Torino-Milan, info streaming gratis Rojadirecta: ecco dove vederla

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Bene esprimere il concetto senza tanti giri di parole: le speranze granata di conquistare un posto nella prossima Europa League passano dai tre punti nella gara di questa sera contro il Milan. Dopo lo schiaffo in Coppa Italia un nuovo successo rossonero proietterebbe Montella a quota 39, con l’Inter in fortissima ascesa sesta a 36 punti. Il rischio, nell’arco di pochi giorni, è che la stagione granata da positiva, a tratti anche entusiasmante, possa scivolare nell’anonimato, da qui a maggio.

Tutti, per alimentare la fiducia in questo Torino, sono chiamati a fare la propria parte. A partire da Sinisa Mihajlovic. Il quale avendo ben chiara in mente la situazione, comprendendo cioè che la squadra si trova davanti al bivio dirimente dell’annata, sposta l’attenzione sui fatti. Inchiodando ai medesimi i propri giocatori così come Cairo e Petrachi. «La società sa bene quali siano i pregi e i difetti di questo gruppo – ha guardato in faccia la realtà il serbo -, per quanto ci riguarda noi dovremo essere bravi a restare attaccati al carro per invogliare il club a investire». Eccolo, il messaggio recapitato a mezzo stampa a presidente e direttore sportivo. C’è un Toro che girando a 29 punti ha tenuto botta mantenendosi aggrappato alle zone alte della classifica, ma adesso suddetto Toro che a Reggio Emilia contro il Sassuolo è ripartito con un pari striminzito – almeno per quanto fatto vedere nel primo tempo – va rinforzato per compensare più che si può il divario da chi sta davanti. Una forbice che non è incolmabile, ma che per ora è pure abbastanza netta.

Invita il presidente a uno sforzo sul mercato, Mihajlovic, ma allo stesso tempo compie uno stacco dialettico che aumenta pure le responsabilità dei suoi giocatori. «C’è stato un tempo per alzare l’asticella delle ambizioni a parole – ha aggiunto il tecnico granata -, però adesso servono i punti». Una differenza mica da poco, come a dire che il tempo della semina è finito e adesso va pesato il raccolto. «Serve un risultato importante per tornare a stupire e a rilanciarci in campionato – continua Mihajlovic -. Adesso come non mai dipende tutto da noi. Fino ad ora se si esclude la gara di Napoli abbiamo dimostrato di poter vincere contro ogni avversaria: dobbiamo andare avanti così, senza tanti pensieri per la testa. Il girone d’andata è stato complessivamente buono, però ci ha anche detto che dobbiamo crescere nella convinzione, nella gestione del risultato e nella capacità di chiudere le partite. La personalità non si allena, gli attributi o li hai o non li hai, non si comprano al supermercato. Sappiamo bene che dobbiamo gestire meglio certe situazioni, soprattutto quando siamo sotto pressione. Senza farci prendere dall’ansia e dalla paura. Potremo andare avanti a lottare per l’Europa, ma solo se vinceremo qualche scontro diretto e non butteremo via i punti. La gara contro il Milan è un’occasione importante di rilancio, li abbiamo incrociati due volte e conosciamo bene i loro punti deboli».

Un successo per non perdere di vista l’orizzonte europeo, vincolare Cairo alla necessità di investire sul mercato e riportare entusiasmo nello spogliatoio granata. Queste le motivazioni di altissimo livello che fanno di Torino-Milan la prova più delicata della stagione di Mihajlovic. Al quale chissà quanto girerebbero le scatole, se a spegnere o quasi sogni di grandezza fosse il Milan che prima lo ha cacciato, poi in questa stagione superato in due occasioni.

Analizzare la sconfitta in Coppa Italia è essenziale per capire come affrontare nuovamente il Milan. Montella ha costruito una squadra sorniona in grado di fare gioco anche a bassi ritmi con grande attenzione a tenere le giuste distanze tra i reparti e lavorando molto sugli interscambi. Il Torino ha avuto le migliori occasioni quando ha tenuto le linee bloccate nella propria metà campo per poi ripartire negli spazi. Così è arrivato il gol del vantaggio su un’azione iniziata addirittura da Hart e sviluppata da Iturbe. La partita del Toro stasera non può essere un’altra, del resto Ljajic e, soprattutto, Iturbe si esaltano quando possono ripartire avendo nel cambio di passo la loro arma migliore.
Suso e Bonaventura sono i giocatori che hanno fatto la differenza. L’ex genoano ha puntato sistematicamente Barreca sempre facendo la scelta giusta, alternando attacchi in diagonale o dribbling in fascia. La scelta di Sinisa, giusta nelle intenzioni, è stata quella di non far inseguire Suso dal terzino nei corridoi centrali ma lasciarlo in consegna a Baselli. Peccato che i centrocampisti non si sono mai opposti in maniera efficace. Nell’azione del primo gol ci sono tutti i limiti tecnici e agonistici dei centrocampisti granata. Suso ha saltato come birilli Ljajic, Baselli e Valdifiori prima di andare al tiro. L’equivoco principale nasce dalla posizione di Valdifiori che esce sempre sul play avversario invece di rimanere in copertura davanti alla difesa. Sul prosieguo dell’azione Bonaventura a sinistra (cross radente) e Kucka da destra (tap-in vincente) non hanno trovato nessuna opposizione da parte dei terzini, anche loro troppo fragili e distratti nelle coperture. Le stesse cose più o meno si potrebbero dire sul secondo gol con De Silvestri nettamente anticipato in area da Bonaventura.

In fase difensiva servirà bloccare Valdifiori davanti alla difesa e garantire il raddoppio interno a Barreca. Meglio abbassare Belotti su Locatelli che far alzare il metodista. Il Gallo ha gamba per farlo. Da lì può aiutare i centrocampisti a recupere palla per poi ripartire. Nello sviluppo del gioco mi aspetto la solita spinta da Zappacosta e Barreca a creare la superiorità numerica sulle fasce nei ribaltamenti veloci. Serve di più anche da Iturbe che non deve partire solo in dribbling ma anche con tagli lunghi senza palla.

Diretta streaming Torino – Milan gratis: diretta tv e video live Serie A, oggi 16 gennaio 2017

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Ancora una volta Sinisa Mihajlovic cambierà il minimo possibile. Non vuol sentire parlare di stanchezza, il tecnico serbo. Non per la terza gara che i suoi disputeranno nell’arco di nove giorni. Le scelte del tecnico serbo sono unicamente dettate da variabili tecniche o eventuali infortuni che ne condizionano le decisioni. Il marcatore di sinistra sarà ad esempio Emiliano Moretti, visto che Leandro Castan, vittima di un’elongazione, ne avrà per un paio di settimane e Carlao è ancora alle prime battute, nella nuova esperienza granata.

