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Tinture per capelli shock: tingersi i capelli aumenta il rischio di tumore al seno

Occhio alle tinture per capelli, potrebbero essere causa di cancro al seno. Non è la prima volta che gli esperti mettono in guardia sulla pericolosità delle tinture per capelli soprattutto quelle permanenti. Negli uomini aumenta il rischio di cancro alla vescica ma potrebbero anche essere causa di leucemie. Adesso si scopre che nella donna aumenterebbe il rischio di cancro al seno, ragione che avrebbe spinto gli esperti a consigliare un ricorso alla tinta limitato nel tempo, massimo sei volte l’anno, e non una volta al mese come invece fanno molte donne. Non esiste un rapporto causa-effetto ma un rischio molto elevato soprattutto in presenza di particolari coloranti.

LO STUDIO 
L’allarme arriva dal chirurgo senologo Kefah Mokbel del Princess Grace Hospital di Londra. In base alle ricerche da lui elaborate si evincerebbe che le donne con l’abitudine di tingersi ripetamente i capelli correrebbero il 14% di pericolo in più di cancro mammario. Non basterebbe tuttavia limitare le tinture ma anche utilizzare prodotti naturali. Il professore ha illustrato la sua ricetta al Daily Mail online. 
“Sarebbe preferibile scegliere prodotti con una concentrazione minima di ammine aromatiche come PPD – spiega –  ulteriori ricerche sono necessarie per chiarire la relazione tra coloranti per capelli e cancro al seno al fine di informare meglio le donne”.
Sanna Heikkinen del Finnish Cancer Registry, aggiunge: “Abbiamo osservato la possibile connessione tra le tinture per capelli ed il rischio di cancro al seno. Tuttavia, non è possibile confermare una vera connessione causa-effetto. Potrebbe essere, ad esempio, che le donne che utilizzano tinture per capelli utilizzano anche altri cosmetici più di donne che non hanno mai usato coloranti per capelli”.
Gli esperti poi suggeriscono il ricorso a prodotti naturali. “Anche se sono necessari approfondimenti, i nostri risultati suggeriscono che l’esposizione alle tinte per capelli può contribuire al cancro del seno – proseguono – meglio optare per coloranti naturali e sottoporsi sempre a screening preventivi dall’età di 40 anni in su”.
Come il caso della tintura Henné ricavata dalle foglie essiccate e polverizzate di un arbusto (Lawsonia inermis L. fam. Lythraceae) comunemente chiamato henna. Conosciuta ed utilizzata da migliaia di anni nei Paesi africani ed indiani, l’henné viene ancora oggi impiegata come colorante per tessuti, unghie, pelle (tatuaggi) e capelli.
Necessario quindi stare in guardia e non esagerare. Questo non significa che si debba rinunciare alla tintura dei capelli soprattutto in età avanzata, ma sarebbe preferibile non abusarne, ossia non eccedere con eccessiva periodicità. E accertarsi che i prodotti usati siano a base di prodotti naturali e non di sostanze cancerogene. Un problema soprattutto per le donne ma anche per le ragazze spesso alla ricerca di coloranti stravaganti per mettersi in evidenza (capelli rosso fuoco, verdi, blu o viola) e che a lungo andare potrebbero causare danni alla cute in primo luogo e al resto del corpo.

Cosa dice quest’ultima ricerca?

«Si tratta – risponde Gori – di uno studio condotto negli Stati Uniti, precisamente a New York e nello stato del New Jersey, che ha incluso oltre 4mila donne (sia bianche che afroamericane) di cui 2.280 con tumore al seno e 2.005 senza tumore. Lo studio ha esplorato l’eventuale associazione tra il diverso uso di prodotti per capelli (tinture, liscianti chimici e balsami contenenti colesterolo e placenta) e il rischio di cancro alla mammella. Gli autori sostengono che, tra le donne afroamericane, l’uso di tinture scure è associato a un aumento del 51 per cento del rischio di carcinoma mammario. Tra le donne bianche, invece, l’uso di liscianti è associato a un aumento del rischio del 74 per cento, e tale rischio risulta ulteriormente aumentato se si utilizza una combinazione di liscianti e tinture».

Quali sono i meccanismi che legano tinture e cancro al seno?

«I meccanismi non sono noti – dice l’esperta -. L’ipotesi avanzata è che i prodotti per capelli possano contenere sostanze cancerogene come per esempio le ammine aromatiche che, se assorbite dall’organismo, potrebbero determinare danni al Dna e favorire lo sviluppo di tumori. Inoltre i prodotti per capelli potrebbero contenere fonti di estrogeni o di sostanze che interferiscono con la regolazione ormonale e un’eccessiva esposizione agli estrogeni rappresenta un fattore di rischio per il tumore al seno. Ma in questo studio non sono stati valutati i componenti dei prodotti per capelli presi in esame, per cui non c’è una risposta definitiva».

Dipende dai prodotti usati? Cosa si sa di certo?

«Per il momento le informazioni disponibili non consentono di stabilire se il pericolo possa essere collegato a sostanze specifiche contenuti nei prodotti utilizzati – spiega Gori -. Anche se questo studio suggerisce una possibile correlazione tra liscianti, tinture e tumore al seno, ci sono altri studi che non hanno osservato alcun tipo di collegamento. È quindi necessario proseguire la ricerca in questo ambito per fare maggiore chiarezza. Nel frattempo è consigliabile un uso responsabile dei prodotti per capelli e in generale dei prodotti cosmetici, prestando attenzione alla composizione di quello che si acquista ed evitando usi troppo frequenti».

Parlando di tumore al seno: cosa fa salire in rischio di ammalarsi?

«Le probabilità di sviluppare un carcinoma della mammella aumentano con l’avanzare dell’età – chiarisce Gori -: la probabilità di sviluppo di cancro al seno è del 2,4% fino a 49 anni (1 donna su 42), del 5,5% tra 50 e 69 anni (1 donna su 18) e del 4,7% tra 70 e 84 (1 donna su 21). La curva di incidenza cresce esponenzialmente sino agli anni della menopausa (intorno a 50-55 anni), in seguito rallenta, per poi riprendere a salire dopo i 60 anni: un andamento legato sia alla storia endocrinologica della donna sia alla presenza dei programmi di screening mammografico. Ci sono poi fattori riproduttivi: una lunga durata del periodo fertile, con un menarca precoce e una menopausa tardiva e quindi una più lunga esposizione dell’epitelio ghiandolare agli stimoli proliferativi degli estrogeni ovarici, fanno lievitare il rischio. Così come il non avere figli, una prima gravidanza a termine dopo i 30 anni, il mancato allattamento al seno».

E per quanto riguarda l’alimentazione?
«L’elevato consumo di alcol e grassi animali e il basso consumo di fibre vegetali sembrerebbero essere associati ad aumentato rischio di carcinoma mammario – risponde l’oncologa -. Stanno inoltre assumendo importanza l’alimentazione e quei comportamentali che conducono all’insorgenza di obesità (specie in post menopausa) e sindrome metabolica. Sappiamo per certo che attraverso una regolare attività fisica quotidiana abbinata a una dieta equilibrata (per esempio la mediterranea) si potrebbe ridurre il pericolo di carcinoma mammario migliorando l’assetto metabolico e ormonale della donna. Infine, per completare l’elenco dei fattori di rischio noti per questa neoplasia, bisogna ricordare familiarità ed ereditarietà, anche se solo il 5-7 per cento dei carcinomi mammari risulta essere legato a fattori ereditari, un quarto dei quali determinati dalla mutazione di due geni BRCA1 e BRCA2. Nelle donne portatrici di mutazioni del gene BRCA1 il rischio di ammalarsi nel corso della vita di carcinoma mammario è pari al 65% e nelle donne con mutazioni del gene BRCA-2 pari al 40%. E la lista si chiude con la pregressa radioterapia (a livello toracico, specialmente se prima dei 30 anni d’età) e precedenti displasie o neoplasie mammarie».

Ogni anno in Italia oltre 11.000 donne muoiono di cancro mammario. Le informazioni sull’incidenza a livello nazionale possono essere stimate indirettamente applicando modelli matematici ai dati di mortalità e di sopravvivenza. I dati d’incidenza forniti dai Registri tumori sono sicuramente più affidabili, ma la distribuzione disomogenea dei Registri sul territorio nazionale non consente valutazioni sicure. Dall’insieme di queste informazioni si può desumere che la distribuzione dell’incidenza nelle varie regioni italiane ha un netto gradiente Sud-Nord (rischio cumulativo da 0 a 75 anni: 5% al sud, 6% al centro e 7% al nord) a somiglianza di molte altre neoplasie legate agli stili di vita occidentali.

Un fenomeno analogo, ma molto più marcato, si rileva a livello internazionale: l’incidenza di carcinoma mammario è direttamente proporzionale al grado di occidentalizzazione di un Paese, inteso non solo come industrializzazione, ma anche come abitudini di vita (soprattutto dietetiche), con differenze fino a 810 volte tra Paesi come gli Stati Uniti e Paesi africani od orientali (inclusi Paesi sviluppati come il Giappone). Le differenze tendono però nel tempo ad attenuarsi, e sono più marcate nelle età postmenopausali, suggerendo la presenza di diversi andamenti generazionali. Il rischio di carcinoma mammario in Italia aumenta rapidamente con l’età, raggiungendo un tasso annuo superiore ai 150 casi per 100.000 donne in epoca menopausale, per poi continuare a crescere, più lentamente, fino a tarda età. Questo fenomeno è evidente in tutte le popolazioni ad incidenza e mortalità stabili, mentre nelle popolazioni in cui il rischio è in rapido aumento l’incidenza nelle donne in età premenopausale, appartenenti a generazioni più recenti e quindi esposte per tutta la vita ai fattori responsabili dell’aumento del rischio, può risultare uguale o addirittura superiore a quella delle donne in età postmenopausale.

In Italia il rischio è aumentato progressivamente nelle donne nate tra l’inizio del secolo ed il 1930, producendo un costante incremento nell’incidenza e nella mortalità. In quelle nate dopo il 1930, il rischio si è stabilizzato, per poi mostrare una tendenza alla diminuzione nelle generazioni nate alla fine degli anni cinquanta, per la verità ancora troppo giovani per permettere stime affidabili del rischio cumulativo. In conseguenza di questi fenomeni, si può prevedere che l’incidenza di carcinoma mammario continuerà a crescere ancora per 10-15 anni. Non si osserva quindi dai dati d’incidenza quell’aumento del rischio nelle donne giovani che viene spesso riportato a livello aneddotico. Fattori di rischio L’insieme dei fattori di rischio noti non è in grado di spiegare le ampie fluttuazioni geografiche e temporali nell’incidenza di questa malattia, che sono probabilmente da attribuire ad altri fattori. Tra questi ultimi è verosimile che abbiano un ruolo importante le abitudini dietetiche, ma le evidenze al riguardo sono del tutto insufficienti. In sostanza, i dati disponibili non permettono d’individuare, nella popolazione femminile generale, un sottogruppo a rischio all’interno del quale si verificherà la maggioranza dei casi di carcinoma mammario; di conseguenza, la maggior parte delle donne può essere considerata a rischio medio ed il rischio individuale è legato soprattutto all’età. Tra i fattori tradizionali, alcuni riguardano la storia mestruale e riproduttiva.

