soprattutto alla luce di una legge che limita fortemente il ricorso a specie filogeneticamente così vicine alla nostra. Il numero rileva un calo in atto già da diversi anni. Sicuramente la risposta alla domanda se sia giusto far soffrire un animale per tentare di trovare una cura o una terapia ad una malattia umana non ha una risposta facile.

L’impegno verso la riduzione e la sostituzione degli animali nella ricerca rimane purtroppo solo sulla carta, come dimostrano queste statistiche, principio che non viene ascoltato per la mancanza di formazione, gap culturale e interessi economici, e che vincola il nostro paese a un modello fallimentare di ricerca, anacronistico“, commenta Michela Kuan, biologa,responsabile Lav area Ricerca senza animali.

Il numero, purtroppo, è ancora troppo alto: quasi 700.000 gli animali che ogni anno vengono stabulati, utilizzati negli esperimenti, sottoposti a procedure dolorose che producono dati fuorvianti se trasferiti all’uomo. Rispetto alle specie utilizzate, aumenta il ricorso a porcellini d’india, furetti, pecore e, tragicamente, di primati non umani. Il numero di macachi usati nei test è passato da 302 nel 2012 a quasi 450 nel 2014: un aumento inaspettato, soprattutto alla luce di una legge che limita fortemente il ricorso a specie filogeneticamente così vicine alla nostra. Animali che subiscono anche la sofferenza della cattura in natura, considerando che 246 macachi sono stati importati dall’Africa e 196 dall’Asia. Moltissimi topi, la specie più rappresentata nei laboratori, sono allevati per il solo mantenimento di colonie di animali geneticamente modificati. Un sistema in cui si inseriscono, nel Dna dell’animale, tratti genici o geni che portano l’informazione legata alla malattia umana, dove metà degli embrioni muore durante il periodo gestazionale oppure viene soppressa perché nasce priva della modifica genetica. Ben 289.558 le procedure che possono coinvolgere più animali, riferite alla ricerca di base, applicazione che non prevede nessun obbligo di legge e che dovrebbe avere un drastico calo delle autorizzazioni. Solo 14 su un totale di 698.059, invece, le procedure autorizzate per ricerche per la protezione dell’ambiente o nell’interesse della specie stessa. Questi numeri, già di per sé impressionanti, sono in realtà fortemente sottostimati, perché non tengono conto di molte categorie come gli animali usati già deceduti, gli invertebrati o le forme di vita non completamente sviluppate. Allarmante il dato relativo al numero di procedure classificate come gravi, oltre 21.000, dove per “gravi” si intendono sperimentazioni che comportano dolore e angoscia prolungati che possono comportare il non ricorso all’anestesia, come lesioni spinali, stimolazioni elettriche, nuoto forzato e perfusione di organi. Infine, grande parte dei cani utilizzati, in totale sono 500, provengono da allevamenti al di fuori dell’UE: animali spediti come oggetti dagli allevamenti, verso i laboratori di tutto il mondo. “L’impegno verso la riduzione e la sostituzione degli animali nella ricerca rimane purtroppo solo sulla carta, come dimostrano queste statistiche, principio che non viene ascoltato per la mancanza di formazione, gap culturale e interessi economici, e che vincola il nostro Paese a un modello fallimentare di ricerca, anacronistico”, commenta Michela Kuan, biologa, responsabile LAV Area Ricerca senza anima.

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