Allo stesso modo Mihajlovic dovrebbe optare per Iago Falque dall’inizio, visto che dall’allenamento di ieri sono arrivate indicazioni positive circa il recupero fisico dello spagnolo. Senza l’ex della Roma probabilmente il tecnico del Torino avrebbe rischiato Iturbe, ma visto che il paraguaiano è alla ricerca della forma migliore dopo i mesi ai margini in giallorosso è sul pur convalescente Iago che Mihajlovic inizialmente punterà, per fare male al Milan. Con Iturbe pronto a dare il suo contributo a gara in corso. Mantenendo l’attenzione sul reparto offensivo rimane Adem Ljajic il titolare della corsia sinistra, con Andrea Belotti che sarà ovviamente il principale referente dell’attacco granata. In mezzo al campo dovrebbe essere Daniele Baselli ad assicurarsi il ballottaggio con Joel Obi, sulla sinistra della mediana. Completata in cabina di regia da Mirko Valdifiori con il vice capitano Marco Benassi in posizione di mezzala destra. In difesa, oltre alla conferma di Moretti è atteso il ritorno di Davide Zappacosta al posto di Daniele De Silvestri, deludente nell’apparizione in Coppa Italia. Sulla sinistra della retroguardia riecco Antonio Barreca (espulso nel finale della gara contro il Milan di giovedì sera), mentre il centrale di destra sarà Luca Rossettini.

Sarà un Milan quasi uguale a quello che iniziato la finale di Supercoppa a Doha quello che, questa sera, cercherà di conquistare tre punti fondamentali per la corsa all’Europa sul campo del Torino, dove non vince dal 9 dicembre 2012, quando la squadra, allora allenata da Allegri, si impose per 4-2 grazie ai gol di Robinho, Nocerino, Pazzini ed El Shaarawy. Rispetto alla sfida di giovedì sera in Coppa Italia, Vincenzo Montella ritrova, al centro della difesa, Alessio Romagnoli che ha smaltito la sindrome influenzale che lo aveva colpito nei giorni scorsi. Il centrale romano tornerà così a far coppia con Paletta, anche se Gustavo Gomez è rimasto in preallerta fino alla rifinitura di ieri proprio perché andavano valutate al meglio le condizioni di Romagnoli. In mezzo al campo torna Manuel Locatelli in cabina di regia al posto di Sosa (nel mirino di Fenerbahçe, Hebei Fortune e Beijing Guoan) con Juraj Kucka e Andrea Bertolacci confermati nei ruoli di intermedi. In attacco, invece, continua la staffetta tra Carlos Bacca e Gianluca Lapadula, con l’attaccante colombiano – che lo scorso anno segnò il gol del momentaneo 0-1 rossonero entrando dalla panchina – che si prenderà la maglia di centravanti titolare. Ai suoi lati agiranno gli insostituibili Suso e Jack Bonaventura, elogiati da Vincenzo Montella nel corso della conferenza stampa della vigilia. Panchina per Mbaye Niang, che dopo la prova negativa di una settimana fa contro il Cagliari, ha perso il posto da titolare. Non ci sarà, invece, Mattia De Sciglio, messo ko da un problema al tallone. Le sue condizioni verranno valutate nel corso dei prossimi giorni così come quelle di Antonelli, ancora fermo per un affaticamento muscolare. Out dalla lista dei convocati anche Andrea Poli, fermato anche lui da problemi fisici, con il centrocampista che si va ad aggiungere al lungodegente Montolivo e a Mati Fernandez.

Tra vittorie nitide, vittorie rocambolesche, vittorie in rimonta e vittorie sofferte, il Milan si ritrova ad un bivio. E Montella sceglie la strada più diretta per venirne fuori: alzare l’asticella degli obiettivi e porsi come traguardo la Champions League. Non aveva mai volato così alto, l’aeroplanino, in questa stagione. E ne aveva ben donde: non solo aveva preso in mano una squadra che ormai da tre stagioni non si qualificava nemmeno per l’Europa dei poveri, ma era per di più arrivato in un club zavorrato da un’allucinante trattativa di cessione, senza le idee chiare e nemmeno i soldi per fare un mercato decente. Solo, o quasi, acuisti di scarto o di ripiego.

Mai un lamento, mai un albi, mai un’invidia: con questi piccoli ma tenaci punti fermi, Montella si è prima liberato delle remore che ne avevano accompagnato l’ingaggio, visto che aveva dovuto sottostare ad una specie di casting e la sua ultima stagione, in blucerchiato, non era certo stata travolgente. E poi è riuscito a trasmettere alla squadra sicurezza e personalità, proprio quello che era mancato al Milan da tempo immemorabile. Se, in passato, un minimo refolo avverso era sufficiente per scoperchiare la barca rossonera, ora proprio grazie a quel vento la stessa barca può ripartire con il vento in poppa.

Per settimane, si è cercato di archiviare il tutto sotto una parola sempre più abusata. Il Milan è fortunato. Non è forte, è che gli va tutto sempre bene, a parte forse la gara con l’Udinese in casa, il punto più basso della gestione Montella. Era l’11 settembre e quel ko, con le precedenti gestioni, avrebbe avuto l’effetto di un affossamento totale e definitivo. Avrebbe tolto certezze e sicurezze, avrebbe riproposto antichi fantasmi. Con Montella tutto questo non è successo ed è evidente che la crescita della squadra sia cominciata proprio quel giorno, nel modo in cui allora è stata recepita la sconfitta.

Ma ancora, all’epoca, si parlava di Europa League. Con una squadra che in realtà, classifica alla mano, in realtà dava indicazioni anche migliori. Ma quello era il momento del profilo basso, del consolidamento della posizione. E anche se il Milan bazzicava spesso dalle parti del terzo posto, guai volare troppo in alto. Finché è arrivata Doha, la vittoria sulla Juventus in Supercoppa e adesso l’outing di Montella, dopo il successo ottenuto in extremis, a due minuti dalla fine, sul Cagliari di domenica scorsa.

«Quando vedevo gli allenatori riuniti a presentare la Champions mi sarebbe piaciuto essere lì»: l’ha presa un po’ alla larga, Montella, per annunciare il salto di qualità. Ma subito dopo ha voluto ribadire che non era solo una frase gettata lì tra molte altre: «I prossimi 45 giorni saranno importanti per capire i nostri reali obiettivi. Oggi siamo contenti di essere in piena lotta per l’Europa League: guardando alla classifica si può aspirare anche a qualcosa in più, ma è dura perché le squadre davanti sono ben attrezzate». Già, qualcosa in più. Ovvero la Champions

Ha parlato di un mese e mezzo, Montella, e non si può non dargli torto. Ma in realtà, è evidente che già l’uno-due di questa settimana sarà fondamentale. In casa del Toro, dove sono cadute diverse squadre di vertice; e poi a San Siro con il Napoli, per provare a ridurre lo svantaggio dal Napoli, terzo in classifica. Sempre con la sua serafica filosofia che gli consente di accettare zero mercato a gennaio, mentre tutte le altre si rafforzano. Ecco, questo un po’ dispiace: perché lui si è conquistato a suon di risultati il diritto di prendere qualcuno per rendere più competitiva la squadra. E non fa piacere che per colpa dei soliti equivoci in società, tutto resti invece immobile.