È noto che il rischio è tanto minore quanto più tardivo è il menarca e quanto più precoce è la menopausa: quest’ultimo effetto è abbastanza marcato, per cui un anticipo di 10 anni della menopausa dimezza il rischio di cancro mammario per tutta la vita. Una riduzione del rischio a lungo termine si osserva anche nelle donne che hanno avuto figli rispetto alle nullipare, e la protezione è tanto maggiore quanto più numerosi sono i figli e quanto più precoce è l’età al momento della prima gravidanza. Questa protezione sembra però preceduta da un breve periodo (alcuni anni), subito dopo una gravidanza, in cui si osserva un aumento nel rischio di cancro mammario. Esiste anche una correlazione tra rischio di cancro e obesità, presente solo dopo la menopausa. Per quanto riguarda i fattori di rischio esterni, va sottolineato l’effetto cancerogeno delle radiazioni ionizzanti, che è direttamente legato non solo alla dose cumulativa, ma anche all’età in cui ci si espone: l’effetto è massimo prima dei 20 anni, diminuisce progressivamente tra i 20 ed i 40, per poi diventare quasi trascurabile. Il fenomeno è legato, come dimostrato chiaramente dagli studi su animali da laboratorio, alla diversa suscettibilità del tessuto mammario agli stimoli cancerogeni: questa è massima prima della pubertà, per poi diminuire con la maturazione indotta dalle gravidanze o, in maniera più lenta ed incompleta, spontaneamente.

Considerando la lunghissima durata dell’effetto cancerogeno delle radiazioni sulla mammella (>40 anni), è chiara la necessità di mantenere un’estrema prudenza nella prescrizione di esami radiologici in sede toracica in donne al di sotto dei 20-30 anni. Un altro fattore di rischio esogeno, su cui inizia a esservi consenso, è il consumo di alcol; restano tuttavia ancora molte incertezze, specie in termini di relazione dose-effetto. Ancora incerta è invece la relazione con fattori di rischio dietetici, poiché gli studi finora condotti non sono riusciti a confermare in maniera chiara le indicazioni fornite dai confronti geografici e soprattutto dagli studi sugli animali: questi ultimi, infatti, avevano dimostrato che l’incidenza di cancro mammario è in diretto rapporto sia con la quantità di calorie sia con la quota lipidica (a parità di calorie) assunte con la dieta. Una possibile spiegazione per l’inconsistenza dei risultati degli studi epidemiologici potrebbe essere che la dieta, come le radiazioni ionizzanti (sia pure con meccanismi del tutto diversi), agisce nella prima parte della vita di una donna: il rischio di cancro mammario sarebbe influenzato precocemente da questi fattori dietetici (dieta iperlipidica? ipercalorica?) che potrebbero agire inducendo alterazioni sia sistemiche (ormonali, modificazioni quantitative o qualitative nel tessuto adiposo) sia nel tessuto mammario stesso. Non a caso, la distribuzione geografica delle lesioni patologiche mammarie associate ad un rischio aumentato è simile a quella del cancro mammario.

Per quanto riguarda i contraccettivi orali, il loro uso su larga scala è troppo recente per permettere conclusioni definitive, specie sugli effetti a lungo termine: per ora è stato possibile stabilire che, nel breve termine, si può avere un incremento di rischio che, se presente, è comunque di dimensioni molto limitate. Gli scarsi dati disponibili sugli effetti a lungo termine non sembrano indicare alcun aumento del rischio, e anzi qualcuno ipotizza un possibile effetto protettivo: è evidente che una stima del rapporto complessivo tra rischi e benefici sarà possibile solo con una valutazione accurata degli eventuali effetti in età postmenopausale, in cui il rischio di base è maggiore. Al momento, comunque, non esistono seri motivi di preoccupazione. Non dissimili sono le valutazioni degli effetti di preparati ormonali utilizzati nelle donne in menopausa: la maggior parte degli studi su donne che avevano preso preparati contenenti solo estrogeni (di solito estrogeni coniugati, per via orale) non ha mostrato un incremento di rischio, o lo ha mostrato solo dopo un uso molto prolungato.

L’aumento (di circa il 20-30%) sembra presente solo dopo 15 anni di assunzione, in studi in cui i dosaggi giornalieri erano generalmente superiori a quello standard di 0,625 mg. Non sono disponibili dati sull’effetto delle preparazioni parenterali (transdermiche), anche se studi sugli effetti ormonali delle due vie di somministrazione danno sostegno all’ipotesi che l’effetto sul rischio di carcinoma mammario possa essere più marcato. Gli studi sugli effetti dei preparati contenenti progestinici in aggiunto agli estrogeni hanno fornito risultati discordanti. La ragione di questo disaccordo potrebbe essere ascritta al diverso tipo di progestinico contenuto nei preparati utilizzati nelle aree dove si sono condotti questi studi. Se ciò venisse confermato, alcuni dei preparati estroprogestinici sarebbero associati a un aumento del rischio di carcinoma mammario. 1.2 La familiarità Tra i fattori utili a definire il rischio individuale di carcinoma mammario la storia familiare ha molta importanza, come è stato confermato da recenti studi di biologia e genetica molecolare.

A questo proposito bisogna però evitare la confusione: circa il 10-15% delle donne che sviluppano un carcinoma mammario ha una parente di primo grado che è già stata colpita dalla stessa malattia. D’altra parte, la malattia è cosí frequente (una donna su 10-15 ha tale diagnosi entro i 75 anni, se non muore prima per altre cause) che anche molte donne senza tumore mammario hanno parenti di primo grado con un carcinoma della mammella. In effetti, è stato ripetutamente dimostrato che quando una donna ha una parente di primo grado con cancro della mammella il l suo rischio è doppio o triplo. Nella maggior parte degli studi non viene però fatta alcuna distinzione tra le familiarità “sporadiche” e la vera aggregazione, all’interno di una stessa famiglia, di più casi di cancro mammario, spesso in età giovanile. Queste aggregazioni sono verosimilmente legate a fattori genetici ereditari, ed i progressi nel campo della biologia molecolare hanno già in parte permesso di caratterizzarle, e ancor più dovrebbero permetterlo in un prossimo futuro (vedi paragrafo successivo). Per ora appare importante riconoscerle, per poter identificare le situazioni in cui il rischio è molto elevato, anche se il comportamento successivo rimane problematico.

A tale scopo può essere necessaria la competenza di genetisti clinici specializzati. Queste situazioni sono però abbastanza rare: nella maggior parte dei casi, invece, la presenza di un parente di primo grado (o anche di secondo) comporta un incremento di rischio relativamente modesto, inferiore per esempio a quello che si ha passando dai 35 ai 55 anni di età. Non sembrano perciò giustificati eccessivi allarmismi. Anche quando due casi di cancro mammario si verificano nella stessa famiglia, non necessariamente si è in presenza di una sindrome neoplastica ereditaria: l’associazione può essere dovuta semplicemente al caso (circa un terzo-metà dei casi) o a fattori ambientali presenti all’interno della famiglia. È anche possibile che alcuni casi di aggregazione familiare siano dovuti a particolari varietà costituzionali (ereditarie) che determinano una diversa suscettibilità ai fattori ambientali, ma questa è per ora solo un’ipotesi di ricerca. In generale, le strategie che mirano all’identificazione dei soggetti con familiarità di primo grado per cancro mammario da avviare indiscriminatamente a protocolli di screening clinico e mammografico intensivo non sembrano giustificate, in assenza di un’accurata valutazione del rapporto tra rischi e benefici. Sembra invece necessaria la definizione, con la collaborazione di specialisti di varia estrazione, di protocolli per identificare le famiglie dove è presente un rischio molto alto.

Il tumore al seno rappresenta ad oggi una delle cause principali di morte nelle donne e molto spesso quello che viene indicato come segno di riconoscimento di questa condizione è appunto la presenza di un nodulo palpabile alla mammella. Ma è opportuno precisare che vi sono anche tanti altri sintomi legati al tumore al seno, sintomi che si presentano a 1 donna su 6 e che spesso non vengono ben interpretati portando le donne a rimandare la visita dal medico,  o almeno questo è nello specifico quanto emerso da un particolare studio condotto dalla University College London e presentato alla National Cancer Research Institute (NCRI) Cancer conference a Liverpool.

Tra questi particolari sintomi, che purtroppo molto spesso vengono sottovalutati, vi troviamo ad esempio anomalie del capezzolo, infezioni del seno o infiammazioni, gonfiore al braccio o all’ascella o dolore all’ascella stessa ed in ultimo anche delle ulcerazioni della mammella. Sulla delicata vicenda ecco che si è nello specifico espressa Monica Koo, colei che si è impegnata nella presentazione della ricerca sopra citata, la quale per essere più precisi ha sottolineato l’importanza “che le donne siano consapevoli del fatto che un nodulo non è l’unico sintomo di tumore al seno”, proseguendo poi “se vi è preoccupazione per qualsiasi sintomo che riguarda il seno, la cosa migliore da fare è un controllo medico il più presto possibile. Fare una diagnosi precoce è davvero cruciale per aumentare le possibilità di sopravvivenza”.

Per effettuare tale particolare studio ecco che i ricercatori della University College London hanno nello specifico esaminato i dati di 2.300 donne del Regno Unito che nell’anno compreso tra il 2009 e il 2010 hanno ricevuto la terribile diagnosi di cancro al seno. Tra queste 2.300 donne, è emerso dall’analisi che la maggior parte avevano chiesto aiuto subito dopo aver notato i noduli mentre invece, le donne alle quali la malattia si è presentata con sintomi diversi, non hanno chiesto subito aiuto e hanno dunque rimandato la visita dal medico. Intanto nelle ultime ore sta facendo molto discutere, e sta accendendo la speranza in molte persone, il progetto partito in Francia e precisamente al Centro Curie di Ricerca sul cancro di Limoges, un progetto che ha come obiettivo quello di riuscire ad addestrare i cani al riconoscimento della malattia.

Per essere più precisi i cani, addestrati, dovrebbero essere in grado di individuare, grazie al loro eccezionale fiuto, la presenza di cellule tumorali. Un’idea davvero eccezionale partita dalla dottoressa Isabelle Fromantine, del Centro Curie di Parigi e secondo quanto emerso dalle prime indiscrezioni le persone non entreranno in contatto diretto con il cane ma, chi vorrà sottoporsi a tale test dovrà semplicemente richiedere un kit al cui interno vi si trovano salviette, particolari gel e accessori da bagno e dopo averli usati ecco che tali oggetti dovranno essere riportati al centro per poter essere analizzati e solo in caso di particolari sospetti verrà chiesto ai soggetti sottoposti a test di effettuare ulteriori specifici esami.

