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Spinaci con erba velenosa shock: i lotti ritirati dal mercato

Il Ministero della Salute ha divulgato un avviso di richiamo istantaneo da supermercati e negozi per alcuni lotti di confezioni di spinaci prodotti di recente e già sul mercato.

Il richiamo, avvenuto per segnalazione da parte dello stesso produttore, è stato necessario per un pericolo di rischio chimico dopo la constatazione di una possibile presenza di erba infestante velenosa nelle buste. In particolare si tratta di mandragola, che sarebbe finita per sbaglio tra gli spinaci durante la fase di preparazione del prodotto.

Oltre ad annunciare il ritiro dagli scaffali, il Ministero ha avvertito i possibili acquirenti che avessero già comperato il prodotto a non consumarlo perché potenzialmente molto pericoloso . Diversi i lotti di spinaci interessati dal richiamo, tutti  commercializzati in confezioni da 500 grammi e con marchio Buongiorno Freschezza.

In particolare quelli con numero 24110968M2, 24010864M2, 23910773M2 e 24211071M2. I lotti sono denominati Spinacio e prodotti dalla società agricola Ortoverde e distribuiti da Ortofin Srl.

La Mandragora è un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Solanaceae comunemente note come Mandragola che comprende molte specie commestibili ed altre velenose. Queste ultime, come altre piante ed erbe comuni, contiene degli alcaloidi che possono causare agitazione, allucinazioni e, nei casi più gravi, convulsioni e coma.

La forma antropomorfa della radice di Mandragora ha suscitato da sempre fantasie, credenze e superstizioni, tanto che quest’erba era considerata l’ipnotico magico per antonomasia. Di conseguenza, l’etimologia del nome Mandragora, derivando probabilmente dal persiano mardumgia «l’erba dell’uomo», in relazione all’aspetto più conosciuto della radice, rispecchia a pieno tutte le convinzioni e leggende legate a questa pianta.

Presso le culture del bacino del Mediterraneo, la mandragora possiede una lunga tradizione come pianta magica, afrodisiaca, allucinogena e medicinale. Reperti archeologici egiziani del XIV secolo a.C. (durante la V Dinastia) testimoniano già la conoscenza delle proprietà di questa pianta. Nel Papiro di Ebers viene citata per diversi impieghi: assieme al fiore di loto e al papavero da oppio anch’esse piante dotate di proprietà psicoattive era impiegata per fare unguenti capaci di indurre stati ipnotici, estatici e di trance.

Nelle culture greco-latine le testimonianze di Teofrasto raccontano la valenza afrodisiaca della Mandragora, come Mandragorìtis uno degli attributi di Afrodite, dea dell’amore e della sessualità per eccellenza. Gli scritti di Plinio e Dioscoride riportano la proprietà anestetica e nel contempo allucinogena della pianta: mezzo bicchiere del succo del frutto o della radice polverizzata disciolta o semplicemente la stimolazione olfattiva da parte della pianta era un perfetto anestetico chirurgico, prima di amputazioni, mutilazioni o cauterizzazioni.

La pianta, per il suo sviluppo sotterraneo e per le sue proprietà era consacrata ad Ecate, dea degli incantesimi e degli spettri, capace di viaggiare liberamente tra il mondo degli uomini, quello degli dei e il regno dei Morti. Il timore nei confronti della dea era tale da richiedere un vero e proprio rituale di estrazione che doveva essere in svolto di notte, in sintonia con il simbolismo della pianta infera, e in presenza di un accompagnatore.

L’estrazione veniva effettuata mediante un cane, in quanto nell’atto dell’estirpazione la pianta avrebbe lanciato un grido di dolore talmente lancinante da uccidere chiunque lo avesse udito. In tal modo il cane, animale consacrato a Ecate, veniva sacrificato in onore della dea stessa. Quindi il raccoglitore, posizionandosi rispetto al vento in modo da non essere investito dall’odore venefico, disegnava con una spada di ferro tre cerchi concentrici intorno alla pianta, i quali dovevano trattenere gli influssi della mandragora al suo interno, così da non disperdersi e recare danno al raccoglitore.

Con la stessa spada scavava intorno alla pianta, scoprendone una minima parte, e vi legava il cane che, per scappare, l’avrebbe estirpata. Quando il cane iniziava a sradicare la pianta, il raccoglitore, ceratosi le orecchie per non udire le urla, si teneva rivolto ad occidente, simbolicamente luogo degli spiriti inferi, affinché questi fossero propizi nella difficile operazione mentre il secondo l’accompagnatore, ballando intorno alla pianta, cantava strofette erotiche.

Nel Medioevo, la Mandragora era una delle piante più rinomate della stregoneria. Fu spesso protagonista in questo periodo nei processi contro le streghe: chi veniva trovato in possesso di radici di Mandragora era condannato in quanto la pianta era considerata uno degli ingredienti principali dei sabba.

Allo stesso tempo era considerata un potente amuleto capace di rendere invulnerabile chi lo portava con sé in battaglia: famoso è il caso di Giovanna d’Arco, accusata di eresia, in cui tra le diverse imputazioni si indicava quella di aver tenuto una radice di mandragora sul seno al fine di essere protetta in combattimento.

Sempre nel Medioevo la mandragora era utilizzata anche come anestetico. L’idea tramandata da Plinio che la pianta agisse come anestetico semplicemente con l’effluvio che emanava suggerì di utilizzarla in una spugna, imbibita del suo succo e poi messa a essiccare. Al momento dell’uso si bagnava la spugna con acqua tiepida per poi applicarla sotto le narici del malato. Con il tempo la spugna fu perfezionata, tanto che fu creata la così detta Spongia somnifera costituita da una normale spugna marina (spugna naturale) e dallestratto fresco di alcune piante medicinali, tra cui la morella (Solanum nigrum L.), il Giusquiamo nero (Hyoscyamus niger L.), la cicuta (Conium maculatum L.), lo stramonio (Datura stramonium L.), la lattuga velenosa (Lactuca virosa L.) e la mandragora (Mandragora officinarum L.), insieme ad alcune gocce di oppio (Papaver sumniferum L .).
Con il Rinascimento le virtù della mandragola cominciano ad essere confutate e nella famosa commedia del Machiavelli La Mandragola, non è l’erba a curare la presunta sterilità della protagonista Lucrezia, ma piuttosto l’atto sessuale col suo giovane amante Callimaco che, con astuzia e l’aiuto delle credenze che si celavano dietro la pianta, riuscì a conquistare il suo amore illudendo il marito messer Nicia Calducci.