Mettiamola così: 6-2-1 e poi chissà, stasera. Non è un sistema tattico per una squadra rimasta in 10 e votata al catenaccio. Sei vittorie, due pareggi, una sconfitta e un risultato ancora misterioso: contro il Diavolo. Il Toro sta per battezzare l’avvio del girone di ritorno su un piedistallo ballerino di una classifica impietosa, in ottica Europa League, ma pure sull’onda di una graduatoria parziale – quella delle partite in casa – che al contrario fa respirare, e quindi sperare. Se i granata sono ancora in corsa per armare una rimontona, è proprio perché nel loro stadio hanno conquistato la bellezza di 20 punti: i due terzi dell’intero bottino, 29. «In casa viaggiamo a una media punti degna di una qualificazione in Champions. Invece, in trasferta…». Invece in trasferta il Toro è da zona retrocessione: Mihajlovic non l’ha mai detto, ma l’ha sempre dovuto pensare. Si riparte in casa, contro il Milan, con il morale sostenuto, fino a prova contraria, da un rendimento che, al Grande Torino, è da primato. Non assoluto, sicuramente relativo, ma pur sempre superiore alla media. Da quando è stato introdotto il girone unico in serie A, ovvero dalla stagione 1929-30, soltanto in 12 campionati i granata viaggiarono a una media punti superiore, dopo 9 partite in casa (il trend migliore più recente è datato 1985-1986, 31 anni fa, con Radice in panca). E, in quei 12 campionati, in 3 casi arrivò lo scudetto, in altrettante circostanze un 2° posto finale, in 2 casi la medaglia di bronzo, con l’aggiunta di un 4° posto, un 5° posto e 2 sesti posti. Stiamo insomma parlando di squadroni come il Grande Torino o comunque di squadre sorprendenti, come quella di Giagnoni del 1972. Ma erano formazioni più equilibrate e quindi più competitive, nel confronto tra i rendimenti in casa e in trasferta. Quella di Mihajlovic, no. A Torino fa (quasi) sfracelli, in trasferta fa sovente sorridere (gli avversari). «Davanti al nostro pubblico abbiamo più coraggio», sottolineava Sinisa dopo «il suicidio» di San Siro in Coppa Italia. E più coraggio significa maggiore ferocia, maggiore ferocia significa più convinzione, più convinzione equivale a maggiore attenzione: e via dicendo, in un volano di sentimenti e consapevolezze, che fanno decollare non solo il gioco ma anche l’aggressività (aspetti strettamente connessi, nelle cause e negli effetti).

Sei vittorie, anche contro grandi squadre: nell’ordine, contro Bologna, Roma, Fiorentina, Cagliari, Chievo e Genoa. Due pareggi: contro Empoli e Lazio. E una sconfitta, nel derby. In casa, sempre considerando quei 12 campionati di cui sopra, il Torino segna con fertile abitudine: con una media di 2,33 reti a partita, che si avvicina addirittura a quella dell’ultimo scudetto di Pulici e Graziani, 1975-1976 (2.55, anche lì dopo 9 partite casalinghe). In compenso, Miha a Torino incassa una media di 1,11 gol a partita: un dato non esattamente confortante, se rapportato ai precedenti del passato fin qui menzionati, ma che va pure ascritto alla tendenza moderna del gioco del calcio, sicuramente più votato all’offensiva (anche per via dei 3 punti assegnati a vittoria, dal 1994-1995). Se poi si allarga lo sguardo ai 5 maggiori campionati europei (Italia, Inghilterra, Spagna, Germania e Francia), si scopre che il Torino è 21° nel rendimento casalingo: appartiene a una élite. E, quanto ai gol segnati in media, è addirittura 13°. «Siamo una squadra giovane, che spesso difetta di personalità», ha sentenziato il penultimo Mihajlovic. E in trasferta, con una tifoseria contro e non a favore, questi limiti psicologici si amplificano. La speranza, nel girone di ritorno, conosce l’attraversamento di un solo vicolo, non cieco: replicare il cammino casalingo, migliorando drasticamente quello in trasferta. Stasera il primo redde rationem. Contro un Diavolo, manco a dirlo. Per provare a saltellare dal purgatorio dei miraggi al paradiso dei sogni. Non un dettaglio.

Qualche volta sono stati traditi, ma non per questo hanno smesso di mettersi nella condizione di dare (e ricevere) amore. Quello che su un campo di pallone si traduce nell’affetto smisurato per il giocatore che decide le gare (Belotti), o magari che porta dalla sua l’ambiente in virtù di un’innata simpatia (Hart). Almeno a folate, comunque i tifosi granata in questa stagione hanno elargito amore a Iago Falque e pure a Ljajic, finché il serbo non ha messo in tasca la fantasia per sostituirla con una strisciante indolenza.

C’è voglia d’amore, nel Toro, e all’interno di questo desiderio c’è spazio affinché anche il neo arrivato Iturbe possa riceverne in dosi abbondanti. Ha tutto, l’ex attaccante della Roma, per spargere entusiasmo e sentimenti positivi nel Torino.
Non è che nelle ultime stagioni il tifoso granata si sia spellato le mani, nell’applaudire le giocate dei suoi beniamini. Prima di Alessio Cerci si torna indietro ad Alvaro Recoba (a Torino in versione svernante) e Alessandro Rosina, per riconoscere elementi granata di qualità. Già, tra Iago, Ljajic e Iturbe (ma pure Baselli) si ha più tasso tecnico in questo Torino che negli ultimi dieci messi assieme.

E Iturbe, se saprà riproporsi nella versione veronese più che in quella vista all’opera tra la Roma e il Bournemouth è destinato a dare tanto e ricevere in proporzione, dai suoi nuovi tifosi. I quali intanto questa sera avranno la possibilità di ammirarlo per la prima volta in campo al Grande Torino. Almeno in una gara ufficiale, visto che appena acquistato dai granata il sudamericano era stato testato nell’amichevole contro il Monza. Dopo l’esordio assoluto a Reggio Emilia contro il Sassuolo (è entrato per Ljajic al 23 della ripresa), e la chance dall’inizio a San Siro (è uscito dopo più di un’ora di gioco per Boyé), nel secondo atto della sfida contro i rossoneri Iturbe, presumibilmente a partita in corso, farà capolino nello stadio di casa del Toro.

Visto che Iago Falque nell’allenamento di ieri a porte chiuse ha dimostrato di essere in condizioni discrete, è sullo spagnolo che Mihajlovic dovrebbe puntare, dall’inizio («Iturbe non può essere nelle condizioni migliori, però giocando non potrà che crescere», ha spiegato il serbo). Visto che Iago stringerà i denti è immaginabile, nel corso della ripresa, vada in atto la staffetta tra Iago e Iturbe, ma molto dipenderà dalla prestazione di Ljajic. Se il numero 10 del Torino dovesse deludere potrebbe cedere il posto al paraguaiano, con Boyé che nel caso potrebbe far poi rifiatare Iago. Nella logica delle scelte per l’attacco non rientra intanto Josef Martinez, destinato a lasciare il Torino in questa sessione di mercato e non convocato per la gara odierna. Come del resto Vives, lui pure in partenza.