Dieta e Sport

Un grande passo in avanti nel campo medico e soprattutto della prevenzione del tumore, visto che da quanto sembra, seguire una giusta alimentazione e fare almeno 30 minuti di attività fisica al giorno per due o tre volte alla settimana possono accrescono l’efficacia dell cure del 22%. E’ questo quanto sostenuto da un recente studio effettuato sulla rivista internazionale Cancer Biology & Therapy condotto dalla Fondazione Pascale di Napoli, che ha coinvolto più o meno un centinaio di donne giovani, con età media o inferiore ai 45 anni, secondo il quale l’indice di massa corporea è un importante indicatore prognostico e predittivo a breve e lungo termine, dell’efficacia di una chemioterapia neuadiuvante, effettuata cioè prima della chirurgia. Intervenuto il professor Michelino De Laurentiis, direttore della Divisione di Oncologia Medica Senologica della Fondazione Pascale di Napoli, il quale ha dichiarato: “L’attività fisica è uno strumento tra i più ‘efficaci’ e con funzionalità terapeutiche nel trattamento del tumore del seno. Un nostro recente studio, portato avanti nell’ambito del progetto ‘Underforty’ coordinato dal dott. Massimiliano D’Aiuto, ha coinvolto un gruppo di donne giovani affette da tumore, tutte sotto i 45 anni e sottoposte a chemioterapia pre-operatoria, ha dimostrato che quelle ’in forma’ avevano una migliore risposta alla chemioterapia, con benefici maggiorati anche del 22% rispetto a condizioni di sovrappeso e obesità”.

L’invito per tutte le donne è quello di praticare attività fisica aggiungendo alla classica camminata quotidiana anche un impegno ulteriore in palestra, in piscina, della corsa, del ballo o qualsiasi attività sportiva di proprio gradimento. Lo stile di vita va cambiato non solo durante la chemioterapia. Gli effetti positivi della ginnastica riducono il rischio di ricadute del tumore al seno, abbassando l’indice di mortalità.La ricerca in questione evidenzia come vengano alleviati anche gli effetti collaterali delle terapie. Lo sport praticato prima mantiene in salute, rafforza il sistema immunitario, evita di andare incontro a obesità e sindrome metabolica, ovvero due noti fattori che favoriscono lo sviluppo di cancro oltre che di altre malattie quali il diabete o le malattie cardiovascolari.

“Esistono studi che dimostrano che donne in terapia per tumore del seno che continuano l’attività fisica o la implementano, ottengono sensibili benefici in termini di riduzione di effetti collaterali, migliore capacità di sopportare i trattamenti, riuscendo a mantenere una buona qualità di vita anche in caso di trattamenti importanti e aggressivi”, aggiungono il professor De Laurentiis. Secondo gli esperti è dunque fondamentale è il controllo del peso attraverso una dieta corretta e una regolare e costante attività fisica, quale fattore preventivo contro obesità e sovrappeso; migliorativo per l’efficacia chemioterapica; protettivo per ricadute di malattia e il danneggiamento delle facoltà cognitive e, non ultimo, migliorativo anche del tono dell’umore.

Tumore al Seno, dopo la mastectomia donne poche interessate sulla ricostruzione

Le famiglie sono invitate a partecipare, le mamme indossando il nastro rosa simbolo della lotta contro il cancro al seno. La Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, per tutto il prossimo mese di ottobre sarà impegnata, come da 19 anni a questa parte, nella Campagna Nazionale Nastro Rosa, dedicata, in particolare, alla prevenzione del tumore al seno. La Lombardia (7.425 casi nel 2009), si colloca al primo posto, seguita dal Veneto (4.361), dal Lazio (4.273), ma se si considera la percentuale di donne colpite in proporzione al numero di abitanti il cancro alla mammella è più frequente in Friuli Venezia Giulia (215, 47 donne ogni centomila), poi in Emilia Romagna (200,62 su centomila), in Veneto (199,01), in Piemonte (195,59), in Puglia (85,58) e in Sicilia (103,80). Un diritto che si può far valere e crescere anche attraverso la scrittura: nel corso del BRAday sono stati infatti annunciati i dieci vincitori del concorso letterario nazionale “QuelleBRAveragazze”, racconti di uomini e donne che in qualche modo hanno esperito la questione dolorosa del cancro al seno. Il tumore al seno è la prima causa di mortalità delle donne nel mondo.

Combattiamo il tumore con la prevenzione“. La Direzione Generale della Azienda Ospedaliero Universitaria di Salerno nel “mese rosa” sostiene l’azione di sensibilizzazione con l’iniziativa in Piazza Cavour -Salerno-, nelle giornate di sabato 22 ottobre (dalle ore 9,30 alle 13,00 e dalle ore 15,30 alle 18,00) e domenica 23 ottobre (dalle ore 9,30 alle 13,00), offrendo gratuitamente a donne delle fasce di età 20/49 anni ed oltre i 69 anni, una visita senologica ed una eventuale ecografia.

Cancro al seno, una donna su tre sceglie la ricostruzione mammaria dopo la mastectomia

In Italia meno di una donna su tre decide di farsi ricostruire il seno dopo aver effettuato una mastectomia conseguente un tumore, la paura e la non conoscenza sono le principali forme di “blocco emotivo”.Ogni anno, in Italia, si ammalano di tumore al seno circa 45 mila donne.

E’ quanto è emerso al Policlinico Gemelli di Roma in occasione del Bra Day 2016, la Giornata internazionale per la consapevolezza sulla ricostruzione mammaria. “L’obiettivo principale deve essere quello di informare chi affronta la malattia, bisogna far comprendere che la ricostruzione rientra nei servizi del Sistema sanitario nazionale, ha sottolineato Marzia Salgarello, presidente della Beautiful After Breast Cancer Italia Onlus.

Mancanza di informazioni – Alcune ricerche hanno evidenziato come solo il 22% delle donne malate sia a conoscenza dell’efficacia raggiunta oggi attraverso un intervento di ricostruzione mammaria. Solo il 19% delle stesse inoltre comprende quanto sia importante una diagnosi precoce.Scoprire rapidamente di avere un cancro al seno può fare la differenza. Non solo, secondo lo studio, troppe donne prossime ad un intervento di ricostruzione non ottengono sufficienti informazioni riguardo le tecniche di chirurgia disponibili.

Ricostruzione anche durante l’asportazione – “Questa è chirurgia ricostruttiva, non estetica, è un diritto per le pazienti e un nostro dovere farlo sapere, perché possano così ricostruire anche la loro vita”, ha aggiunto la Salgarello. Gli esperti osservano inoltre come la ricostruzione mammaria possa essere effettuata anche in sede operatoria durante l’asportazione del tumore.

Ottobre rosa: visite gratuite al seno per le under 45 – Il cancro al seno è il tumore femminile più frequente e colpisce una donna su otto nel corso della vita. Quando la diagnosi è precoce e la neoplasia è localizzata, ricordano gli esperti, il tasso di sopravvivenza a 5 anni supera l’87%. In occasione dell’Ottobre rosa, il mese della prevenzione contro il cancro al seno, il Cdi (Centro diagnostico italiano) offrirà alle donne dai 26 ai 45 anni, da lunedì 24 ottobre a lunedì 31, la possibilità di sottoporsi a una visita senologia gratuita nelle sedi del Centro tra Milano e provincia. Per prenotare, chiamare da lunedì a venerdì al numero 02-48317300.

Tumore al seno, scienziati dell’Università del Michigan inventano una pillola che illumina le cellule maligne.

Localizzare la presenza di un tumore può talvolta risultare complicato ma una recente scoperta considerata davvero rivoluzionaria potrebbe fare in modo di cambiare per sempre quella che è la prevenzione relativa soprattutto al tumore al seno. Quella del cancro al seno rappresenta una delle forme di tumore più diffusa in tutto il mondo tra le donne anche se molto spesso quelli che sono i particolari sintomi legati a tale disturbo vengono assolutamente ignorati dalle donne non in grado di riconoscere tali sintomi come ‘allarmanti’.

Ogni giorno sempre più nuove ricerche cercano di individuare particolari tecniche non solo per curare tale malattia ma soprattutto vengono cercati nuovi metodi di prevenzione, nuovi strumenti diagnostici in grado di individuare soprattutto il tumore nei primi stadi in modo tale da poter subito intervenire e fare in modo di salvare diverse vite. Una sorprendente pillola in grado di illuminare il tumore è stata realizzata dall’Università del Michigan e resa nota in occasione del 251esimo National Meeting & Exposition della American Chemical Society a San Diego e nello specifico si tratta di una pillola che, presa per via orale, è in grado di illuminare il tumore andando ad attaccarsi alle cellule tumorali e ai vasi sanguigni tumorali. Una pillola dunque che contiene un particolare colorante che è in grado di andare ad attaccarsi solamente a quelle che sono le cellule malate illuminandole, in modo tale da facilitare l’individuazione del tumore e dunque la possibilità di intervenire in maniera precoce cercando di salvare la vita di chi, purtroppo, è stato colpito dalla malattia.

“I controlli possono potenzialmente evidenziare la malattia precocemente in alcune pazienti, ma i falsi positivi possono portarle ad essere sottoposte a trattamenti invasivi anche quando non ve ne è bisogno: talvolta non sappiamo come selezionare i giusti pazienti da trattare. Questo nostro lavoro può aiutare a cambiare tutto ciò”, sono state queste nello specifico le parole espresse dagli scienziati statunitensi che, guidati dal dott. Greg Thurber hanno inventato la pillola in questione che al momento però è stata sperimentata solamente sui topi e proprio tali test sono risultati positivi del 50%, 60% motivo per il quale, in futuro potrebbe dunque essere testata anche su esseri umani per individuare, attraverso un’ecografia, la presenza di una formazione maligna.

Va comunque precisato che è opportuno sempre sottoporsi a degli specifici esami periodici in quanto, tale pillola, è utile solamente a facilitare il lavoro dei medici nell’individuazione del tumore. L’agente di imaging contenuto all’interno della pillola è già presente ed utilizzato in Europa nell’utilizzo di altre applicazioni mediche ma, nonostante ciò, non sembra essere ancora chiaro quando la pillola in grado di individuare il tumore illuminandolo, possa essere utilizzata oltre che su animali anche su esseri umani in Europa. 

Il carcinoma della mammella può essere prevenuto?