Con il tempo ed i successivi studi, sono state dimostrate le proprietà sedative della mandragora e soprattutto i poteri allucinogeni, che portano a forme di trance simili alla morte.

Nel complesso la pianta è estremamente tossica, contenendo un complesso alcaloideo ad azione simile a quella dell’atropina, della josciamina e della scopolamina, presente anche nella Belladonna ( Atropa belladonna L. ) e Giusquiamo nero (Hyoscyamus niger L.). Ma ogni veleno, come è risaputo, può essere utilizzato anche come farmaco: se da un lato presa in dosi massicce può provocare tachicardia, pressione alta, nausea, allucinazioni, vomito, diarrea, convulsioni e anche la morte; dall’altro in piccole quantità viene usata nella cura degli spasmi intestinali, come rimedio sedativo nei casi di asma e tosse e moderatamente dosata è ancora utilizzata come preanestetico.

Anche se gli studi scientifici non hanno mai evidenziato particolari proprietà afrodisiache per questa pianta, si ritiene, tuttavia, che probabilmente alcuni degli alcaloidi presenti, come L-giusquiamina e la NOR-giusquiamina, agiscano stimolando i centri del cervello con un blando potere eccitante, provocando un aumento delle pulsazioni cardiache con conseguente elevarsi della pressione arteriosa. La generale eccitazione psicomotoria che ne deriva determina comportamenti disinibiti, che devono aver ispirato la credenza sulle virtù afrodisiache di questa pianta.

Nonostante le evidenze scientifiche, il perdurare delle credenze popolari è tale che ancora fino a qualche decennio fa nelle campagne francesi si riscontrava l’usanza di offrire agli sposi il cosiddetto «vino nuziale», che conteneva un pizzico di polvere di radice di mandragora utile per stimolarne la vita sessuale e la fecondità. La stessa usanza è diffusa anche in Nord Africa dove si tramandano diverse ricette e rituali magico-sessuali in cui compare la Mandragora, da utilizzare prima del coito al fine di far concepire le donne sterili
Infine, si può dire che la mandragora, ancora oggi, rimane comunque una pianta intrigante e affascinante, per il mito scaturito dalla forma e per i suoi poteri, presunti o reali, inquietanti e opposti. Sono numerosi coloro che la cercano e sono disposti a pagare per averla come talismano.

“Numerose sono le allerta notificate a seguito di intossicazioni alimentari. Spesso, all’origine di tali episodi, sono tossine naturali presenti nei prodotti vegetali o che si formano, nel caso di prodotti composti e di conserve di origine vegetale o animale, a causa di processi di produzione e conservazione non corretti.

La presente guida descrive le tossine di origine vegetale, contenute principalmente nelle piante e nei funghi, e quelle di origine animale, che possono essere contenute nei pesci e nei molluschi, evidenziando i potenziali pericoli che il mondo “naturale” possiede e avvalendosi – a corredo – di un’interessante e ricca documentazione fotografica.
Non sempre infatti piante, funghi, alghe ecc. hanno effetti benefici, come si potrebbe pensare collegando i concetti di “naturale” e “innocuo”; possono invece manifestarsi, a seguito del loro consumo effetti tossici e nocivi.
Inoltre, può succedere di confondere una specie di pianta tossica con una commestibile o, ancora più spesso, di consumare un fungo tossico o velenoso fino a costituire un pericolo mortale.

E’ poi da considerare la presenza nel pesce, ma soprattutto nei molluschi, di biotossine allorquando provengono da acque le cui caratteristiche chimiche, microbiologiche e del fitoplancton non sono controllate.

È necessario pertanto informare il consumatore, ma anche gli operatori sanitari, su materie quali botanica, erboristeria, fitoterapia, micologia, ma anche sulla fitotossicologia, micotossicologia e sulle biotossine.

L’opuscolo informativo che avete tra le mani riporta utili consigli per conservare bene gli alimenti, evitando i pericoli correlati alla proliferazione microbica, con particolare riferimento a Salmonella, Listeria monocytogenes e Clostridium botulinum.
Il capitolo concernente la “sicurezza degli alimenti” fornisce un quadro generale della normativa alimentare in materia di igiene e sicurezza e sull’attività di controllo ufficiale sugli alimenti.

L’auspicio è di un’ampia diffusione e lettura della presente guida, anche attraverso i canali delle scuole, delle Aziende Sanitarie locali, delle altre strutture che rendono servizi sanitari ai cittadini, per aumentare la consapevolezza del pubblico su tematiche di grande importanza per la nostra salute.”