L’emergenza difensiva resta una costante, ora che si è rotto Castan, tanto da apparire quasi come una punizione sovrannaturale. Alla qual cosa non crediamo, ma certo vien da dire che molto spesso, nella vita, se te le cerchi, se te le tiri, poi ti arrivano per davvero addosso, le sventure. Più o meno grandi che siano. La superstizione non c’entra affatto. C’entra, al contrario, un qualcosa di assolutamente reale, e concreto, e terreno, materiale. Non hai risolto il problema della difesa per tempo? Ti sei illuso di sfangarla ugualmente? E allora la pagherai, la paghi. Già nella scorsa primavera (per non dire prima) solo uno stolido poteva pensare che Glik e Maksimovic non sarebbero partiti, facendo di tutto per partire, in estate. Poi, per carità, Miha si era invaghito dell’idea di riuscire a trattenerlo in extremis, il connazionale riottoso. E la società è cascata, come lui, nell’illusione. Sorvolando pure sulla carta d’identità del 35enne Moretti e del 34enne Bovo (da pochi giorni a Pescara).

Aver preso a inizio estate lo svincolato Ajeti (che con Mihajlovic non gioca davvero mai) e poi il buon Rossettini dal Bologna, che in granata è persino rifiorito (2 milioni la spesa), è stato un rattoppo e non certo un merito, considerando i 35 milioni a cui sono stati venduti Glik e Maksimovic: non certo due paracarri senza qualità, al di là dell’ingrata ribellione del secondo ad agosto. L’arrivo in prestito di Castan per 500 mila euro, a pochi giorni dalla fine del mercato estivo, si è rivelato insieme una benedizione e un colpo di fortuna: se solo Giampaolo non l’avesse inaspettatamente messo ai margini nella Samp, il brasiliano, chissà che toppa si sarebbe materializzata. E proprio l’ex colonna della Roma adesso è out, e per almeno altre due settimane, dopo che ne ha già persa una. Guaio muscolare ai flessori della coscia sinistra. «Castan ha un’elongazione, ma non ho capito bene cos’è», diceva ieri Mihajlovic. «Ora mi dicono che deve stare fuori altri 15 giorni». Evviva. Intanto Sinisa ha ampiamente dimostrato di non fidarsi di Ajeti: zero minuti giocati in campionato. A torto o a ragione, Miha proprio non lo vede. Anche se l’albanese all’ultimo Europeo ha fin sorpreso in positivo, e nel Frosinone non aveva demeritato, in 16 partite (con un gol). «Ajeti in Coppa a San Siro è rimasto fuori perché volevo mettere la squadra migliore», ha spiegato ieri Mihajlovic. «Ho utilizzato chi ha giocato quasi sempre. L’ho già detto: in generale, non tutti nel Torino si sono dimostrati all’altezza». Insomma, non certo una benedizione. Ma ora dal nulla si è materializzato l’ormai 31enne Carlao, vivaddio: un carneade da 500 mila euro, scovato a Cipro.

«E’ un giocatore di esperienza e buona personalità, bravo nel gioco aereo e cattivo. Fa ripartire l’azione e può agire sia da centrale che da esterno. Stiamo lavorando molto con lui da un punto di vista individuale. Sta iniziando a capire che cosa voglio io dai centrali. In questa squadra ci può stare benissimo». Comunque Sinisa, da parecchi mesi, invocava l’arrivo di difensori del valore del croato Vida, tanto per citarne uno non a casaccio, materialmente e simbolicamente. Ma costa(va) troppo, sempre troppo. «Tante altre squadre hanno una rosa più ampia. E fanno i cambi durante le partite senza perderci in qualità. Noi, invece…»: eccetera eccetera. Sono altre frasi di Miha. Non di ieri, ma di giovedì notte a Milano. Resta il fatto che adesso ogni alternativa al duo Rossettini-Moretti pare un grande azzardo, sulla carta: Castan è fuori dai giochi, come detto; Ajeti per ora esiste solo in versione Ufo; e Carlao è da inserire e far ambientare in tutti i sensi. Mentre Bovo è stato appena ceduto.
Per coscienza (e ci mancherebbe che non fosse così) la società ha chiuso solo ufficialmente le porte a nuovi innesti in difesa. Sotto traccia, continua a seguire profili come il palermitano Goldaniga, il croato Simunovic del Celtic e un altro giovane emergente, Elez, di proprietà della Lazio, che gioca in prestito (bene) a Rijeka. Chissà se di qui a fine gennaio, a fronte delle possibili pressioni di Miha, arriverà un altro rinforzo, e magari verrà prestato Ajeti. Le probabilità sono basse, ma il cantiere è aperto, pur se non con i timbri dell’ufficialità. Ed è fin facile prevedere la comparsa di nomi fin qui inediti nella lista dei possibili obiettivi del Toro, da arpionare a fine gennaio, con gli uncini dell’emergenza. Intanto si allungano voci su Popescu, 23enne rumeno del Modena, terzino sinistro: potrebbe diventare la riserva di Barreca, visti i guai di Molinaro e Avelar. Contro il Milan non è stato convocato Martinez, oltre a Vives. Per la serie: prego, vai pure via (offerte diverse in Italia e all’estero, per il venezuelano). Aramu è destinato in prestito alla Pro Vercelli, che tratta pure l’anziano regista. Mentre in entrata, in mediana, con Hiljemark in rotta con il Palermo (seconda scelta del Toro, inseguito anche dall’Atalanta), si torna sempre lì, a Verona, sul versante del Chievo, là dove gioca Castro. Se il Torino alza l’offerta attuale (5 milioni), lo prende. Altrimenti lo saluta. Mihajlovic lo ha chiesto e richiesto, lo vuole e insiste. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Si può, si deve tifare per Diego Costa e i suoi fratelli: che vadano loro, in Cina, se proprio ci tengono (ai soldi). Perché, 24 ore dopo le clamorose indiscrezioni apprese da fonti vicine all’entourage di Cannavaro, allenatore del Tianjin, ancora nulla di concreto è venuto a galla, sul fronte di Belotti. Per fortuna, viene da aggiungere: perché se si spera che non si materializzi il rischio che Belotti possa trovarsi, un giorno, a dover esaminare una proposta da 15 milioni netti a stagione, la cosa migliore è augurarsi che al più presto l’ex campione del mondo azzurro soddisfi le sue voglie. E, come lui, anche gli altri allenatori della massima serie cinese. Il punto di partenza è quanto si scriveva ieri: Cannavaro ha indicato anche il granata quale obiettivo per l’attacco, dopo aver già portato a casa due colpacci a centrocampo, Witsel e Obi Mikel. Per adesso, dalla Cina, non si registrano né trattative con il Torino né sondaggi con Belotti o il suo agente. Ma il mercato, laggiù, sarà aperto sino al 26 febbraio. Di sicuro la storia di Belotti si sta già intrecciando con i destini di altri attaccanti ben più famosi sul panorama mondiale, che anche per questo sono considerati prime scelte. Pure le ragioni del marketing sono dirimenti in Cina, a fronte della volontà della Nazione asiatica di far decollare in fretta, a livelli eccezionali, la qualità e l’importanza del movimento calcistico. E i soldi non sono certo un problema, viste le incommensurabili cifre che stanno girando. Che il mercato cinese possa essere una tentazione alla quale cedere lo hanno dimostrato i vari Tevez (40 milioni di stipendio all’anno!), Oscar (25; ed è costato 70 milioni) o Hulk (20; più i 55 per l’acquisto). Ma c’è anche chi è in grado di far prevalere le ambizioni personali e il prestigio degli obiettivi da raggiungere in Europa rispetto alle cascate di Renminbi che i club della China Super League mettono sul piatto. Nelle ultime settimane sono stati molti e vani gli assalti tentati dalle società cinesi a nomi di grido. Uno dei primi a rifiutare la Cina è stato Cavani (Psg), al quale era stato proposto un ingaggio da 18 milioni netti all’anno. Poi Benzema (Real) ha declinato una proposta da 15 milioni. Per Cristiano Ronaldo, 150 milioni all’anno per 2 stagioni. Ma il Pallone d’Oro ha deciso di chiudere la carriera a Madrid. Sondaggi con Sanchez dell’Arsenal: 45 milioni per il suo cartellino, ma Wenger non ci ha voluto sentire. Come Dele Alli, stella del Tottenham: no a oltre 20 milioni all’anno. In Italia, in principio è stato Kalinic il nome bollente in ottica Tianjin, ma ora la trattativa è prossima all’implosione. Il club di Cannavaro ha poi sondato Mandzukic: doppio no della Juve e del giocatore a 28 milioni per il cartellino e a 7,5 a salire per il croato. Quindi, Bacca del Milan. Otto milioni? No, grazie. Pure Giovinco (a Toronto) è nel mirino di alcune società cinesi: offerte da 14 milioni annui.

