Terrorismo a Parigi arrestati quattro turchi: «Stavano progettando un attentato»

Bruxelles «I ricercati sono ancora in fuga». Alla conferenza stampa della Procura federale belga si toccano vette altissime di surrealismo. Thierry Werts, portavoce e magistrato a sua volta, risponde impassibile alle domande dei giornalisti. Ma la sua faccia, e quelle dei due colleghi che gli siedono accanto, lascia capire che vorrebbero essere ovunque ma non qui, a raccontare di una operazione antiterrorismo che non è stata esattamente un successo, e ormai si tratta di una abitudine, mentre quasi in contemporanea i «rivali» francesi annunciano il fermo di quattro persone di etnia turca accusate di avere un attentato in preparazione a Parigi.

Sono scappati dal retro, dice un poliziotto lasciato di guardia al numero 60 di rue de Dries. I vetri delle finestre esterne sono stati rimpiazzati da teli di nylon, sulla facciata intorno si vedono i buchi lasciati dai proiettili sparati dalle forze speciali. Ma una volta fatto il giro dell’immobile, la fuga dei due presunti terroristi asserragliati nell’appartamento ha davvero dell’incredibile. Saranno anche saliti sui tetti, ma a meno di compiere balzi prodigiosi di 4-5 metri, sono stati obbligati a scendere e passare attraverso una piccola corte di giardini, orti e disimpegni, delimitati da un muro che fa da recinto. Atterrare oltre non era possibile, a meno di sfidare le leggi della fisica.

L’unica spiegazione possibile è la più logica. La palazzina dietro alla stazione del sobborgo di Forest non era presidiata. Le forze speciali sono arrivate soltanto dopo la prima sparatoria. E proprio riparandosi dietro quel muro hanno ucciso Mohamed Belkaid, un algerino di 28 anni, morto da martire perfetto, con il kalashnikov tra le mani, 11 caricatori infilati nella cintura, una bandiera dell’Isis appoggiata al muro e sul tavolo un libro sul salafismo. Peccato che nessuno sappia cosa ci facesse in quel posto. Un perfetto sconosciuto. Non figura in nessuna lista di aspiranti jihadisti. Era illegale in Belgio, un clandestino. Nel 2014 era stato denunciato per furto in un negozio di alimentari. Si è immolato per coprire la fuga di altre due persone, ancora senza nome e senza identità.

E’ il primo controsenso, non l’unico. I sei agenti che hanno bussato alla porta della casa dietro la stazione di Forest stavano cercando la stamperia clandestina dove erano stati prodotti alcuni documenti falsi utilizzati per gli attacchi di venerdì 13 novembre.In passato l’appartamento era stato affittato da Mohamed Bakkali, amico e presunto fiancheggiatore di Salah Ab- deslam, l’unico superstite del commando stragista. Il nome non è noto, ma è un tassello fondamentale dell’indagine. Bakkali avrebbe affittato sotto falso nome anche la casa nel quartiere di Schaerbeek dove sono stati confezionati i giubbotti esplosivi dei terroristi di Parigi.

Insieme a ad altri due complici è stato inquilino della casa di Charleroi dove sono state trovate impronte digitali di Bi- lal Hadfi, uno dei kamikaze dello Stade de France, e di Ab- dellahmid Abbaoud, la mente degli attentati. Roba seria, insomma. Eppure l’intera operazione è stata gestita come un controllo di routine, affidata ai poliziotti di quartiere. Non male, per un Paese che può vantare la provenienza dallo stesso borgo, Molenbeek, di almeno 6 degli undici terroristi finora identificati del commando di Parigi, e con i suoi 540 jihadisti partiti per la Siria detiene la più alta percentuale europea pro capite di foreign fighters.Si torna quindi alla conferenza stampa, alla sensazione di impotenza e incapacità, ai ricercati «che sono ancora in fuga». E questa, va riconosciuto, è una innegabile verità.

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