A cura del Dr.G.Antonini Non esiste un modo sicuro per prevenire il cancro al seno. Ma ci sono cose che tutte le donne possono fare che potrebbero ridurre il loro rischio e contribuire ad aumentare le probabilità che se il cancro si verifica, si è trovato in una fase iniziale, più curabile. ridurre il rischio È possibile ridurre il rischio di cancro al seno, modificando quei fattori di rischio che possono essere modificati. Il peso corporeo, l’attività fisica e la dieta sono stati collegati al cancro al seno: queste potrebbero essere le aree su cui è possibile agire. Sia l’aumento del peso corporeo che l’aumento del peso da adulto sono legate ad un maggior rischio di cancro al seno dopo la menopausa. L’assunzione di alcol aumenta anche il rischio di cancro al seno. Anche bassi livelli di assunzione di alcol sono stati associati con un aumento del rischio. Numerosi studi hanno dimostrato che un uso moderato associato ad una vigorosa attività fisica ne riduce il rischio. in alcuni studi, una dieta ricca di verdure, frutta, pollame, pesce e latticini a basso contenuto di grassi è stato anche associato ad un minor rischio di cancro al seno. Ma non è chiaro se le specifiche verdure, frutta o altri cibi possono ridurre il rischio. La maggior parte degli studi non hanno trovato che diminuendo l’assunzione di grassi ha molto effetto sul rischio di cancro al seno. Allo stato attuale delle conoscenze, si consiglia una dieta più sana e svolgere attività fisica per ridurre eventualmente il rischio di cancro al seno: • Fare regolarmente attività fisica, intenzionalmente. • Ridurre l’aumento di peso per tutta la vita, limitando le calorie e avere una regolare attività fisica. • Evitare o limitare il consumo di alcol. Le donne che scelgono di allattare al seno per almeno diversi mesi possono anche ottenere un ulteriore vantaggio al fine di ridurre il loro rischio di cancro al seno. Non prendere una terapia ormonale dopo la menopausa può aiutare a evitare ad aumentare il vostro rischio. Non è chiaro in questo momento se sostanze chimiche ambientali che hanno proprietà estrogeno-simili (come quelle che si trovano in alcune bottiglie di plastica o alcuni cosmetici e prodotti per la cura personale) sono responsabili dell’aumento del rischio di cancro al seno. Se vi è un aumento del rischio, è probabile che sia molto piccolo. Le donne che sono preoccupate possono scegliere di evitare i prodotti che contengono queste sostanze, quando possibile. Trovare il cancro al seno in fase iniziale Per le donne che sono o possono essere ad aumentato rischio Se sei una donna ad alto rischio di cancro al seno (per esempio, perché si ha una forte storia familiare di cancro al seno, una nota mutazione genetica di un gene BRCA, o avete avuto DCIS, LCIS, o biopsie che hanno dimostrato la presenza di lesioni preneoplastiche), ci possono essere alcune cose che potete fare per ridurre la probabilità di sviluppare il cancro al seno. Prima di decidere è necessario parlare con il proprio medico per capire l’entità del rischio e quanto uno di questi approcci potrebbero ridurre questo rischio. Il test genetico per le mutazioni del gene BRCA Molte donne possono avere parenti con cancro al seno, ma nella maggior parte dei casi la presenza di un carcinoma non è il risultato di mutazioni del gene BRCA. Il test genetico per queste mutazioni può essere costoso e i risultati non sono spesso dirimenti. La positività al test può avere una vasta gamma di conseguenze che devono essere considerate. Dovrebbe essere fatto solo quando vi è un ragionevole sospetto che una mutazione può essere presente. Preventive Services Task Force (USPSTF) raccomanda di valutare solo le donne con una storia familiare per il test genetico per mutazioni BRCA. Questo gruppo rappresenta solo il 2% delle donne adulte negli Stati Uniti. La USPSTF raccomanda che le donne che non Ashkenazi (ebrei dell’Europa orientale) possono essere considerate per la valutazione genetica se hanno uno dei seguenti punti: • 2 parenti di primo grado (madre, sorelle, figlie) con cancro al seno, uno dei quali è stato diagnosticato quando erano più giovani di 50 anni di età • 3 o più parenti di primo o secondo grado (include nonne, zie) con diagnosi di cancro al seno • Sia presente il cancro al seno e alle ovaie tra i parenti di primo e di secondo grado • Un parente di primo grado con diagnosi di cancro in entrambi i seni • 2 o più parenti di primo o di secondo grado con diagnosi di cancro ovarico • Un parente di sesso maschile con il cancro al seno Donne di Ashkenazi (ebrei dell’Europa orientale)possono essere considerate per la valutazione genetica se hanno uno dei seguenti punti: • Un parente di primo grado con tumore al seno o alle ovaie • 2 parenti di secondo grado sullo stesso ramo della famiglia con carcinoma al seno o ovarico Altri team di medici hanno diverse linee-guida per inviare alla valutazione del rischio genetico. Ad esempio, le linee guida nazionali Comprehensive Cancer Network consigliano le donne con più di 60 anni che hanno il cancro al seno triplo negativo. Se state pensando ai test genetici, si raccomanda vivamente di parlarne prima con un consulente genetico o con medico qualificato per spiegare e interpretare i risultati di questi test. E ‘molto importante capire che cosa il test genetico può e non può dare, e di valutare attentamente i benefici e i rischi della determinazione prima di fare il test.. La maggior parte dei centri oncologici hanno un consulente genetico che valuterà il rischio di ponderare un gene BRCA mutato, spiegare i rischi e i benefici del test. Chemioprevenzione del carcinoma della mammella Per chemioprevenzione si intende l’uso di farmaci per ridurre il rischio di cancro. Diversi farmaci sono stati studiati per ridurre il rischio di cancro al seno. Tamoxifene: il Tamoxifene blocca alcuni degli effetti degli estrogeni sul tessuto mammario. È stato utilizzato per molti anni per ridurre il rischio di recidiva nel cancro mammario localizzato e come trattamento per il cancro al seno avanzato quando il tumore è estrogeno-recettore positivo. Il Tamoxifene può anche ridurre il rischio di sviluppare il carcinoma al seno nelle donne che sono ad rischio aumentato di questa malattia. Il farmaco sembra influenzare il rischio dei tumori al seno che sono recettori estrogeni positivi (ER-postivo), ma non quelli che sono recettore-negativi (ER-negativo). La maggior parte dei tumori al seno che si verificano nelle donne dopo la menopausa sono ERpositivo. I risultati del Breast Cancer Prevention Trial (BCPT) hanno dimostrato che le donne ad aumentato rischio di cancro al seno hanno meno probabilità di sviluppare la malattia se prendono il Tamoxifene. Le donne nello studio hanno assunto o Tamoxifene o una pillola di placebo per 5 anni. Dopo 7 anni di follow-up, le donne che assumevano il Tamoxifene avevano 42% in meno di tumori al seno rispetto alle donne che hanno preso il placebo, anche se non vi era alcuna differenza nel rischio di morire di cancro al seno. Il Tamoxifene è stato approvato dalla US Food and Drug Administration (FDA) per la riduzione del rischio di cancro al seno in donne ad alto rischio. Può essere utilizzato nelle donne, anche se non hanno superato la menopausa. Il Tamoxifene ha effetti collaterali che includono aumento di rischio di cancro endometriale (uterino) nelle donne che hanno superato la menopausa oltre ad aumentare la coagulabilità del sangue (con le relative conseguenze); le donne dovrebbero prendere in considerazione i possibili benefici e rischi del Tamoxifene prima di decidere se è la soluzione giusta per loro. Mentre Tamoxifene sembra ridurre il rischio di cancro al seno nelle donne con mutazioni del gene BRCA2, la stessa non può essere vero per quelli con mutazioni BRCA1. Raloxifene: come il Tamoxifene, Raloxifene blocca l’effetto degli estrogeni anche sul tessuto mammario. In uno studio di confronto dell’efficacia dei due farmaci -STAR (Tamoxifene e Raloxifene)- in donne in postmenopausa, il Raloxifene aveva gli stessi effetti del Tamoxifene nel ridurre il rischio del cancro mammario infiltrante e del carcinoma non in situ (DCIS). Il Raloxifene ha manifestato anche rischi minori effetti collaterali relativamente allo sviluppo del cancro uterino e sulla ipercoagulabilità ematica, trombosi venosa degli arti inferiori e embolia polmonare rispetto al Tamoxifene (anche se il rischio di ipecoagulabilità ematica era più alta del normale). Come il Tamoxifene, abbassa solo il rischio di cancro al seno nei ER-postivi e ma non nei tumori ERnegativi. Il Raloxifene è stato approvato dalla FDA per aiutare a ridurre il rischio di cancro al seno nelle donne dopo la menopausa che soffrono di osteoporosi (assottigliamento delle ossa) o che sono ad alto rischio per il cancro al seno. Inibitori dell’aromatasi: Farmaci come Anastrozolo, Letrozolo e l’Exemestane sono ancora in fase di studio, come agenti di chemioprevenzione per il cancro al seno nelle donne in post-menopausa. Questi farmaci, chiamati inibitori dell’aromatasi, sono già in uso per favorire a prevenire le recidive del cancro al seno. Essi agiscono bloccando la produzione di piccole quantità di estrogeni che le donne in post-menopausa di solito hanno. Uno studio recente ha dimostrato che l’Exemestane può ridurre il rischio di carcinoma mammario infiltrante del 65% nelle donne con aumentato rischio di cancro al seno in post-menopausa. Come il Tamoxifene e il Raloxifene, l’Exemestane ha ridotto il rischio di tumori al seno che sono ER-positivi, ma non in quelli che sono ERnegativi. L’Exemestane e gli altri inibitori dell’aromatasi possono anche avere effetti collaterali, come causando dolore e rigidità. Questi farmaci possono anche causare la perdita di massa ossea, che porta a un maggior rischio di osteoporosi. Nessuno di questi farmaci è attualmente approvato dalla FDA per ridurre il rischio di sviluppare il cancro al seno. Altri farmaci: Gli studi sono alla ricerca di altre sostanze farmacologiche utili. Per esempio, alcuni studi hanno trovato che le donne che assumono farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS) come l’aspirina o l’ibuprofene sembrano avere un minor rischio di ammalarsi di cancro al seno. Gli studi hanno anche cercato di vedere se i farmaci detti bisfosfonati possono ridurre il rischio di cancro al seno. I bifosfonati sono utilizzati principalmente per il trattamento dell’osteoporosi, ma sono anche utilizzati per il trattamento del cancro al seno che si è diffuso alle ossa. Questi, così come molti altri farmaci e integratori alimentari, sono sottoposti a studi clinici per vedere se sono in grado di diminuire il rischio di cancro al seno, ma nessuno di questi è stato ancora approvato per la riduzione del rischio di cancro al seno in questo momento. Chirurgia preventiva per le donne ad alto rischio di carcinoma della mammella Per le poche donne che hanno un rischio molto elevato per il cancro al seno, la chirurgia finalizzata alla asportazione del tessuto mammario o alla rimozione ovarica può rappresentare un’opzione. Mastectomia profilattica: la rimozione di tutto il tessuto mammario prima che il carcinoma venga diagnosticato è in grado di ridurre notevolmente il rischio di cancro al seno (fino al 97%). Alcune donne con diagnosi di cancro in un seno scelgono di farsi asportare anche il controlaterale sano per evitare di ammalare di un secondo tumore mammario. Rimozione del seno non annulla del tutto il rischio di ammalare anche perché è quasi impossibile non lasciare anche minute parti di tessuto mammario in sede nonostante la chirurgia demolitiva (proprio perché il tessuto mammario origina da ghiandole sudoripare modificate). Alcune delle ragioni per considerare questo tipo di chirurgia possono includere: • geni BRCA mutati trovati dai test genetici • storia familiare (il cancro al seno in diversi parenti stretti) • carcinoma lobulare in situ (LCI) individuato alla biopsia • pregresso cancro in una mammella (soprattutto in una persona con una forte storia familiare) Mentre questo tipo di chirurgia ha dimostrato di essere utile in studi di grandi gruppi di donne con determinate condizioni, non c’è modo di sapere in anticipo se di questo intervento potranno beneficiarne anche altre donne con rischio basso. Alcune donne con mutazioni BRCA svilupperanno il cancro al seno in giovane età, e hanno un alto rischio di ammalarsi di un secondo cancro al seno. La mastectomia profilattica prima che si verifichi il cancro potrebbe aggiungere molti anni alla loro vita. Ma mentre la maggior parte delle donne con mutazioni BRCA sviluppano un cancro al seno, altre non lo avranno mai. Queste donne non trarrebbero dunque nessun beneficio da un intervento chirurgico, ma avrebbero potrebbero invece averne solo gli effetti negativi di questa chirurgia. In caso in cui la donna volesse sottoporsi a questo tipo di intervento chirurgico, si raccomanda sempre un secondo parere da parte di altri specialisti. Ooforectomia profilattica (asportazione delle ovaie): Le donne con una mutazione BRCA possono ridurre il rischio di cancro al seno del 50% o più con la rimozione chirurgica di entrambe le ovaie prima della menopausa. Questo vantaggio è probabilmente probabilmente dovuto al fatto che la chirurgia rimuove le principali fonti di produzione di estrogeni. È importante che le donne con una mutazione BRCA sappiano di avere anche un elevato rischio di sviluppare un cancro ovarico. Al fine di ridurre questo rischio, la maggior parte dei medici raccomanda l’ovariectomia in donne con la mutazione BRCA una volta che hanno deciso di non avere più figli.