L’intossicazione che si verifica per l’ingestione di vegetali come alimento è, il più delle volte, dovuta allo scambio di specie tossiche con quelle commestibili, ad esempio la mandragora per borragine o il colchico per aglio selvatico.
In alcuni casi, però, le intossicazioni sono causate da informazioni diffuse in modo errato dai mass media, per esempio, l’uso dei fiori di ginestra come ingrediente in diverse ricette (frittate…).
Spesso anche i funghi commestibili sono scambiati con quelli velenosi, come il Cantharellus cibarius (il noto gallinaccio o finferlo) con l’Omphalotus olearius (fungo dell’ulivo), oppure la Macrolepiota procera con l’Amanita pantherina e tanti altri.
Ma più pericoloso, in quanto mortale, è lo scambio della Amanita phalloides con i comuni prataioli.
Alcuni microrganismi formano tossine che si accumulano nei tessuti di alcuni pesci e il consumo di questi alimenti, determina la comparsa di intossicazioni, anche severe.
Le tossine più importanti sono le tossine della sindrome sgombroide, la tetrodoxina, la saxitossina e le ciguatossine.
Queste tossine determinano quadri clinici diversi in rapporto al tipo di tossina: le manifestazioni cliniche variano dai disturbi gastrointestinali, alle vertigini, ai deficit sensoriali e motori.
L’intossicazione dovuta al consumo di pesce sia fresco sia conservato sott’olio, come tonno, acciughe, aringhe, è più frequente di quanto si pensi.
Infatti, se il pescato non è adeguatamente refrigerato, può essere contaminato da notevoli quantità d’istamina e, appena ingerito, scatenare una reazione cutanea con rossore molto intenso, nausea, vomito e mal di testa (Sindrome sgombroide).
Anche l’ingestione di prodotti ittici contaminati da biotossine può determinare problemi per la salute, a volte molto pericolosi.
Infatti, i molluschi bivalve (cozze, vongole, ostriche) possono accumulare significative quantità di tossine prodotte da alghe tossiche, che passano all’uomo dopo la loro ingestione.
Anche il consumo di pesce di grossa taglia, per esempio il barracuda, nei paesi tropicali, può portare all’ingestione di una tossina (ciguatossina), accumulata nella carne del pesce.
Questa tossina contamina il barracuda, che si nutre di pesci più piccoli, erbivori, a loro volta infestati da plancton tossico.
Sostanzialmente l’aspetto e il sapore del pescato contaminato non si modifica, perciò l’unico modo per prevenire il pericolo di gravi intossicazioni è consumare solo prodotti ittici controllati e certificati.
Anche la conservazione domestica di verdure e altri alimenti sott’olio può essere pericolosa per la possibile formazione di tossina botulinica che, se ingerita, può causare intossicazioni tanto severe da richiedere ricovero in rianimazione.

TOSSINE VEGETALI
Molte delle tossine di origine naturale sono oggetto di studio sin dai tempi più remoti, ma solo di alcune si conoscono la struttura chimica e il meccanismo d’azione.
Le manifestazioni cliniche causate dall’esposizione a una specie velenosa dipendono dal tipo di tossina contenuto e dalla sua concentrazione, che può variare in modo significativo in rapporto al tipo di habitat, coltivazione, al momento della raccolta e alla parte del vegetale coinvolto.
Le varie specie vegetali contengono diverse sostanze in grado di svolgere un’attività biologica nell’uomo, con effetti benefici (azione terapeutica) o dannosi (azione tossica), dovuti alla caratteristica e alla quantità dei principi attivi presenti.
In caso di esposizione a una pianta velenosa, la valutazione del grado di tossicità e delle relative manifestazioni cliniche è resa difficoltosa sia dalla variabilità del contenuto in principi attivi, che è differente nelle varie parti della pianta, sia dallo stato di maturazione.
Inoltre, l’attività farmacologica della pianta può variare a secondo del grado di assorbimento attraverso il tratto gastroenterico ed essere modificata dal trattamento fisico effettuato dopo la raccolta come la cottura, l’essicazione o la macerazione.
Molte delle informazioni sulle proprietà sia curative, sia tossicologiche delle piante sono aneddotiche e legate a un uso tradizionale; è per questo motivo che le notizie diffuse da riviste, libri o siti internet possono essere discordanti e non corrispondere ai reali effetti clinici conseguenti al loro consumo nell’uomo.
Il medico viene più frequentemente interpellato per ingestioni pediatriche di specie ornamentali, ma le intossicazioni più gravi coinvolgono generalmente gli adulti e sono dovute all’uso di piante selvatiche a scopo alimentare o di automedicazione: le specie officinali sono utilizzate in modo improprio, oppure avviene uno scambio con specie simili, ma velenose, al momento della raccolta.

Si sono rivelate mortali, ad esempio, le ingestioni accidentali di colchico (Colchicum autumnalis) scambiato per aglio ursino (Allium ursinum) e di aconito (Aconitum spp) scambiato per radicchio selvatico (Lactuca alpina o Cicerbita alpina).
Sono molto gravi anche le ingestioni di veratro (Veratrum album) scambiato per genziana (Gentiana lutea), di mandragora (Mandragora officinarum) scambiata per borraggine (Borago officinalis) e di belladonna (Atropa belladonna) scambiata per mirtillo (Vaccinium myrtillus).
Altri tipi di esposizione sono l’uso a scopo voluttuario delle specie ad azione stimolante o allucinogena da parte degli adolescenti e, più raramente, l’uso intenzionale delle specie velenose a scopo abortivo, suicidario o criminale.
Le tossine contenute nelle piante velenose possono svolgere la loro azione lesiva solo nella zona di contatto (specie ad azione locale), oppure, dopo assorbimento dalla via di esposizione, colpire uno o più organi specifici (specie ad azione sistemica) causando delle intossicazioni anche molto gravi e potenzialmente mortali.

APIACEAE (UMBELLIFERAE)
E’ la famiglia della carota, del finocchio, del cumino, del coriandolo, dell’anice, del prezzemolo, ma anche della cicuta! Alcune umbelliferae velenose contengono alcaloidi della piperidina tra cui la micidiale coniina (dal Conium maculatum}, la cui concentrazione è più alta nei frutti immaturi che nelle foglie e dipende anche dalla stagione e dalla posizione geografica di crescita. Un decotto di semi era un mezzo usato dagli antichi greci per le esecuzioni e venne scelto da Socrate per morire. Il nome volgare di cicuta viene attribuito a 3 specie diverse.
1. La Cicuta virosa (velenosissima), detta volgarmente cicuta acquatica, sebbene rara, è presente al lago di Alserio (Co), e segnalata in Alto Adige.
2. L’Aethusa cynapium chiamata anche cicuta aglina perché stropicciata emana forte odore di aglio, pure rara da noi, si può confondere col prezzemolo e ha una tossicità ancora oggetto di studio.
3. La terza cicuta, chiamata popolarmente cicuta maggiore, cresce tra i ruderi e in luoghi incolti, ve ne sono alcune stazioni anche in bergamasca ed è il: Conium maculatum (cicuta).
E’ una fortuna che questa cicuta abbia un odore sgradevole.
Nell’89 in Italia ci fu una intossicazione di 11 persone che avevano mangiato uccelli che a loro volta avevano ingerito germogli freschi della pianta (fu trovata coniina sia negli uccelli che nel siero e nelle urine degli intossicati).
Un simile modo di intossicarsi era noto fin dai tempi biblici per le quaglie e per fortuna ha un decorso di solito benigno (dolori muscolari, aumento delle transaminasi con
epatite tossica, oliguria e mioglobinuria).
Lievi intossicazioni determinano sintomi gastrointestinali, gran sete, difficoltà alla parola, debolezza muscolare, disturbi della vista. I sintomi più gravi sono dovuti ad una progressiva paralisi della muscolatura respiratoria in perfetta conservazione dello stato di coscienza. Questi sintomi non corrispondono a quelli descritti da Platone per la morte di Socrate (“morte calma e dignitosa”} al quale probabilmente fu dato anche oppio.