«Voglio la Champions»

Insomma, il Tianjin (così come gli altri maggiori club della Cina) non avrebbero certo problemi a coprire i 100 milioni della clausola rescissoria cairota e a sfornare un superingaggio per Belotti. Ma il Gallo è ancora tanto giovane e poco celebrato a livello mondiale, non si chiama Belottinho e non gioca nel City, tanto per dire. Sembra una barzelletta: ma in Cina i burocrati statali e i massimi dirigenti delle società valutano i giocatori anche sotto questi punti di vista, per esigenze mediatiche, di marketing, di prestigio. Ieri Diego Costa ha cercato di ricucire, dopo lo strappo con Conte. Ma che sia in bilico tra il Chelsea e la Cina è storia nota: si vedrà. Intanto Belotti ripete: «A Torino sto benissimo, mi sento a mio agio», ha detto l’altra sera a Canale, nel Cuneese, incontrando i tifosi. In questo momento, la sensazione chiara agli uomini-mercato di Cannavaro è che sarebbe molto difficile convincere il Gallo. Che di sicuro non è un ragazzo banalmente venale. E punta a crescere in Europa, con coerenza e lungimiranza. «Come tutti, sogno di vincere la Champions e la Coppa del Mondo». Insomma, spendendo meno soldi dei cinesi, un Real o un Manchester potrebbero avere ben più speranze di convincerlo, un giorno. Morale: per adesso attacchiamoci alla fedeltà granata e alla saggezza di Belotti. Ma, con gli occhi a mandorla, tifiamo anche per Diego Costa e i suoi fratelli di grido, a scanso di equivoci.

Magari alla fine una cessione o un’occasione last-minute gli permetterà di indossare ancora una volta i panni del “condor”, ma è inevitabile che l’umore di Adriano Galliani dopo 30 anni di protagonismo assoluto sul mercato, non sia oggi dei migliori. La trattativa per il passaggio di proprietà del Milan da Fininvest ai cinesi di Sino-Europe Sports ha di fatto congelato le operazioni: il saldo concordato fra le parti dovrà essere zero e dunque lo storico braccio destro di Silvio Berlusconi da settimane non ha un euro a disposizione per comprare giocatori. Per farlo avrà bisogno di qualche cessione, ma l’uscita di Luiz Adriano ha prodotto solo un risparmio nel monte ingaggi e non si vedono all’orizzonte incassi milionari tali da poter permettere chissà quali innesti. Qualunque operazione Galliani riesca poi a imbastire, non potrà portarla a termine finché non avrà ricevuto non solo l’ok di Fininvest (come sempre), ma anche quello di SES nelle vesti del suo “erede” nel ruolo di ad Marco Fassone.

Domanda di tutti

Una situazione frustrante dal punto di vista di Galliani, abituato da anni a muoversi in solitaria. L’ad ha sempre evitato di parlare del closing e delle trattative in corso da mesi, ma ieri a Radio Deejay, forse perché intervistato proprio nel cuore del mese dedicato al mercato di riparazione, ha voluto raccontare un aneddoto che tanto sa di frecciata nei confronti dei futuri acquirenti. Il ricordo dell’interesse nei suoi confronti di un club cinese («alla fine del 2013 ho avuto una grande offerta per andare in Cina, poi il mio maestro mi ha detto che non potevo andare e io ho risposto: “Obbedisco”») e la successiva battuta («quei cinesi forse li conoscevo, questi non li conosco»), sanno tanto di sassolino tolto dalle scarpe, visto che da mesi il ritornello che ruota intorno a cinesi è sostanzialmente uno: chi si cela dietro Yonghong Li, il capo cordata che nessuno in Cina conosce?

Addio Fininvest?

Galliani comunque ha anche parlato del suo futuro e, almeno a parole, ha escluso nettamente il ritorno in Lega Calcio come presidente. Il dirigente rossonero è legato contrattualmente a Fininvest fino al 2019, ma una volta terminato il rapporto con il Milan le strade potrebbero separarsi visto che Galliani vuole rimanere nel mondo del calcio. Impossibile vederlo con un’altra “maglia” in Italia, difficile all’estero (a meno che l’amico Florentino Perez…). La soluzione che sta prendendo piede negli ultimi mesi è quella di un Galliani a capo di un’agenzia di procuratori, tipo la Gestifute di Jorge Mendes, per gestire le carriere di giocatori, in particolari top player italiani, ma anche stranieri.