Si continua a parlare di Tumore al seno, visto che secondo le statistiche raccolte dall’Aic, circa una donna su otto viene colpita purtroppo nel corso della sua esistenza dal cancro al seno, che ad oggi rappresenta circa il 29% di tutti i tumori diagnosticati alle donne. Si tratta di dati piuttosto importanti, se consideriamo, inoltre, che questa patologia è la principale causa di decessi nelle donne con una percentuale del 17% tra le mortalità per motivazioni oncologiche. Ovviamente, gli esperti sono concordi nel sottolineare che concorrono diversi fattori di rischio per il cancro al seno, e tra questi annoveriamo il fumo, l’abuso di alcolici, cattivo stile di vita, pessima alimentazione. Gli esperti, inoltre, da anni ormai parlano di prevenzione ed a tal riguardo invitano le donne a non trascurare assolutamente i sintomi anche quelli più impercettibili, perchè spesso permettono di diagnosticare in tempo il tumore; tra questi citiamo la perdite di liquido o sangue dal capezzolo, rigonfiamento dei linfonodi sotto le ascelle, attorno al collo o anche alla clavicola. Un modo per capire se nel nostro seno presenti noduli, è l’auto-palpazione che permette appunto di tenere sotto controllo la salute delle nostre mammelle.

“Se palpandosi il seno si scopre di avere qualche nodulo bisogna assolutamente tenerlo sottocontrollo, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di lesioni benigne come cisti e fibromi, ancor più se compaiono in gioventù. Molto spesso questi ultimi appaiono con contorni lisci e regolari, e hanno la tendenza a muoversi sotto la pressione delle dita rispetto a quelli maligni che invece sono più fissi e irregolari”, ha dichiarato la Dottoressa Stefania Gori, ovvero il direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale del Sacro Suore Don Calabria di Negrar, nonchè attuale presidente dell’Aiom. Negli ultimi giorni, è stata diffusa una notizia che ha sicuramente dato molte speranze a tutte le donne e si tratterebbe di un vaccino terapeutico contro il tumore al seno, risultato sicuro ed efficace in quanto stimola il sistema immunitario a prendere di mira la proteina HER2 sulle cellule del cancro alla mammella, portando in questo moto alla regressione della malattia in stadio iniziale su un gruppo di 13 pazienti su 54 facenti parte del campione di sperimentazione.

Il vaccino in questione pare sia stato sviluppato dai ricercatori del Moffitt Cancer Center e pare che, come abbiamo anticipato, si sia rivelato efficace nello stimolare il sistema immunitario a riconoscere prima il tumore e prenderlo di mira. I ricercatori per preparare il vaccino in questione hanno isolato le cellule immunitarie dendritiche dal sangue di ogni paziente e le hanno esposte a frammenti della proteina HER2. Lo studio è stato eseguito su 54 donne affette dal cancro al seno, su alte donne è stata iniettata una dose di vaccino personalizzato una volta alla settimana per sei settimane in un linfonodo, sul tumore stesso o in entrambi i siti. I risultati sono stati sorprendenti, visto che circa l’80% delle pazienti ha avuto una risposta immunitaria positiva.

Si continua a parlare di Tumore al seno, visto che secondo le statistiche raccolte dall’Aic, circa una donna su otto viene colpita purtroppo nel corso della sua esistenza dal cancro al seno, che ad oggi rappresenta circa il 29% di tutti i tumori diagnosticati alle donne. Si tratta di dati piuttosto importanti, se consideriamo, inoltre, che questa patologia è la principale causa di decessi nelle donne con una percentuale del 17% tra le mortalità per motivazioni oncologiche. Ovviamente, gli esperti sono concordi nel sottolineare che concorrono diversi fattori di rischio per il cancro al seno, e tra questi annoveriamo il fumo, l’abuso di alcolici, cattivo stile di vita, pessima alimentazione. Gli esperti, inoltre, da anni ormai parlano di prevenzione ed a tal riguardo invitano le donne a non trascurare assolutamente i sintomi anche quelli più impercettibili, perchè spesso permettono di diagnosticare in tempo il tumore; tra questi citiamo la perdite di liquido o sangue dal capezzolo, rigonfiamento dei linfonodi sotto le ascelle, attorno al collo o anche alla clavicola. Un modo per capire se nel nostro seno presenti noduli, è l’auto-palpazione che permette appunto di tenere sotto controllo la salute delle nostre mammelle.

“Se palpandosi il seno si scopre di avere qualche nodulo bisogna assolutamente tenerlo sottocontrollo, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di lesioni benigne come cisti e fibromi, ancor più se compaiono in gioventù. Molto spesso questi ultimi appaiono con contorni lisci e regolari, e hanno la tendenza a muoversi sotto la pressione delle dita rispetto a quelli maligni che invece sono più fissi e irregolari”, ha dichiarato la Dottoressa Stefania Gori, ovvero il direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale del Sacro Suore Don Calabria di Negrar, nonchè attuale presidente dell’Aiom. Negli ultimi giorni, è stata diffusa una notizia che ha sicuramente dato molte speranze a tutte le donne e si tratterebbe di un vaccino terapeutico contro il tumore al seno, risultato sicuro ed efficace in quanto stimola il sistema immunitario a prendere di mira la proteina HER2 sulle cellule del cancro alla mammella, portando in questo moto alla regressione della malattia in stadio iniziale su un gruppo di 13 pazienti su 54 facenti parte del campione di sperimentazione.

Il vaccino in questione pare sia stato sviluppato dai ricercatori del Moffitt Cancer Center e pare che, come abbiamo anticipato, si sia rivelato efficace nello stimolare il sistema immunitario a riconoscere prima il tumore e prenderlo di mira. I ricercatori per preparare il vaccino in questione hanno isolato le cellule immunitarie dendritiche dal sangue di ogni paziente e le hanno esposte a frammenti della proteina HER2. Lo studio è stato eseguito su 54 donne affette dal cancro al seno, su alte donne è stata iniettata una dose di vaccino personalizzato una volta alla settimana per sei settimane in un linfonodo, sul tumore stesso o in entrambi i siti. I risultati sono stati sorprendenti, visto che circa l’80% delle pazienti ha avuto una risposta immunitaria positiva.

Il tumore al seno è il più diffuso nel sesso femminile. Nonostante le alte probabilità di sopravvivenza se diagnosticato in tempo, data la sua diffusione è responsabile ancora del 16% di tutte le morti per cause oncologiche. La diagnosi precoce è resa possibile grazie a screening come la mammografia. Inoltre, è possibile prevenirlo con una dieta sana ed evitando sovrappeso e fumo. Tuttavia esistono ancora dei sottotipi di tumore al seno particolarmente aggressivi e che sviluppano metastasi e resistenza alle terapie.Arrivano nuove speranze per tutte quelle donne colpite dal tumore al seno, il Centro di biotecnologie molecolari dell’Università di Torino, scoperto una nuova proteina molto efficace nel combattere il cancro del seno, sono oltre circa 48.000 casi ogni anno le persone colpite, e oltre 1000 donne solo in Piemonte.

Questo tumore causa la morte di 1.000 donne all’anno solo in Piemonte. Tra i farmaci più utilizzati per la cura di questo tumore sono i tassani, i cosiddetti ‘veleni dei microtubuli’, molecole che derivano dalle foglie dell’albero del tasso. Nell’era della medicina di precisione, è di primaria importanza avere marcatori che possano aiutare nella scelta dell’agente chemioterapico più efficace per ogni paziente.

Nel tumore al seno, l’espressione della proteina PI3K-C2a è ridotta in circa il 48% dei pazienti. I ricercatori Federico Gulluni, Miriam Martini e Maria Chiara De Santis hanno dimostrato che la diminuzione di questa proteina è la causa di un cattivo funzionamento dei microtubuli con conseguente aumento della sensibilità a farmaci che interagiscono con i microtubuli, come appunto i tassani.Nel complesso, questo lavoro dimostra che la scoperta del ruolo della proteina PI3K-C2a permetterà di massimizzare l’efficacia delle attuali opzioni terapeutiche, riducendo gli effetti collaterali e migliorando la qualità di vita delle donne con tumore al seno.

IL RUOLO DELLA PROTEINA BRD4 NEL TUMORE AL SENO: UN’ANALISI MOLECOLARE

La proteina BRD4 è un fattore di trascrizione, ovvero una proteina che regola il modo con cui le cellule leggono i geni per il loro funzionamento. Negli ultimi anni sono stati sviluppati vari approcci terapeutici antitumorali mirati ad interferire con l’attività di BRD4, tuttavia il suo ruolo nello sviluppo e nella progressione del tumore al seno, una malattia molto complessa ed eterogenea, è ancora controverso. Alcuni dati suggeriscono che BRD4 svolga un ruolo chiave nella progressione tumorale, mentre altri indicano un’attività soppressiva nei confronti delle cellule maligne. Il diverso comportamento di BRD4 nella tumorigenesi può essere dovuto alla presenza di diverse varianti (isoforme) con funzione opposta e alla diversa regolazione dell’attività di queste attraverso modificazioni chimiche, quali la fosforilazione, che mediano l’interazione con fattori diversi a seconda del contesto cellulare. Mediante l’uso di diverse linee cellulari derivanti da diversi sottotipi di tumore al seno, l’obiettivo è di caratterizzare l’attività delle isoforme di BRD4, e del loro stato di fosforilazione, a seconda del contesto cellulare in cui si trovano. L’integrazione dei dati di espressione genica delle diverse linee cellulari con i dati sulla distribuzione delle isoforme di BRD4 permetterà di identificare i possibili geni bersaglio di BRD4, di individuare la correlazione con la malignità di ciascuna linea cellulare e di assegnare a ciascuna isoforma una funzione oncogenica o oncosoppressiva a seconda dello specifico sotto-tipo di cellule tumorale. La comprensione dei diversi meccanismi in atto nei vari tipi di tumore al seno é requisito essenziale per sviluppare interventi terapeutico sempre più efficaci.