ARACEAE
Arum maculatum e italicum, Non sono state ancora ben identificate le sostanze chimiche responsabili dei sintomi che l’ingestione di queste piante provoca (lignani, triglochinina, lectina). I suoi frutti attraggono i bimbi e I’ingestione anche di poche bacche causa sintomi essenzialmente digestivi (vomito, nausea, dolori addominali). Notevole è l’effetto irritante locale con sintomi orofaringei fino all’ulcerazione buccale. Anche le foglie possono dare sintomi analoghi.
Da segnalare che problemi simili può dare una pianta ornamentale che molti tengono in casa, la Dieffenbachia.

ASTERACEAE (COMPOSITAE)
Molte piante di questa famiglia sono di largo utilizzo in fitoterapia (Artemisia, Camomilla, Calendula, Elicriso, Achillea, Inula…) e altre di largo uso alimentare (carciofo, girasole, lattuga, cicoria, indivia, sedano, dragoncello…). Da alcune di esse l’industria farmaceutica ha estratto principi tuttora usati quali la silimarina, somministrata come antiepatotossico. Appartiene a questa famiglia l’ambrosia, una delle piante maggiormente responsabili di allergie respiratorie, in fase di grande espansione sul nostro territorio. Alcune asteraceae (come la Tussillago farfara) sono certamente pericolose per il fatto di contenere alcaloidi della pirrolizidina, che sono derivati del pirrolo: ossidati nel fegato provocano gravi danni alle cellule endoteliali e possono causare ipertensione portale, con malattia epatica veno-occlusiva, epatomegalia e formazione di ascite. Altre, come i:
Seneci, contengono nelle parti radicali alcaloidi ad attività simil-digitalica. I seneci sono piante da non utilizzare più e, secondo Severino Viola (autore del libro “Piante medicinali e velenose della flora italiana”),
“..dovrebbero essere bandite dalla farmacia popolare..”, che le propone soprattutto come regolatori della funzione venosa e come stimolatori mestruali. Le parti sotterranee dei seneci contengono quasi sempre un alcaloide fortemente tossico, la senecionina, e un principio resinoso, la senecina, che sembra avere un’azione simil- digitalica. Anche i generi Adenostyles, Doronicum (dall’arabo “doronigi” = pianta venefica) e Petasites contengono come i seneci alcaloidi della pirrolizidina e sarebbe meglio non utilizzarli.
Tussillago farfara, si pensi che la tussillago è stata in passato il simbolo dei farmacisti francesi e costituisce un chiaro esempio di come anche per i principi cosiddetti naturali a volte occorrono secoli prima di rendersi conto di quanto possano essere pericolosi. E’ stata molto usata per curare la tosse. In numerosi paesi la sua ingestione è ora proibita. E’ descritto un recente caso di donna gravida che beveva un infuso per sedare la propria tosse e che ha dato alla luce un bimbo morto a 5 giorni di vita per insufficienza epatica.
Arnica, i suoi fiori sono tossici e anche le pomate (indicate sopecialmente per contusioni) non andrebbero applicate su ferite aperte. A forti dosi dà tachicardia, tremori e anche morte per asfissia.
Artemisia absinthium, un tempo usata per aromatizzare liquori (uno era omonimo, l’assenzio) è ora vietata per questo uso. Contiene derivati del terpene dotati di neurotossicità, soprattutto possibile per un consumo prolungato attraverso infusi e liquori. Piante simili, quali il genepì, paiono invece innocue e il liquore da essi derivato è tuttora prodotto sia industrialmente che artigianalmente.

BORAGINACEAE
Specialmente la borragine è utilizzata in fitoterapia per la sua ricchezza in acido gamma-linolenico, presente in molti cosmetici. Altra pianta di questa famiglia molto usata è ad es. la polmonaria.
Symphytum officinale, La sua radice è ritenuta una vera panacea.Viene considerato utile per dolori muscolo-articolari essendo utilizzato in creme, mentre ugualmente si usa per la gastrite, i reumatismi e i problemi polmonari. Ci sono libri, specialmente orientali, che esaltano le proprietà terapeutiche delle foglie e dei semi, dimenticando che ogni parte della pianta contiene alcaloidi della pirrolizidina, pericolosi specialmente nel bambino.
E’ dimostrato che, più che un’intossicazione acuta, è l’accumulo nel tempo degli alcaloidi contenuti che può dare danno soprattutto epatico come per le asteraceae. Se ne consiglia ormai solo l’uso esterno e in molti paesi il suo uso è vietato.
DIOSCOREACEAE
Sintomi sovrapponibili a quelli dell’ Arum può dare il Tamus communis che è molto ricco di cristalli di ossalato di calcio in ogni suo organo e specialmente nelle bacche, e forse questo spiega, (attraverso un’irritazione meccanica di microparticelle cristalline), le sue capacità irritanti.