Vincenzo Montella non lascia. Anzi. Raddoppia, nonostante il Milan abbia serie difficoltà anche sul mercato di gennaio. Ieri a domanda precisa sull’opportunità di poter già prolungare il suo contratto in scadenza il 30 giugno 2018 ha risposto, d’istinto, un po’ sorpreso ma non certo perplesso davanti a questa eventualità. «Perché no, insomma.. – ha detto – Non ero preparato su questo tema, mi aspettavo più domande sul mercato, anche se rispondo sempre allo stes-
so modo…». In realtà Montella non ha molto da aggiungere a quello che, con puntuale periodicità, afferma l’ad Galliani che esclude, almeno finora, obiettivi diversi dallo spagnolo Deulofeu sul quale sono attese novità a giorni.
PROGETTO. Sulla disponibilità a prolungare l’attuale accordo (2,5 milioni di euro l’ingaggio pattuito la scorsa estate) Montella ha le idee ben chiare. «Io non ho difficoltà a restare qui al Milan – ha spiegato – se esiste un progetto dove la fiducia è reciproca e ci sono margini di miglioramento. Io ho difficoltà a lavorare,
anche in presenza di un contratto in essere, dove il ciclo è finito, dove il lavoro è andato anche oltre certi limiti come era successo a Firenze. Per questo motivo ho fatto un passo indietro». «Non mi sento penalizzato, anzi sono privilegiato ad allenare il Milan – ha chiarito -. Stiamo recuperando giocatori come Bertolacci che è stato fuori tre mesi, Sosa che si sta integrando sempre più, Calabria che è rimasto fuori un paio di mesi. Galliani è stato molto chiaro. Laddove si può fare qualcosa si farà, altrimenti non c’è nessun problema».
SOGNO. Come al solito sognare non costa nulla. Tanto meno qui al Milan. Ma i pensieri del tecnico sono rivolti a un solo obiettivo. Con o senza il Mi- lan. «Quando, qualche anno fa, vedevo gli allenatori riuniti a presentare la Champions mi sarebbe piaciuto essere lì, a Nyon – ha confessato – ma ribadisco che i prossimi 45 giorni saranno importanti per capire i nostri reali obiettivi. Siamo contenti di essere in piena lotta per l’Europa League: guardando alla classifica si può aspirare anche a qualcosa in più, ma è dura perché le squadre davanti sono ben attrezzate». Adesso c’è anche l’Inter: «Complimenti per la rimonta, ora sta facendo ciò che è normale per una squadra molto forte. È un avversario in più, scavalcare l’Inter è una motivazione in più per vincere a Torino».
TRIPLETE. Fra le soddisfazioni più importanti ottenute qui al Milan, Montella ha già collezionato un doppio successo sulla Juve di Allegri e sul Torino di Mihajlovic. Ma il terzo… round stagionale si svolgerà in casa dei due avversari torinesi. Questa sera al «Grande Torino» il Milan dovrebbe addirittura vincere per mantenere inalterato lo svantaggio nei confronti di Roma, Napoli e Lazio che ieri hanno esordito vittoriosamente nel girone di ritorno. Non sarà quindi semplice mantenere la media di due punti a gara, che in tre delle ultime cinque edizioni della Serie A è bastata per
il terzo posto. Montella non si sbilancia sulla possibile replica dell’andata. «Galliani probabilmente risponderebbe sì, io penso una partita alla volta», ha commentato. Una cosa è certa: Montella ha ampiamente rivalutato l’organico a sua disposizione e quindi è deciso a non fare sconti a nessuno. Soprattutto a Niang, che appare in questo momento fuori dai titolari di questo Mi- lan. «Troverà il suo spazio se
10 riterrò opportuno», è stato
11 lapidario responso di Montella
che non può prescindere da Bonaventura nel tridente ed evidentemente non è soddisfatto del francese. Anche perchè fra le peculiarità fondamentali per poter giocare in questo Milan c’è la «ferocia» che la squadra rossonera mette sempre in campo. «Si può fare un po’ di più, si possono migliorare alcuni piccoli dettagli – ha spiegato Montella – ma è importante che questo Milan abbia ritrovato il suo orgoglio».

Per il Milan la trasferta di stasera a Torino (ore 20.45) ha una sola parola d’ordine: vincere. Il Diavolo non può permettersi distrazioni nella rincorsa alla Champions con Roma, Napoli e Lazio che cercano la fuga e l’Inter che, con la quinta sinfonia, sta tornando prepotentemente a farsi sotto. Ne è consapevole anche Vincenzo Montella: «I prossimi 45 giorni saranno importanti, siamo in piena lotta per l’Europa League, aspirare a qualcosa in più è complicatissimo».
Dall’altra parte, però, c’è un Toro ferito dalla sconfitta di Coppa Italia proprio contro i rossoneri e pronto a dare battaglia: «Non siamo morti e lo dimostreremo – afferma Sinisa Mihajlovic -, spero che i ragazzi abbiano capito che cosa si deve fare e che abbiano voglia di rivincita. Sarà una partita difficile, ma con un risultato positivo ci rilanceremo».
Entrambi i tecnici però devono fare i conti con qualche acciacco. De Sciglio non è partito per il Piemonte ed è pronto Calabria a sostituirlo; Pasalic si riprende un posto a centrocampo, mentre in attacco l’unico dubbio a sinistra con Niang favorito su Bertolacci per agire al fianco di Suso e Bacca. Nel Torino fuori Castan per noie muscolari (sostituito da Moretti), Obi è favorito a centrocampo su Baselli mentre resta il dubbio Iago Falque: lo spagnolo è in ripresa dal fastidio al tallone ma non è sicuro il suo impiego dal 1′; possibile chance quindi per I turbe con Belotti e Ljajic.

Adriano Galliani lascerà un’eredità ingombrante al Milan. Perché, da quando Silvio Berlusconi si è dedicato alla politica, lui è il Milan. Le sue smorfie (di gioia, ma pure di sofferenza), hanno segnato l’immaginario popolare e il suo lavoro – a 360° su tutti ciò che riguardava la società (prima della sciagurata idea di creare una diarchia con Barbara Berlusconi) – ha dato un’impronta netta alla Repubblica Rossonera. Toccherà a Marco Fassone sedere su quella poltrona tanto scomoda nella stanza dei bottoni di Casa Milan. Per molti sarà scontato fare paragoni ma c’è una ragione di fondo che li rende impossibili: Galliani era – di fatto – plenipotenziario al Milan avendo alle spalle un solo, potentissimo azionista. Fassone sarà il terminale operativo di una cordata di imprenditori il cui principale interesse sarà fare del Milan una macchina da soldi. Nei tempi d’oro – quelli in cui la società collezionava Palloni d’Oro – a nessuno importava che Galliani chiudesse il bilancio in passivo: doveva vincere e stop. Negli anni di vacche magre l’ad si è arrabattato portando a casa pure l’ultima coppetta pre-closing e ha saputo costruire un Milan italiano. Verrà rimpianto Galliani, questo è scontato. Però i paragoni andranno semmai fatti tra Berlusconi e i cinesi, non tra due ad che sono giocoforza espressioni di proprietà tanto diverse.