GLI EFFETTI DEL MICRORNA-9 SUI FIBROBLASTI PRESENTI NEL MICROAMBIENTE DELTUMORE AL SENO

Negli ultimi anni è emersa sempre più l’importanza del microambiente del tessuto nello sviluppo delle neoplasie; è quindi urgente l’identificazione di potenziali molecole bersaglio di farmaci che non siano solamente espresse dalle cellule tumorali ma anche dalle cellule sane del tessuto intorno. Il progetto di ricerca ha come scopo principale chiarire come piccole molecole di RNA, chiamate microRNA, riescono a ‘trasformare’cellule normali in tumorali favorendo così la progressione del tumore al seno. In particolare, il microRNA-9 è risultato in grado di far acquisire ai fibroblasti, che costituiscono la principale componente del microambiente tumorale, chiamato stroma, le caratteristiche di aggressività tipiche delle cellule maligne. Quando i fi- broblasti sani ‘internalizzano’ tale microRNA-9 migrano e invadono più rapidamente l’ambiente circostante. Inoltre si è osservato che una più alta espressione del mi- croRNA-9 modula alcuni geni dei fibroblasti implicati nei meccanismi alla base dell’aggressività tumorale. Il progetto permetterà di chiarire i meccanismi e i bersagli molecolari che vengono regolati dall’azione del microRNA-9. Dal momento che il microRNA-9 è risultato essere più presente nei fibroblasti tumorali del sottotipo più aggressivo di tumore al seno, il triplo negativo, tale molecola potrà in futuro essere utilizzata come bersaglio di una terapia più mirata per questo tipo di neoplasia ancora difficile da curare con farmaci specifici.

USO TERAPEUTICO DEL MICRORNA-23B NEL TUMORE MAMMARIO ERBB2-POSITIVO

Il carcinoma mammario è il tumore femminile più frequente ed è la principale causa di mortalità nelle donne occidentali fra i 40 ed i 50 anni. È di cruciale importanza comprendere i cambiamenti molecolari che avvengono nel carcinoma mammario allo scopo di sviluppare nuovi e più efficaci approcci diagnostici, terapeutici e ai prevenzione. In particolare, ErbB2 è una proteina superficiale di membrana coinvolta nella proliferazione e nel differenziamento cellulare. Nel carcinoma mammario l’aumentata espressione di questa proteina determina infatti un aumento della proliferazione cellulare. È dimostrato che, nei tumori mammari, l’aumento d’espressione di ErbB2 e della proteina adattatri- ce p130Cas promuove la trasformazione in senso neoplastico e l’invasività delle cellule epiteliali mammarie. Questa condizione invasiva è supportata dall’attività della molecola PRDM1/Blimp1 che funziona quale modulatore dell’invasione tumorale p130Cas-ErbB2 dipendente. Il mi- croRNA miR-23b è un importante regolatore della proteina Blimpl nel processo dell’invasione: potrebbe quindi rappresentare un bersaglio terapeutico nel tumore mammario. I miRNA sono piccole molecole di RNA coinvolti nella regolazione dell’espressione genica. Le alterazioni della normale espressione dei miRNA sono stati associati a varie forme di cancro. Il progetto ha lo scopo di valutare l’attività terapeutica del miRNA-23b in modelli cellulari tumorali e animali del carcinoma mammario.

LA PROTEOMICA DEL CARCINOMA MAMMARIO: NUOVI APPROCCI PER LA CARATTERIZZAZIONE DEI SOTTOTIPI E DELLA PROGRESSIONE TUMORALE
Il carcinoma mammario, la forma più frequente di cancro nelle donne, è una patologia complessa. Le indicazioni terapeutiche si basano sulla presenza di specifici marcatori biologici, ma la risposta alla terapia e la sopravvivenza non sono le stesse per tutte le pazienti con caratteristiche simili. Lo studio del profilo proteomico, che permette la valutazione delle proteine effettivamente espresse dal tumore, può consentire una caratterizzazione più precisa del carcinoma mammario e dei suoi sottotipi. L’obiettivo del progetto, in collaborazione con la

Medicai University of South Carolina (USA), è analizzare il profilo proteomico di campioni di carcinoma mammario tramite la tecnica innovativa MALDI Imaging, basata sulla spettrometria di massa in grado di rilevare e identificare le proteine direttamente nelle sezioni di biopsie di tessuto. Questa tecnologia sarà impiegata per studiare l’eterogeneità dell’espressione proteica in uno specifico sottogruppo di tumori, considerati a rischio intermedio di ricaduta e per i quali la scelta terapeutica è controversa, in modo da identificare nuovi marcatori prognostici e predittivi che permettano di suddividere le pazienti in categorie di rischio. Tale tecnica verrà impiegata anche per valutare la variazione biologica tra tumore primario e corrispondenti metastasi, parametro di estrema importanza per scegliere il trattamento ottimale delle pazienti metastatiche. I risultati ottenuti saranno utili per meglio definire sottotipi di carcinoma mammario e comprendere più in dettaglio i meccanismi che portano alla progressione tumorale.

FANCM COME NUOVO GENE DI SUSCETTIBILITÀ AL CARCINOMA MAMMARIO

Il tumore della mammella è la patologia oncologica femminile più frequente e circa il 15-20% di tutte le donne affette hanno una storia familiare per la malattia. Mutazioni nei geni BRCA1, BRCA2 e in altri geni di recente identificazione conferiscono un aumento del rischio di sviluppare la malattia. Complessivamente le mutazioni in questi geni spiegano solo il 20-25% del totale dei casi familiari, e sono dunque molti i casi familiari per i quali non è al momento possibile identificare le cause molecolari della malattia. Il gene FANCM è stato recentemente proposto come un nuovo gene di suscettibilità al carcinoma mammario e questo progetto ha come obiettivo la verifica di tale ipotesi.
Come primo passo, si studierà la frequenza delle mutazioni note di FANCM in circa 80.000 pazienti affette da tumore della mammella e 80.000 donne sane, per verificare se tali mutazioni sono causa dell’aumento del rischio di sviluppare la malattia. In seguito, verranno effettuate analisi di sequenziamento, utilizzando le più moderne tecnologie disponibili, per identificare nuove mutazioni potenzialmente associate ad un aumento del rischio.
Questo studio permetterà in generale di chiarire il ruolo che il gene FANCM ha sul rischio di sviluppare carcinoma mammario e di misurare con precisione qual è il rischio di sviluppare malattia nei soggetti portatori di mutazioni specifiche. Infine, i risultati che si otterranno potrebbero contribuire a migliorare e personalizzare i programmi di prevenzione e sorveglianza nelle famiglie considerate a rischio.

UN VACCINO CONTRO LA PROTEINA XCT PER COLPIRE LE CELLULE STAMINALI NEL TUMORE AL SENO

Nonostante i grandi successi ottenuti in campo terapeutico, il tumore al seno costituisce attualmente la prima causa di mortalità pertumore nelle donne, a causa del frequente instaurarsi di una resistenza alle terapie convenzionali e della mancanza di una cura efficace per i tumori di tipo metastatico. Questi insuccessi sono dovuti all’incapacità delle attuali terapie di eliminare le cellule staminali tumorali, una popolazione di cellule responsabile della progressione tumorale e dello sviluppo ai metastasi. L’identificazione di bersagli specifici delle cellule staminali tumorali è pertanto necessaria per sviluppare terapie antitumorali efficaci. A tal fine recentemente sono state condotte delle analisi molecolari su cellule staminali tumorali derivanti da tumori mammari ErbB2+ o tripli negativi, che hanno permesso di identificare un possibile bersaglio terapeutico: la proteina xCT, coinvolta nella sopravvivenza delle staminali tumorali mammarie e nella resistenza alla chemioterapia. Lo scopo del progetto è pertanto la messa a punto di una terapia in grado di colpire in modo specifico queste cellule mirando a xCT. In particolare, si svilupperanno protocolli preclinici di immunoterapia attiva e passiva (ossia vaccini e anticorpi ricombinanti) specifici perxCT e combinati con la chemioterapia. Ciò fornirà un trattamento combinato di alto valore traslazionale che potrà avere ricadute importanti per la terapia dei tumori al seno, anche di tipo triplo negativo, per i quali al momento non esistono terapie efficaci in grado di prevenire le recidive.

REGOLAZIONE DELLA POMPA PROTONICA V-ATPASI NEL TUMORE AL SENO

L’acidità del lume degli organetti citoplasmatici e dell’ambiente extracellulare è regolata da un intricato equilibrio tra il flusso di protoni in entrata e in uscita. Il processo di trasporto di protoni è finemente controllato dall attività della pompa protonica ATPasi vacuolare (V-ATPasi).
Diversi studi suggeriscono che alterazioni nell’attività della pompa contribuiscono all’insorgenza e all’invasività tumorale. In particolare, le V-ATPasi, localizzate sulla membrana piasmatica di cellule tumorali, sono coinvolte nel processo di formazione delle metastasi, in quanto facilitano l’attività invasiva attraverso l’acidificazione dell’ambiente extracellulare.

Nel tumore al seno, neoplasia più diffusa nel sesso femminile, è stata riscontrata una forte correlazione fra aumento dell’attività della pompa e aggressività delle cellule tumorali.
Lo scopo del progetto è caratterizzare un nuovo meccanismo di regolazione della pompa attraverso l’interazione fra una subunità della pompa, V1G1, e una proteina coinvolta nel traffico cellulare, RILP. Capire come questi due fattori regolano l’acidificazione degli organeìli cellulare e di conseguenza la proliferazione tumorale e la formazione delle metastasi è la base su cui sviluppare e ottimizzare nuovi protocolli terapeutici per la cura del tumore al seno.