ERICACEAE
Alcune piante di questa famiglia sono molto usate, ad es. il corbezzolo, l’uva ursina o il mirtillo nero, utile per contrastare la fragilità capillare anche a livello retinico.
E’ dimostrata la tossicità, invece, del Rhododendron genere.
In bergamasca sono comuni sia la variante che cresce su calcare (Rhod. hirsutum) che quella che vive sul silicio (Rhod. ferrugineum). Esse contengono diterpeni detti graianotossine responsabili della tossicità sia nelle
foglie che nei fiori e in particolare nel nettare (e pertanto nel miele!).
E’ descritto un episodio storico riferito a molti soldati dell’esercito di Ciro il Giovane che, dopo avere saccheggiato un villaggio di un altopiano turco dove veniva praticata l’apicultura e dove il rododendro era il fiore prevalente, mangiarono miele in gran quantità sentendosi poi molto male!
Casi di intossicazione da miele si osservano tuttora in Turchia, Austria, Nepal e Canada. I sintomi sono bradicardia, già dopo 1-2 ore, ipotensione, aritmie, sudorazione, vomito, dolori muscolari, stato di astenia profonda e agitazione. L’ingestione di fiori o foglie in piccola quantità non giustifica trattamenti drastici, ma certamente occorre attenzione.
FABACEAE (LEGUMINOSAE)
E’ la famiglia dei piselli, dei fagioli, dei ceci, dei cornetti, delle carrube, della soia, della canfora, del tamarindo, della mimosa, della ginestra, della liquirizia, dell’erba medica, della robinia, del trifoglio. Alcuni rappresentanti di questa famiglia sono dotati di tossicità e certamente pericolosi sono:
il Laburnum anagyroides e l’alpinum,
(conosciuti come “maggiociondolo”), assai comuni in bergamasca e molto simili tra loro. E’ soprattutto la vaga somiglianza con i baccelli del fagiolo ad indurre in particolare i giovani a giocare con i frutti e talvolta a ingerire baccelli e semi, potendo così dare una delle intossicazioni vegetali più comuni in Germania, Gran Bretagna e Francia. Sono riportati anche casi drammatici di confusione di specie eduli con questa, ad es. di una famiglia che aveva mangiato una frittata contenente fiori di maggiociondolo scambiati con quelli della robinia!
I sintomi sono neurologici e gastrointestinali ma i più gravi sono costituiti da paralisi cardiorespiratoria. La sostanza tossica responsabile è la citisina, un alcaloide della quinolizidina, contenuto specialmente nei semi dei baccelli ancor verdi. Con la maturazione dei semi il suo contenuto e pertanto la tossicità relativa diminuiscono.
LAMIACEAE (LABIATAE)
Numerose piante aromatiche usate sia dall’industria alimentare che da quella cosmetica fanno parte di questa famiglia, quali il timo, la maggiorana, la lavanda, il rosmarino, l’origano, il basilico, la menta, la melissa, la salvia, la cedronella. ..
Teucrium chamaedrys, usato fino a non molti anni fa per diminuire di peso, per la diarrea lieve e per l’igiene orale. Soprattutto era noto per la prima indicazione, in polvere o in infusione (associato al tè verde). Il suo uso nelle diete dimagranti è ora proibito visto che un uso prolungato determina danno epatico, con epatite citotossica e possibilità di necrosi massiva a causa del contenuto in diterpeni.

LILIACEAE
Sono piante spesso sfruttate dall’industria farmaceutica per l’estrazione di sostanze quali la colchicina (usata per la gotta), glicosidi cardiaci, estratti protettivi vascolari, lassativi, ma anche da quella alimentare (agli, asparagi..). Una delle liliaceae attualmente più utilizzate in fitoterapia è l’aloe. La loro tossicità è dovuta:
-ad alcaloidi (contenuti ad es. nella Fritillaria oltre che nel Veratro)
-a glicosidi cardiaci (Ornithogalum e Mughetto)
-a sapogenine (Paris quadrifolia e Polygonatum)
Fritillaria tubaeformis, sporadicamente presente in numerose località bergamasche su pascoli pingui, questo splendido fiore contiene specialmente nel bulbo alcaloidi cardioattivi.
Ornithogalum umbellatum, l’ornitogalo più diffuso, ma non il solo, sul nostro territorio, e contiene glicosidi cardioattivi ancora in fase di studio, è volgarmente chiamato “Latte di gallina e cipollaccto” e solo I’ingestione di grandi quantità di bulbi darebbe sintomi seri.
Convallaria majalis (mughetto), apprezzatissima per il suo
profumo delicatissimo, la pianta contiene glicosidi cardiaci ad attività cardiotonica, tra cui il più efficace è la convallotossina, isolata nel 1929, e sfruttata dall’industria farmaceutica. Altri due glicosidi cardioattivi isolati sono la convallarina e la convallamarina. L’ingestione in particolare delle bacche fresche è pericolosa, ma si sono verificati anche avvelenamenti di bambini per aver bevuto l’acqua in cui erano stati posti mazzetti di mughetti.
Paris quadrifolia, chiamata anche “uva di volpe” per la grossa bacca di colore nero che produce, in ogni sua parte contiene glucosidi che ne determinano la tossicità, detti paridina e paristifina. L’ingestione di bacche determina dolori gastrici e colici fortissimi, sebbene non siano descritti casi mortali.
Polygonatum gen., sul territorio bergamasco sono comuni tre specie: il Pol. odoratum (“Sigillo di Salomone”), il Pol. multiflorum e il Pol. verticillatum. Contengono un glicoside del gruppo delle saponine affine alla convallarina del mughetto. Nei bimbi sono stati segnalati casi anche mortali per ingestione di bacche.
Ma certamente le liliaceae più pericolose sono: Colchicum autumnale , l nome deriva dalla “Colchide” (nome greco dell’attuale Georgia), patria di Medea, mitica fabbricatrice di veleni. Medea, secondo il mito del “Vello d’oro”, avvelenò col colchico i figli avuti da Giasone dopo il suo abbandono. Dai suoi semi viene estratta la colchicina (contenuta dallo 0,20 allo 0,40%), alcaloide fortemente tossico dotato di attività antimitotica e antinfiammatoria che viene opportunamente sfruttata in medicina. Essa è contenuta anche nei suoi bulbi a concentrazioni minori varianti dallo 0,03 allo 0,06%. Cresce a fine estate/inizio autunno nei prati e nei pascoli e non viene mangiata né dai bovini né dai cavalli. Ad alte dosi i suoi effetti possono essere letali, provocando insufficienza cardiaca acuta, mentre a piccole dosi causa disturbi intestinali e specialmente diarrea profusa, con possibilità per dosi medie di dare aplasia midollare e pertanto facilità ad infezioni ed emorragie. Il profano talvolta lo confonde coi crochi (crocus albiflorus e biflorus) che peraltro crescono nei prati in primavera e sono del tutto innocui.
Veratrum album, comune nei prati e nei pascoli di montagna è una pianta tra le più velenose in assoluto. Severino Viola asserisce che il succo del rizoma serviva per avvelenare le frecce e il decotto era usato come insetticida per le mosche e come topicida. La sua radice è stata in passato usata per reumatismi e disturbi nervosi, oltre che, esternamente, per la scabbia. Ne vengono estratti alcaloidi per curare l’ipertensione, specialmente dalle radici. C’è peraltro un basso margine terapeutico! Le sostanze attive presenti non solo nel rizoma ma anche in tutte le altre parti della pianta sono alcaloidi (protoveratrina, jervina..).
Spesso il veratro viene confuso con la Genziana lutea, con la Genziana punctata o con quella porporina, piante con cui condivide l’habitat e il periodo di crescita oltre che la morfologia abbastanza simile, specialmente prima della loro fioritura. Sono peraltro ben diverse, ad un esame attento, sia le foglie che le radici e, se c’è il fiore, è del tutto improbabile un errore.
I sintomi sono nausea, vomito, stato soporoso, diminuzione di pressione arteriosa e frequenza cardiaca per un fenomeno di eccitazione vagale. Sono descritti anche casi di intossicazione per grappe preparate con radici di veratro anziché di genziana. Problemi analoghi possono essere causati anche dal Veratrum nigrum.