il pericolo mostra occhi a mandorla, anche se ha l’effigie di un allenatore italiano. La notizia che rimbalza all’improvviso dalla Cina, da fonti molto vicine al raggio d’azione di Cannavaro, è tanto clamorosa, quanto insidiosa per il Torino. E per chi (alla voce: tifoseria granata) vede nel Gallo Belotti un meraviglioso miscuglio di certezze e speranze: gol e prospettive, tackle e simboli, comportamenti e parole, fedeltà e progetti di crescita. La notizia, ordunque, conduce fino alla metropoli di Tientsin, con il suo nome a dir poco evocativo (“guado del fiume del paradiso”), là dove ha sede una delle maggiori società calcistiche della Cina, il Tianjin Quanjian. La cui squadra, per l’appunto, è allenata da Cannavaro. Ebbene, nella lista di obiettivi stilata dall’ex campione del mondo (e riveduta e corretta strada facendo, dopo gli esiti delle prime principali trattative per ingaggiare un bomber), compare anche il nome del centravanti granata. Sarebbe strano il contrario, viene subito da dire: perché le qualità di Belotti (miglior marcatore italiano dell’anno solare 2016, in campionato) e la sua età (23 anni) non possono che attirare l’attenzione. Appena pochi giorni fa, si registrava la mossa dell’Arsenal, con quei 65 milioni offerti (invano) al Torino. Mentre nelle scorse settimane sullo spartito danzava Mourinho, con il suo United. Che Belotti possa essere seguito con particolare interesse da quasi tutti gli allenatori più importanti del calcio europeo è fin scontato, vista la sua parabola ascendente in termini fin superlativi: dopo i 12 gol dello scorso campionato, ecco i 15 della stagione in corso, Coppa Italia compresa (e siamo appena a gennaio!), a cui aggiungere i 3 segnati in Nazionale. Ma poi di Belotti piace anche il modo di giocare, non solo di colpire: quel suo saper dannarsi a tutto campo, tra corse e recuperi, tra marcature divelte e tiri in porta. E così, sui tavoli del mercato internazionale, fioccano i sondaggi. O le più semplici richieste di informazione, soprattutto quelle orientate alle trattative della prossima estate. Ma sapere, adesso, che una delle più potenti e ricche società cinesi ha scientemente inserito Belotti tra gli obiettivi del presente spalanca scenari ben diversi. Perché il calcio cinese, nella sua globalità, in queste settimane ha allungato le mani sul calcio europeo con un prodigio di offerte senza pari, aprendo portafogli quasi illimitati. Dai 40 milioni di euro di ingaggio per Tevez ai 26,5 di Lavezzi, dai 25 di Oscar ai 70,5 spesi proprio per acquistare l’ex trequartista del Chelsea. E via dicendo: la lista completa sarebbe lunghissima. Cannavaro, poi, ha appena pestato i piedi alla Juve, soffiandole Witsel (50 milioni in 3 anni, per il belga). Insomma, i 100 milioni della clausola rescissoria di Belotti non fanno certo impressione al Tianjin. Se no, non avrebbero pensato neanche per un minuto a Belotti, laggiù a Tientsin. E invece: eccome se ci stanno pensando!

Che il Tianjin sia alla ricerca di un grande attaccante è noto da tempo. Molteplici i sondaggi fin qui effettuati. Un nome caldo, anche nelle ultime ore, è quello di Kalinic della Fiorentina: prospettato un mega-ingaggio da oltre 10 milioni. Il Tianjin, però, ha già provato a puntare anche molto più in alto. Alcuni mediatori hanno colloquiato con il fratello-agente di Cavani: offerti invano 18 milioni netti all’anno. Di qui la proposta da 28 milioni più bonus alla Juventus per Mandzukic: altro doppio rifiuto. Pure il jolly offensivo Sanchez affascina Cannavaro, ma l’Arsenal non ha intenzione di venderlo. Il Tianjin vuole rispondere alle altre big della massima serie cinese con un grande colpo, che vada oltre il tesseramento, ufficializzato ieri, del centrocampista John Obi Mikel. Ci ha anche provato col milanista Bacca: invano. Per questo Cannavaro ha dovuto modificare la sua lista della spesa: troppi obiettivi sfumati. Belotti non è considerato una prima scelta, a oggi (lo è invece Diego Costa del Chelsea, che ha appena rotto con Conte). Da fonti vicine all’entourage di Cannavaro si apprende, non a caso, che gli uomini-mercato del Tianjin non hanno ancora avanzato offerte né al Torino né a Belotti e a chi ne cura gli interessi. Ma adesso pure il nome del Gallo è spuntato nella lista. E questo, già di per sé, deve far suonare l’allarme rosso, nel Toro.

E’ vero che al momento non si registrano trattative col Torino né sondaggi diretti con Belotti o con il suo procuratore, a quanto si apprende da fonti vicine a Cannavaro, ma il fatto che il tecnico del Tianjin abbia acceso i riflettori anche sul Gallo conduce a riflessioni del tutto inedite, finora, che non possono escludere tout court nemmeno un pericolo nel pericolo. Perché, sulla carta, oggi come oggi, esiste pure il paradosso che il Torino possa incassare l’incredibile cifra di 100 milioni, per il Gallo, ma senza poi poterla spendere sul mercato, prima di luglio. E’ un’ipotesi di scuola, al momento. Ma resta uno dei rischi giganteschi che si possono dipanare tra le righe delle clamorose indiscrezioni apprese in queste ultime ore. Proviamo a spiegare perché, adesso.

Come noto, Belotti ha rinnovato il contratto col Torino, di recente. Prolungamento fino al 2021 e raddoppio dell’ingaggio, salito ora a circa 1,5 milioni netti a stagione, con i bonus. Per intenderci: un decimo di quanto il Gallo potrebbe guadagnare in Cina! Dove un Pellè qualsiasi guadagna 16 milioni all’anno, tanto per gradire. Annessa al rinnovo, è stata creata dal nulla e ratificata una clausola rescissoria da 100 milioni: una cifra astronomica, ça va sans dire, ma non fuori mercato, se vista con gli occhi (e i fatturati) di tutta una certa Premier o dell’intera nuova Cina calcistica, priva di freni inibitori economici, passando per Madrid, Barcellona, Parigi o Monaco di Baviera. La clausola, già in vigore, non è valida sul panorama italiano: questa è l’unica concreta limitazione. Affinché abbia effetto, deve contemplare non solo un candidato acquirente disposto a versare quei 100 milioni di cui sopra, ma anche un accordo ufficiale con Belotti. Chi all’estero vuole il Gallo, insomma, non deve solo coprire la cifra della clausola, ma convincere anche l’attaccante a trasferirsi. A differenza del mercato invernale italiano, ristretto al mese di gennaio, la finestra delle trattative in Cina sarà aperta sino al 26 febbraio. La qual cosa, sempre in teoria, significa che un club cinese potrebbe mettere le mani su Belotti anche a metà febbraio, per dire, se riuscisse a ottenere il “sì” dell’attaccante e fosse in grado di versare quei 100 milioni. Il Torino non potrebbe opporsi, in quel caso. E non potrebbe spendere nemmeno un euro per cercare in extremis anche solo un rinforzo in attacco. Svincolati a parte, Cairo non potrebbe operare sul mercato in entrata sino al 1° luglio. Ma Belotti come reagirebbe, in concreto, se mai gli venisse sottoposta per davvero una proposta ultramilionaria da parte del Tianjin di Cannavaro?