IL MODELLO TRIDIMENSIONALE DI TUMORE MAMMARIO IN PERFUSIONE: VERSO LA PERSONALIZZAZIONE DELLA TERAPIA FARMACOLOGICA ANTITUMORALE

Le colture cellulari bidimensionali (2D) rappresentano un modello sperimentale in vitro molto semplice e ampiamente utilizzato nella sperimentazione farmacologica e in particolare in quella antitumorale. Tuttavia presentano limitazioni, come la completa mancanza della complessità del microambiente tumorale presente nei modelli in vivo. Il modello di colture cellulari tridimensionali (3DI rappresenta un approccio complementare che consente di superare alcuni limiti presenti nei modelli 2D avvicinando maggiormente la sperimentazione in vitro a quella in vivo.  Lo scopo del progetto è verificare su un modello in vitro 2D e su due diversi modelli 3D, uno statico e l’altro in perfusione, l’effetto antitumorale del chemioterapico Paclitaxel (PTX) e del Paclitaxel veicolato in nanoparti- celle di Albumina (PTX-ABNPs) per definire similitudini e differenze in efficacia e predittività rispetto al modello in vivo. Per la preparazione dei modelli in vitro 2D e 3D verranno utilizzate linee cellulari tumorali di adenocarcinoma mammario. Successivamente l’attività antitumorale di PTX e di PTX-ABNPs verrà valutata attraverso studi di vitalità e morte cellulare ed espressione genica. I risultati rappresenteranno un ulteriore avanzamento nelle conoscenze e nella messa a punto di nuovi modelli sperimentali nella ricerca farmacologica aprendo anche importanti prospettive del loro utilizzo nella personalizzazione della terapia.

ISOLAMENTO E RUOLO BIOLOGICO DEGLI ESOSOMI NEL TUMORE AL SENO TRIPLO NEGATIVO

Gli esosomi sono piccole vescicole (40-100 nm) secrete da diversi tipi di cellule, anchetumorali, a scopo di comunicazione: contengono una vasta gamma di microRNAe proteine implicati nella risposta immunitaria, nei meccanismi ai sopravvivenza e metastatizzazione del tumore, nella differenziazione cellulare e nell’an- aiogenesi. Tali caratteristiche qualificano gli esosomi come potenziali biomarcatori per il monitoraggio del cancro e per la messa a punto di cure personalizzate. Infatti, potendo essere isolati dal sangue permetterebbero una diagnosi semplice e poco invasiva. Nonostante siano stati sviluppati diversi metodi per la purificazione di esosomi da diverse matrici biologiche nessuno di esso è ancora in grado di garantire una distinzione tra esosomi prodoti da cellule normali ed esosomi prodotti da cellule tumorali. Il progetto si propone di verificare un approccio innovativo per l’isolamento e la caratterizzazione degli esosomi rilasciati dalle cellule di tumore al seno “triplo negativo”. Negli ultimi anni, ricercatori del Massachussets General Hospital di Boston hanno identificato una serie di anticorpi monoclonali in grado di riconoscere e legare in maniera altamente specifica marcatori comuni ad un ampio pannello di cellule tumorali tra cui cellule di carcinoma al seno triplo negativo. In tale contesto, il progetto svilupperà e validerà il potenziale utilizzo di questi anticorpi come nuovi strumenti per l’isolamento e la caratterizzazione degli esosomi rilasciati dalle cellule tumorali.

NUOVI APPROCCI TERAPEUTICI PER SUPERARE LA RESISTENZA NEL TUMORE AL SENO

Il tumore al seno è una delle prime cause di morte per malattie nelle donne al mondo. L’utilizzo, per alcuni specifici sottotipi di tumore al seno, di farmaci mirati, come gli anticorpi monoclonali, ha migliorato enormemente l’aspettativa di vita delle pazienti; tuttavia la chemioterapia, ad esempio la doxorubicina, viene ancora largamente usata per trattare i tumori al seno.
Il principale ostacolo nell’utilizzo deila chemioterapia è lo sviluppo di resistenza, in particolare nei tumori con alti livelli della glicoproteina P. Questa glicoproteina lavora come una pompa che tira fuori il farmaco dalle cellule tumorali, impedendone l’azione: questi tumori diventano quindi resistenti alla doxorubicina. Precedenti studi hanno messo in luce che la presenza della glicoproteina P dipende dall’assenza della proteina LIP, a sua volta tenuta a bassi livelli da un apparato proteico chiamato proteasoma.
Il blocco del proteasoma con inibitori specifici dovrebbe causare un aumento dei livelli di LIP e conseguente diminuzione di glicoproteina P, riducendo quindi il fenomeno della resistenza alla doxorubicina.
Gli obiettivi della ricerca sono verificare se l’uso di farmaci inibitori del proteasoma è in grado di ristabilire gli effetti chemioterapeutici della doxorubicina in tumori al seno resistenti e testare gueste nuove terapie combinatoriali per migliorare l’esito clinico del trattamento. Infine, si vogliono identificare anche nuovi marcatori precoci di resistenza per poter intervenire tempestivamente con aggiustamenti terapeutici e migliorare l’esito del trattamento per i pazienti.

NUOVI APPROCCI TERAPEUTICI PER IL TUMORE MAMMARIO TRIPLO-NEGATIVO: CONTROLLO EPIGENETICO DELLASURVIVINA

La prognosi sfavorevole e l’assenza di un trattamento mirato perii carcinoma mammario triplo negativo – caratterizzato dall’assenza sulla superficie delle cellule di recettori ormonali e della proteina di membrana HER2 contro cui esistono già farmaci mirati – sottolineano l’urgenza di identificare nuovi bersagli contro cui indirizzare strategie terapeutiche innovative e specifiche. Studi precedenti hanno dimostrato che la proteina survivina è presente ad alti livelli nel carcinoma mammario triplo negativo, dove svolge un ruolo determinante nel favorire l’aggressività e la progressione clinica del tumore e nel contrapporsi a una vasta gamma di stimoli di morte cellulare. L’obiettivo della ricerca è valutare gli effetti dell’inibizione di survivina in modelli sperimentali di carcinoma mammario triplo negativo, attraverso diversi approcci: prima di tutto, verificare l’effetto della reintroduzione di due molecole di microRNA (miR-34a e miR-203), che agiscono come oncosoppres- sori e la cui ridotta espressione nel carcinoma mammario è associata a una cattiva prognosi.
Poi studiare gli effetti del farmaco selinexor, che causa una drastica riduzione dei livelli di survivina e che è attualmente in fase I e II di sperimentazione clinica e identificare nuove combinazioni terapeutiche basate sulla somministrazione degli inibitori di survivina e chemio- e radio-terapici.
I risultati di questo studio forniranno il razionale biologico per il disegno di nuovi approcci terapeutici per il carcinoma mammario triplo negativo.

LA PROTEINA PI3KC2A COME MARKER PROGNOSTICO E PREDITTIVO DEL TUMORE AL SENO

I tassarli, molecole che derivano dall’albero del tasso, sono farmaci definiti “veleni dei microtubuli” attualmente utilizzati per il trattamento di pazienti con tumore al seno. Nell’era della medicina di precisione, è di primaria importanza avere marcatori che possano aiutare nella scelta dell’agente chemioterapico più efficace per il singolo paziente prima della somministrazione. Recentemente, è stato dimostrato che la proteina PI3KC2A gioca un ruolo chiave nell’allineamento dei cromosomi e nel mantenimento della stabilità del genoma, essendo parte di un complesso proteico in grado di stabilizzare i microtubuli durante la divisione della cellula (chiamata mitosi). Pertanto la perdita di questa proteina da un lato provoca la progressione del tumore ma dall’altro porta a una maggiore sensibilità ai tassani in modelli sperimentali. Per consolidare questi dati, lo studio è finalizzato a studiare il meccanismo di azione di PI3KC2A durante la mitosi e a definire il valore prognostico e predittivo dell’espressione di PI3KC2Anei pazienti che sviluppano il tumore al seno e che vengono trattati con chemioterapia a base di tassani.
L’obiettivo finale è quello di valida- re un nuovo marcatore predittivo di risposta ai tassani, nonché una nuova strategia per massimizzare il successo terapeutico e limitare gli effetti tossici della chemioterapia nei pazienti con tumore al seno.

IL RUOLO DEGLI AUTOANTICOR- Pl DIRETTI CONTRO IL RECETTORE DEGLI ESTROGENI NEL TUMORE AL SENO

Il carcinoma mammario è il tumore femminile più frequente e la principale causa di morte tra le donne nei paesi occidentali. Gli estrogeni svolgono un ruolo significativo nello sviluppo e nella progressione di tale neoplasia, attraverso il legame con il loro recettore specifico. Circa i due terzi dei tumori al seno primari esprimono il recettore degli estrogeni di tipo alfa (ERa) e tra le terapie ormonali adottate vi è il trattamento con tamoxifene, molecola che impedisce il legame degli estrogeni al recettore. L’applicazione di tale terapia è però limitata dalla comparsa di resistenza al farmaco. In uno studio recente è stato rilevato, nel siero di pazienti con tumore al seno, la presenza di anticorpi autoprodotti contro il recettore ERa, legandolo e agendo come agonisti degli estrogeni.
Lo scopo del progetto è valutare il molo di tali anticorpi nella patogenesi del cancro al seno e nella comparsa della resistenza al trattamento antiestrogenico. In particolare, verrà valutato in linee cellulari di cancro al seno, come gli autoanticor- pi possano modulare l’espressione genica, la proliferazione, la morte e la migrazione cellulare, e influenzare la capacità di risposta al trattamento con tamoxifene. Inoltre, gli effetti degli anticorpi contro ERa verranno studiati in modelli murini di carcinoma mammario, trattati o meno con tamoxifene, mediante valutazione della massa tumorale. Comprendere il meccanismo di azione degli anticorpi contro ERa ci permetterà di chiarire il loro ruolo come marcatori prognostici e predittivi di risposta alla terapia.

SVILUPPO DI VACCINI TERAPEUTICI ONCOLOGICI ATTRAVERSO ANTICORPI CHE LEGANO ILTUMORE

Nell’era della medicina personalizzata, le terapie oncologiche sono state rivoluzionate dalllmpiego di anticorpi monoclonali specifici e con ottima efficacia clinica. Alcuni di questi, come il Trastuzumab (Tz) per i tumori al seno positivi a Her2/Neu e il Cetuximab (Cx) per i tumori al colon positivi a EGFR sono attualmente trattamenti di prima linea, e hanno contribuito ad aumentare la sopravvivenza e la qualità della vita dei pazienti. Purtroppo non sono rari i casi di ricadute e di tumori in recidiva, altamente resistenti. È quindi necessario sviluppare una nuova generazione

di farmaci “mirati”. Nel gruppo di ricerca è stato in precedenza identificato un nuovo anticorpo reattivo verso diverse cellule maligne, tra cui cellule di tumore al seno. L’anticorpo si lega a una proteina espressa sulla superficie delle cellule maligne, importante nella progressione dei tumori al seno che sovra esprimono il recettore Her2 e dei carcinomi del colon-retto che sovra esprimono il recettore EGFR. L’obiettivo del progetto è verificare l’efficacia anti-tumorale del nuovo anticorpo contro le recidive di tumori al seno e al colon-retto, per i quali attualmente ci sono solo poche opzioni terapeutiche. L’obiettivo finale è sviluppare un nuovo strumento per il trattamento di due dei tumori più diffusi al mondo, con potenziali grandi benefici per i pazienti.