PAPAVERACEAE
Si tratta di una famiglia rappresentata anche sul nostro territorio da alcune specie spontanee del genere Papaver e da specie coltivate tra cui il papavero oppiaceo ( la cui coltivazione è peraltro proibita). Il nome papavero proviene dal latino “papaver” a sua volta derivato dal celtico “papa” con cui si indicava la pappa per i bimbi, in cui veniva mescolato il suo succo per farli sedare e addormentare. Interessante è conoscere, per le sue proprietà irritanti sfruttate un tempo nella cura delle verruche, il
Chelidonium majus (erba porrina), che, se portato alla bocca, potrebbe causare serie ulcerazioni: per fortuna né il colore né l’odore del lattice sono invitanti.
PTERIDOPHYTAE (FELCI)
Le felci non sono in generale ritenute pericolose, se si fa eccezione per alcune specie, oggetto di dubbi più che di certezze, tra le quali Pteridium aquilinum. Sono di scarso interesse alimentare (alcuni mettono in salamoia i germogli freschi, usanza comune in Oriente) e con pochi usi medicinali, ma sono altamente decorative e spesso coltivate nei giardini e in casa.
Le intossicazioni più note sono da riferire a questa felce in quanto contiene ptaquiloside, una sostanza in grado di determinare negli animali importanti sintomi neurologici e cardiaci (equini) e sindromi emorragiche (bovini) da riferire ad un’azione inibitrice sul midollo osseo. Ci sono fondati dubbi che abbia anche un’azione cancerogena dimostrata in molti animali.
Nell’uomo il consumo alimentare di questa felce, e in particolare dei germogli giovani è comune specialmente in Giappone, dove è stata messa in relazione con il cancro esofageo.
Peraltro il contenuto in ptaquiloside e il relativo rischio si riducono moltissimo cuocendo le fronde e inducendo a consumarle solo ben cotte. Sono stati fatti studi anche per verificare se la ptaquiloside eliminata col latte dalle mucche possa costituire un problema per l’uomo (in Colombia e in Costa Rica dove il bestiame si nutre spesso abbondantemente di queste felci, il latte locale è ritenuto a rischio).
RANUNCULACEAE
Questa famiglia presenta al suo interno molte specie tossiche e tra esse alcune assai pericolose. si tratta di fiori comunissimi su tutto il nostro territorio. Teniamo presente ad esempio che gli Anemoni.
Anemone è un termine generico che indica oltre agli anemoni in senso stretto vari generi, quali ad es. le pulsatille, l’epatica e altri.
Queste piante contengono una sostanza chiamata anemonina, un alcaloide che essendo volatile scompare dalla pianta quando secca, potendo così essere consumata dal bestiame col fieno.
Invece il consumo di fiori freschi (dove specialmente la anemonina è concentrata) nel bestiame come nell’uomo, determina notevoli fenomeni irritativi sia per contatto (specialmente agli occhi) che per ingestione. Le proprietà vescicatorie di queste piante sono note da secoli.
Ranuncoli
Anche questo è un termine generico. Queste piante contengono una sostanza simile all’anemonina, ancora soprattutto nei fiori freschi.
Se ingerita, darebbe senso di bruciore in gola con formazione di vesciche, indi violenti dolori addominali ma anche problemi cardiorespiratori.
Una prolungata applicazione di ranuncoli sulla pelle ha azione vescicatoria ed era un mezzo anche di recente usato dai soldati di leva per simulare piaghe plantari ed evitare le marce.
Ellebori
Sono fiori a tutti ben noti, specialmente il niger (“Rosa di Natale”).
Nonostante contengano certamente glicosidi cardiaci danno raramente casi di tossicità grave, anche se recentemente un paziente in Italia ha patito sintomi aritmici simili a quelli di un’intossicazione digitalica dopo averne ingerito parti fresche.
Del resto il nome elleboro, di origine greca, significa “cibo mortale”.
Clematis vitalba (ma anche la recta)
Essa può dare per contatto serie irritazioni
cutanee, ed era usata dai mendicanti che sfregandola sulla propria
pelle la rendevano irritata e ulcerata per attirare pietà.

