Timbravano il cartellino e se ne andavano: I furbetti del badge al museo rischiano il licenziamento

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Non siamo ancora al caso del vigile urbano che a Sanremo timbrava il cartellino in mutande e poi tornava a casa, ma quello che è successo al museo Arti e tradizioni popolari di Roma ci va molto vicino.

I carabinieri del Nucleo operativo di Roma hanno scoperto che almeno 9 dipendenti del museo lavoravano un po’ come nel film di Checco Zalone. Anzi, se il protagonista di Quo Vado? fa di tutto per tenersi il posto fisso, qui «i colleghi» del pubblico impiego facevano di tutto tranne che lavorare.

Una dipendente timbrava il cartellino poi usciva come se niente fosse e andava a dare una mano al marito che gestisce un negozio di frutta e verdura. Un altro, invece, si segnava presente poi andava a giocare in una sala scommesse.

Un altro ancora non rimaneva in ufficio per più di un’ora, quindi di fatto non rispettava l’orario stabilito dal contratto. Altri ancora passavano il badge nella macchinetta all’ingresso anche per i colleghi che non si presentavano proprio o che arrivavano più tardi perché impegnati a fare shopping.

E la pacchia è andata avanti per mesi nel polo artistico di piazza Guglielmo Marconi all’Eur, «l’unico museo statale in Italia», si legge sul sito, «con competenze specifiche nel campo delle materie demoetno antropologiche, la cui finalità è la documentazione delle tradizioni popolari di tutte le regioni italiane che conserva oltre centomila documenti, acquisiti dal 1906 ad oggi».

I dipendenti assenteisti hanno un’età compresa tra i43 e i 65 anni e sono accusati, a vario titolo, di falsità materiale e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, truffa ai danni dello Stato (per alcuni con l’aggravante di aver commesso il fatto per conseguire il profitto di un altro reato e con la violazione dei doveri di una pubblica funzione), false attestazioni e certificazioni.

A inchiodarli non c’è solo il lavoro certosino dei militari dell’Arma dell’Eur, ma pure le immagini che li immortalano nel momento della timbratura e poi della «fuga» dal posto di lavoro. L’inchiesta, cominciata a febbraio del 2015, e denominata “Museum”, è infatti stata svolta attraverso servizi di osservazione, pedinamento e controllo, con riprese video e telecamere poste in punti nevralgici del museo.

Il giudice del tribunale di Roma ha sospeso per un anno i 9 fannulloni, mentre nei mesi scorsi, sempre i carabinieri, hanno arrestato uno dei custodi del museo «sorpreso in località diversa dal luogo di lavoro benché presente, visto che aveva timbrato all’inizio del turno».

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