MICRORNA E METABOLISMO NELLA RESISTENZA ALLA TERAPIA ENDOCRINA NEL TUMORE AL SENO

La terapia endocrina con inibitori deN’aromatasi è lo standard di cura per le pazienti in menopausa con tumori al seno che esprimono il recettore degli estrogeni (ER+). Tuttavia, la resistenza alla terapia ne limita la sua efficacia clinica. L’adattamento metabolico è una caratteristica essenziale per soddisfare le diverse esigenze energetiche che supportano una cellula tumorale dalle prime trasformazioni fino alla capacità di formare metastasi anche in altri organi. Questa adattabilità è considerata quindi un segno distintivo delle cellule tumorali. Tuttavia, il controllo molecolare che governa la riprogrammazione metabolica delle cellule tumorali è in gran parte sconosciuto. Alcuni studi hanno
recentemente identificato i microR- NAcome possibili regolatori di questi adattamenti.
Il progetto si propone di verificare se la riprogrammazione metabolica sia collegata alla resistenza alla terapia endocrina con inibitori dell’aromatasi. In particolare, verranno identificati i potenziali microRNA che possono controllare questa riprogrammazione come bersagli per l’intervento terapeutico. Verrà dunque analizzato il profilo trascrizionale globale (RNAe microRNA) durante la riprogrammazione in cellule di carcinoma mammario positivo per gli estrogeni resistenti alla terapia endocrina.

RUOLO DEI RIBOSOMI SPECIALIZZATI NELLA BIOLOGIA DEL TUMORE DELLA MAMMELLA

I ribosomi sono gli organelli cellulari che sintetizzano le proteine, seguendo le istruzioni codificate da DNA e RNA messaggero; recenti studi indicano, però, che i ribosomi non sono meri esecutori in questo processo, ma hanno un’attiva capacità di regolazione nella sintesi di proteine. Nel tumore della mammella, alterazioni nei livelli di alcuni fattori coinvolti nella produzione dei ribosomi (per esempio, la fibrillarina e la discherina) sono state messe in relazione con una produzione aberrante di onco-proteine, che favoriscono lo sviluppo del tumore, e fattori anti-tumorali, che contra stano lo sviluppo del tumore, determinando uno sbilanciamento a favore dei primi che contribuisce allo sviluppo del cancro. In base a queste premesse, l’ipotesi del progetto è che le alterazioni dei ribosomi possano svolgere un ruolo chiave nello sviluppo dei tumori al seno. Per verificare questa ipotesi, il progetto prevede di generare cellule di mammella, normali o tumorali, ingegnerizzate per alterare i livelli di discherina o fibrillarina, al pari di ciò che avviene nei tumori umani. Da queste cellule ingegnerizzate saranno purificati i ribosomi, che verranno studiati sia da un punto di vista della loro composizione, sia funzionalmente con tecniche all’avanguardia come Next Generation Sequencing e Ribosome Profilino. In tale modo si identificheranno alcune delle proteine che risultano essere prodotte in maniera alterata; queste potranno essere studiate in futuro come bersagli di terapie mirate per il tumore al seno.

RUOLO DELLA PROTEINA PD-1 NELLE METASTASI CEREBRALI DA TUMORE ALLA MAMMELLA

Le pazienti affetti da metastasi cerebrali derivanti da carcinoma alla mammella hanno a loro disposizione poche opzioni terapeutiche e purtroppo presentano tassi di mortalità molto elevati. Recentemente è stata documentata in diversi tipi di tumore l’esistenza di una stretta connessione tra l’attività immunitaria, la risposta al trattamento e l’esito della malattia. Dati recenti mostrano che anche le metastasi cerebrali presentano elevate concentrazioni di linfociti infiltranti nel tumore e quindi rappresentano un ambiente immunologicalmente attivo. I tumori cerebrali primari e secondari spesso mostrano alti livelli del fattore immunosoppressivo PD-L1. Nei tumori la via di segnalazione della proteina PD-1 è necessaria per spegnere l’attività delle cellule
T e per diffondere e mantenere il tumore, evadendo la sorveglianza del sistema immunitario. Attraverso approcci diversi, tra cui un “profilo immunitario” delle metastasi cerebrali, il progetto mira a valutare il numero di linfociti e i livelli della proteina PD-1 nel tumore, per poter studiare l’eventuale correlazione di questi due parametri con la metasta- tizzazione. In questo modo metastasi cerebrali biologicamente diverse in termini sia di infiltrato linfocitario che di espressione di PD-L1 potranno essere trattate per via sistemica con farmaci inibitori della via di segnalazione di PD-1/ PD-L1.

SCREENING GENETICO MEDIANTE TECNICHE DI NUOVA GENERAZIONE PER LA PREDISPOSIZIONE AL CARCINOMA MAMMARIO MASCHILE

Il carcinoma mammario nell’uomo è una patologia rara se paragonato all’Incidenza di quello femminile. Ogni anno in Italia 300-400 uomini ricevono una diagnosi di tumore al seno contro le circa 48.000 donne. La predisposizione genetica gioca un ruolo fondamentale nella sua insorgenza nel sesso maschile; l’identificazione di individui ad aumentato rischio di sviluppare il tumore può rappresentare un mezzo utile per attuare una prevenzione più mirata ed efficace. Mutazioni in BRCA1 e BRCA2, geni più frequentemente associati allo sviluppo del tumore mammario, sono responsabili solo del 10% di tutti i carcinomi mammari maschili, e molto resta ancora da chiarire sulla predisposizione genetica a questo tumore. Obiettivo del progetto è effettuare il primo ampio screening genetico su pazienti affetti da carcinoma mammario maschile, non portatori di mutazioni in BRCA1 e BRCA2, utilizzando tecniche di sequenziamento di nuova generazione, che permettono di analizzare contemporaneamente molteplici geni.
Verrà analizzata un’ampia serie di pazienti selezionati nell’ambito dello Studio Multicentrico Italiano a cui afferiscono centri distribuiti su tutto il territorio nazionale da Nord a Sud. Lo screening verrà effettuato utilizzando un pannello che include geni noti per essere associati al carcinoma mammario femminile e ai tumori che più frequentemente si osservano nelle famiglie dei pazienti affetti da carcinoma mammario maschile. Questo studio potrà avere un impatto importante per migliorare la gestione clinica dei pazienti affetti da carcinoma mammario maschile e delle loro famiglie.

IRRADIAZIONE PARZIALE DELLA PARETE TORACICA DOPO MASTECTOMIA

Negli ultimi anni è stato registrato un aumento delle pazienti con diagnosi di carcinoma mammario sottoposte a mastectomia con ricostruzione immediata. Un nuovo tipo di mastectomia prevede la preservazione del complesso areola-capezzolo. In questo modo si ottiene un risultato estetico migliore e gli studi finora condotti hanno dimostrato anche la sicurezza oncologica di questa tecnica chirurgica.
Per le pazienti ad alto rischio di recidiva locale, risulta inoltre indicata l’esecuzione della radioterapia sulla parete toracica e sui linfonodi loco-regionali. La radioterapia sulla parete toracica può causare una tossicità legata all’irradiazione di organi non-BERSAGLIO e può inoltre determinare un danno della protesi posizionata a scopo ricostruttivo. Nell’esperienza dell’Istituto FPO-IRC- CS di Candiolo, a fronte di oltre 500 mastectomie con preservazione del complesso areola-capezzolo effettuate, con un follow-up di circa 30 mesi, meno del 2% delle pazienti ha sviluppato una recidiva locale e in tutti i casi la recidiva era localizzata nella sede del tumore originale.
Il razionale del progetto di ricerca è di valutare se l’irradiazione parziale della parete toracica, concentrata sul quadrante del tumore originale, in pazienti selezionate a rischio aumentato di recidiva locale, garantisca sicurezza oncologica con bassi tassi di ripresa locale di malattia e offra un beneficio in termini di tossicità e una riduzione delle complicanze a carico della protesi.

APPROCCIOCHIRURGICO CONSERVATIVO E MIN INVASIVO NELLE MASTECTOMIE

Oggigiorno la diagnosi precoce di tumore al seno rende possibile l’esecuzione di interventi chirurgici conservativi, nei quali viene asportata solo una piccola porzione della ghiandola mammaria; tuttavia, per i tumori di dimensioni maggiori o per le sindromi genetiche, la mastectomia rimane il trattamento di scelta.
Un tempo l’intervento chirurgico di mastectomia sovvertiva completamente l’immagine corporea femminile, lasciando spazio ad un senso di “mutilazione”. Nel corso degli anni sono state messe a punto nuove tecniche chirurgiche per le mastectomie: la cute e, grazie a scoperte più recenti, anche il capezzolo, possono essere risparmiati, permettendo una ricostruzione immediata con il posizionamento di una protesi.
Il progetto di ricerca si focalizzerà sulle mastectomie con conservazione del capezzolo, con la messa a punto di approcci mininvasivi, beneficiando dell’aiuto offerto da tecnologie d’avanguardia, e con l’utilizzo di nuove incisioni cutanee mutuate dalla chirurgia estetica, perseguendo lo scopo di rendere sempre meno visibili le cicatrici chirurgiche e di abbattere il rischio di complicanze che possono occorrere soprattutto nelle pazienti con mammelle di dimensioni medio-grandi. Il progetto verrà sviluppato in stretta collaborazione da ina équipe di chirurghi senologi e una di chirurghi plastici.
Di queste nuove tecniche potranno beneficiare in particolare le pazienti giovani e quelle affette da sindromi genetiche, per le quali è fondamentale minimizzare l’impatto del trattamento chirurgico sulla vita affettiva, sessuale e lavorativa.

TRATTAMENTO MICROCHIRURGICO DEL LINFEDEMA DELL’ARTO SUPERIORE DOPO TUMORE AL SENO

Per alcuni casi di tumore del seno, l’intervento chirurgico può prevedere una mastectomia con dissezione ascellare. L’asportazione dei linfonodi ascellari può compromettere il drenaggio linfatico deM’arto superiore, seguito dal progressivo instaurarsi di linfedema con gravi ripercussioni sulla funzionalità del braccio e quindi sulla qualità di vita della paziente. Una tecnica microchirurgica sviluppata negli ultimi anni con risultati incoraggianti, propone il prelievo di alcuni linfonodi presenti nell’area inguinale della paziente stessa da trapiantare nel polso o nel gomito dell’arto superiore affetto, per ristabilire il drenaggio linfatico compromesso dalla dissezione ascellare. Lo studio prevede la selezione di alcune pazienti con linfedema dell’arto superiore in seguito a mastectomia e dissezione ascellare, che saranno suddivise in due gruppi: un gruppo sarà sottoposto a questo tipo d’intervento, l’altro sarà trattato con le classiche cure fisioterapiche. I due gruppi di pazienti saranno poi comparati per verificare i benefici apportati dall’intervento chirurgico rispetto al trattamento fisioterapico conservativo.
Lo studio comprenderà anche un’analisi del recupero funzionale dell’arto e della qualità di vita delle pazienti. L’obiettivo del progetto è l’introduzione di una tecnica chirurgica innovativa nella cura del linfedema, permettendo il recupero funzionale dell’arto e un netto miglioramento dell’autonomia nelle attività della vita quotidiana delle pazienti operate per tumore al seno.

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