Actaea spicata (barba di capra)
E’ l’unica ranuncolacea che produce bacche nel nostro territorio, ove nei boschi di latifoglie e soprattutto
nelle faggete non è rara.
Tali bacche nerastre hanno un sapore amaro e sgradevole, ma se qualcuno le mangiasse avrebbe gravi disturbi gastrointestinali e, nei casi più seri, problemi neurologici con delirio e convulsione fino alla morte.
Aconitum napellus (aconito)
E’ certamente la ranuncolacea più importante da riconoscere. Questa specie e’ ritenuta essere una delle piante più tossiche della terra a causa dell’elevato contenuto di alcaloidi in ogni sua parte e in particolare nelle radici; tra essi il più importante è l’aconitina, dì cui bastano pochi milligrammi per procurare la morte.
L’aconitina fu isolata nel 1833 ma la sua tossicità era ben nota da secoli. In India l’aconito era usato per l’esecuzione di pene capitali. Durante la seconda guerra mondiale ne erano in possesso spie che dovevano suicidarsi in caso di cattura.
Nel ‘500 a Roma e Praga i condannati a morte facevano da cavia negli esperimenti per scoprire un antidoto. Era usato anche per uccidere animali ritenuti portatori di malattia.
Usato in omeopatia, in Cina (ove figura in 4 preparazioni della farmacopeia ufficiale) è tuttora ritenuto dotato di efficace attività anticongestizia e antitosse (si segue una particolare preparazione con cottura delle radici per 6-8 ore, cosicché mediante processi idrolitici si determina diminuzione della tossicità); in Cina la gran parte dei casi di intossicazione è dovuta a sovradosaggio, ma non sono rari i suicidi.
La confusione con altre piante porta a volte a preparare decotti tossici (responsabili dei casi osservati nei paesi europei), ma anche la preparazione impropria delle radici è talora causa di problemi. Bastano 2-4 grammi di radice per dare anche la morte. I sintomi sono rapidissimi con disturbi sensoriali e motori, difficoltà respiratoria e abbassamento della PA, aritmia e fibrillazione ventricolare.
Una specie simile a fiore blu è l’aconitum panicolatum, velenoso come il precedente, ma meritano certamente di essere conosciuti anche gli aconiti a fiore giallo, tra cui Aconitum vulparia
che è assai diffuso in bergamasca e che, come fa capire il nome (volgarmente è noto anche come luparia) veniva usato per avvelenare bocconi-esca al fine di uccidere animali selvatici ritenuti pericolosi, anche topi.
Il nome aconito del resto deriva dal greco aconiton = pianta usata per avvelenare topi.
La vulparia/luparia non contiene aconitina, ma altri due alcaloidi solo lievemente meno pericolosi chiamati licaconitina e mioctonina.
Più raro, pure con fiori gialli ma più grossi è l’Aconitum anthora, assimilabile per pericolosità al precedente
RUTACEAE
E’ la famiglia degli agrumi. Alcune di queste piante sono note per la loro capacità di determinare dermatiti fototossiche, cioè lesioni cutanee quando, dopo averle toccate, si espongono le parti contaminate al sole. Ciò è dovuto al loro contenuto in furocumarine. Da noi è relativamente comune il Dictamnus albus (limonella). Più rara è la Ruta graveolens, usata per aromatizzare liquori, che pure può dare dermatiti fototossiche da contatto.
SCROPHULARIACEAE
Per medici e farmacisti questa è la famiglia della digitale, pianta dalle cui foglie (in particolare dalle specie lanata e purpurea) sono state estratte la digitossina e sostanze ad essa correlate, come la digoxina, fondamentale per il trattamento dell’insufficienza cardiaca.
Digitalis gen., sono proprio le piante del genere Digitalis, contenendo glicosidi cardiaci, che possono essere tossiche. Sul nostro territorio in particolare sono spontanee e comuni Digitalis grandiflora e Digitalis lutea mentre non cresce la Digitalis purpurea (che è coltivata spesso in orti e giardini per il suo alto valore decorativo e cromatico). La sintomatologia deriva specialmente dall’ingestione di foglie ed è identica a quella che si osserva in caso di sovradosaggio digitalico:
-sintomi gastrointestinali e neurologici (apatia e confusione mentale)
-bradicardia e aritmie di vario tipo.

SOLANACEAE
E’ la famiglia del tabacco, delle patate, dei pomodori, della paprica, dei peperoni….Da alcune specie, le industrie estraggono l’atropina e la scopolamina:
– l’atropina è assai usata ad esempio nella pre-anestesia e per dilatare le pupille durante l’esame del fondo oculare.
– la scopolamina è tuttora oggetto di studio per possibili applicazioni su disturbi neurologici.
Alcune specie producono grande varietà di tossine attive specialmente sul sistema nervoso centrale e su quello autonomo. Un tempo, ma tuttora in certi paesi, alcune solanaceae erano usate prima di emettere profezie e in cerimonie divinatorie, e anche dalle streghe, soprattutto attraverso unguenti, per indurre stato letargico e scene di lievitazione.
In particolare le specie potenzialmente pericolose ricche di sostanze attive e specialmente di alcaloidi del tropano presenti in bergamasca sono:
Datura stramonium (“Pianta del diavolo”), era una pianta profetica dell’oracolo di Delfi. E’ stata usata anche come siero della verità. Negli anni 90 ci furono numerose intossicazioni specialmente in Francia a causa di sigarette preparate con tutte le parti della pianta, che venivano fumate per sedare l’asma. Peraltro anche l’ingestione di foglie causa sintomi analoghi. Il soggetto intossicato è inizialmente confuso, scoordinato, le mucose sono secche, le pupille dilatate, aumentano temperatura e frequenza cardiaca, la cute si fa congesta, spesso ci sono allucinazioni. Alla scomparsa dei sintomi residua di solito amnesia.
Possibili cause di morte sono l’apnea dovuta ad alte dosi di atropina, oppure atti inconsulti indotti dall’alterato stato mentale.
Atropa belladonna, dal greco a = senza e tropa = vita, cioè che toglie la vita. Atropos era una delle tre Parche, quella che avrebbe tagliato il filo della vita. Invece il nome “belladonna” era nel medioevo attribuito a questa pianta perché era utilizzata da alcune donne per rendersi più attraenti, in particolare attraverso la dilatazione delle pupille (midriasi), cosicché gli occhi apparivano più splendenti; in realtà il suo uso per questo fine causava col tempo seri danni alla vista. Ogni parte contiene alcaloidi del tropano e specialmente iosciamina nei frutti e nelle radici.
In particolare il consumo accidentale di bacche, grosse come una ciliegia, succulente e con un sapore non cattivo, nei bimbi può dare intossicazione seria e mortale (2-5 bacche nel bimbo possono già dare sintomi gravi, 20-25 gravissimi e letali). I sintomi sono dapprima di eccitazione, poi di grave depressione del SNC.
Hyoscyamus albus (giusquiamo), rarissimo in bergamasca, dà effetti simili alla belladonna dato che contiene scopolamina e iosciamina. Era certamente usato dai babilonesi per sedare il mal di denti. Nel XV secolo era usato come anestetico nelle operazioni chirurgiche. Rispetto alla belladonna provoca assopimento, poi sonno profondo ma risveglio con ricordo di sogni spaventosi.
Solanum dulcamara, nigrum e lutea, la dulcamara deve il suo nome al fatto che il suo sapore, impartito dalla dulcamarina, è dapprima amaro e poi dolce. La dulcamarina e la solanina sono i due alcaloidi più tossici contenuti nella pianta. Viene usato come diuretico, antiartritico e antidepressivo, e in dermatologia per curare acne e ascessi. Queste piante sono pericolose specialmente per l’ingestione di frutti immaturi, contenenti solanina concentrata, da parte dei bimbi. Nel solanum nigrum sono molto pericolose anche le parti verdi. Anche le parti verdi della patata (Solanum tuberosum) contengono in piccole quantità solanina!