Forse all’ultima domanda non saprebbe rispondere nemmeno lo stesso Belotti, in questo preciso momento. Perché un conto è ragionare per ipotesi, e un altro conto è trovarsi davanti, realmente, una proposta da 15 milioni di euro netti a stagione, o giù di lì. Si può rammentare una dichiarazione recente di Mihajlovic: «Io a dicembre ho ricevuto un’offerta per allenare in Cina, ma ho rifiutato. Non mi piace lasciare il lavoro a metà. A dire la verità, pensando all’ingaggio che avrei preso, per due giorni non è che abbia dormito così bene! Ma nella vita uno fa delle scelte, e io ho deciso così. Chi va là per i soldi va comunque rispettato: le carriere dei giocatori non sono così lunghe». Però Belotti ha solo 23 anni, a Torino sta bene e di sicuro predilige giocare in Europa, anche per continuare in modo coerente e costruttivo quel processo di crescita che l’ha già portato in Nazionale. E che un giorno, chissà quando, potrebbe condurlo pure a indossare la maglia di un top team europeo, ai vertici della Champions, con ingaggi anch’essi da paura. Al momento di firmare il rinnovo, Belotti si impegnò verbalmente con Cairo a non muoversi dal Torino, per adesso. E appena domenica scorsa, a fronte delle voci sull’offerta da 65 milioni dell’Arsenal, aveva dichiarato, dopo la partita con il Sassuolo: «Io non penso al mercato. Penso solo al Toro e a fare bene in granata. Poi, quello che succederà si vedrà». Si vedrà anche, ma su piani economici ben più modesti, seppur non per i comuni mortali, come andrà la trattativa del Torino per l’argentino Castro del Chievo. E qui saltiamo di palo in frasca.

Mihajlovic dopo il Milan ha di nuovo invocato rinforzi sul mercato, per poter tentare l’assalto all’Europa League: cerca innanzi tutto una mezzala di qualità, feroce e abile nella doppia fase, nonché dotata di adeguata «personalità». Castro è la prima scelta, ma i veneti continuano a chiedere 10 milioni, e il Toro ne offre la metà, per ora. Un’alternativa è Hiljemark del Palermo, che Corini ha deciso di non convocare più, proprio perché è sul mercato: e al momento se lo contendono l’Atalanta (che ha già un accordo con Zamparini) e appunto il Torino. Il nazionale svedese costa decisamente meno, 5 milioni. Ma per ora Miha continua a non mollare l’argentino. Sullo sfondo, ci sono anche Donsah del Bologna, Poli del Milan e Ntcham del Genoa, ma di proprietà del City.

Il Torino, per vincere le partite, deve superare la terza legge di Newton: quella per cui “a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”. Ecco, sino a quando la squadra granata non riuscirà a neutralizzare questo principio della fisica, i primi tempi esaltanti e spesso spettacolari non potranno portare i punti che servono per inseguire un posto con vista sull’Europa League. L’ultima sfida di Coppa Italia persa al Meazza con il Milan, pagando salatissimo un inizio di ripresa sottotono dopo l’1-0 convincente dei primi 45 minuti, si inserisce in un pericoloso solco che sinora ha caratterizzato la marcia della squadra di Mihajlovic in questo girone d’andata. Che lunedì, ancora con il Milan, vedrà la squadra torinista superare il giro di boa. Come si può evincere dalle tabelle qui a corredo, il Toro offre due facce completamente diverse nelle due frazioni. E così, a una prima solitamente positiva non solo nel risultato ma anche nell’approccio oltre che nel gioco espresso, ne segue una seconda che non pare nemmeno lontana parente sotto il profilo dell’efficacia.

Come ha avuto modo di spiegare lo stesso Mihajlovic, le motivazioni non vanno ricercate in un calo fisico, «altrimenti non saremmo riusciti a creare ciò che abbiamo fatto negli ultimi 20 minuti». E in effetti le cifre relative a questo girone d’andata non raccontano di un Toro che, col passare dei minuti, patisce sotto il profilo della corsa: addirittura sono superiori i gol realizzati nella ripresa, così come i tiri effettuati o i cross confezionati per le punte. Ciò che cala in maniera evidente è l’animus pugnandi globale della squadra: che infatti registra una netta flessione per quanto riguarda il numero di contrasti, scende da 193 a 153 per un dato ancora più significativo. Nella ripresa il Toro incassa il doppio dei gol, passando da 9 a 18!

Ciò che salta all’occhio, dopo l’intervallo, è l’atteggiamento troppo morbido che il Toro offre quando deve contrastare il tentativo di rimonta di un avversario che nel proprio stanzone si è caricato a mille per cercare di riportare la situazione in equilibrio. E così diventano meno frequenti le incursioni pericolose nella metà campo avversaria di Ljajic e compagni – guardate il dato relativo al numero di passaggi oltre metà campo – si abbassa pericolosamente il baricentro e troppi granata evidenziano una lacuna insita nel loro Dna: la desuetudine a difendere e quindi aggredire con il massimo della della grinta l’avversario. Il pareggio del Milan nella gara di giovedì sera ne è un esempio evidente: dopo l’intervento sbagliato di Hart sul tiro molle di Suso, il traversone basso di Bonaventura passa davanti a Barreca, che non interviene, per superare il secondo palo dove Kucka può appoggiare indisturbato in quanto Baselli non lo ha tallonato a dovere. Sul secondo gol, poi, anche qui una marcatura troppo blanda, stavolta di De Silvestri, a permettere a Bonaventura di anticipare l’ex doriano e bucare al volo per il decisivo 2-1. Con un approccio mentale di questa levatura è fatale pagare dazio. E quindi tutte le disquisizioni tattiche che si possono innescare, compresa quella sull’utilità di mantenere un modulo così offensivo con il tridente, perdono di interesse e appeal prima ancora di cominciare. Certo è che poter affrontare, peraltro in casa, nuovamente il Milan dopo appena quattro giorni può essere un aiuto non da poco per un Toro che, guardatosi allo specchio e compreso i propri difetti, punterà a resettare il tutto per cominciare il ritorno con un altro piglio. Lunedì sera, nel posticipo con i rossoneri, sicuramente non ci sarà ancora Castan, per il quale si profila un mesetto di stop per un sospetto stiramento, mentre Iago Falque, che ieri ha svolto un lavoro personalizzato per la botta al tallone, dovrebbe tornare tra i disponibili.

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