Gli spinaci

Fin da piccoli le nostre mamme ci hanno convinti a mangiare le verdure perché fanno bene alla salute. Questa saggezza materna è tanto più vera se si pensa alle verdure a foglia verde come bietole, cicoria, insalate, ma soprattutto agli spinaci. Questi ortaggi contengono infatti numerosi fitonutrienti biologicamente attivi. Da questo punto di vista, il colore delle foglie è un chiaro segnale: un verde più intenso significa maggiori proprietà benefiche.
Qui di seguito, ecco molti buoni motivi per mangiare gli spinaci:

1. Addio alle rughe
Il coenzima Q10 viene aggiunto a diverse creme di bellezza, ma lo potete trovare in versione “naturale”
negli spinaci. Il coenzima Q10 gioca un ruolo indispensabile nei meccanismi di difesa della pelle nei
confronti dei danni provocati dai raggi solari.
2. La pressione arteriosa… sempre sotto controllo!
Gli ortaggi a foglia verde sono la combinazione perfetta per prevenire l’ipertensione arteriosa perché sono
ricchi di potassio ma poveri di sodio e forniscono anche calcio, magnesio, acido folico, polifenoli, fibre e
acidi grassi omega-3 di origine vegetale.
3. Una buona dose di… arancione!
Strano, ma gli ortaggi a foglia verde sono pure ricchi di carotenoidi e di beta-carotene, dei pigmenti
naturali che donano il caratteristico colore arancio in carote e zucca che però è mascherato dal verde della
clorofilla nelle foglie in cicorie, bietole e spinaci. I carotenoidi proteggono gli occhi dai raggi solari, mentre
il beta-carotene in sinergia con la vitamina C impedisce al colesterolo di depositarsi sulle pareti dei vasi
sanguigni.
4. Fattore K, coagulazione del sangue
Forse non è così conosciuta come la vitamina C, eppure la vitamina K è indispensabile per la corretta
coagulazione del sangue. Un consumo regolare di spinaci, ricchi di vitamina K, aiutano la riparazione delle
pareti vascolari danneggiate da eventuali ferite sanguinanti.
5. Uno scudo naturale
Grazie alle vitamine C ed E, al glutatione e ad altri antiossidanti in essi contenuti, gli ortaggi a foglia verde
agiscono in difesa dell’organismo contro lo sviluppo di neoplasie (tumori) in particolare sembra che spinaci,
bietole e cicorie agiscano nella prevenzione del cancro allo stomaco.
Gli ortaggi a foglia verde potenziano il sistema immunitario e ostacolano lo sviluppo dei processi
infiammatori.
6 Amici degli occhi
Una scoperta molto recente attesta che gli spinaci hanno proprietà molto utili alla vista. La luteina,
contenuta in buona quantità nelle foglie di spinaci, ha la capacità di penetrare nel sangue e di depositarsi
negli occhi, in particolare nella retina, apportando così ottimi benefici alla vista.
7. Altri benefici
Proprietà lassative, tonificanti e benefiche per il cuore e il sistema immunitario, rendendolo più “forte” e
aiuta notevolmente l’organismo nella produzione di globuli rossi.
Per poter trarre i massimi benefici dal consumo di spinaci è bene sottolineare che gli stessi vanno
rigorosamente mangiati crudi, magari in insalata con olio e sale; è infatti dimostrato che, una volta lessati,
perdono il 50% circa delle loro proprietà utili all’organismo umano
Braccio di ferro, leggenda o verità?
Molto probabilmente questo cartoon ha contribuito alla
diffusione del consumo di questo ortaggio, soprattutto tra i
bambini, che associano gli spinaci ed il ferro in esse contenuto ad
una incredibile forza.
In 100 grammi di spinaci troviamo circa 3,5 mg. di ferro vegetale,
che però non è facilmente assimilabile quanto il ferro proveniente
per esempio dalla carne. Ma esiste un trucchetto per ovviare a
questo “inconveniente”: per aumentare l’assimilazione del ferro contenuto nelle verdure è bene innaffiarle
con il succo di limone o pasteggiare con succo fresco d’arancia o pompelmo. Infatti l’acido ascorbico
contenuto negli agrumi è in grado di favorire l’assimilazione di ferro vegetale, dando così retta a Popeye e
rendendo gli spinaci un alimento davvero ricco di ferro.

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