Home » Primo piano » Tribunale Ivrea, sentenza storica: “L’uso eccessivo del cellulare provoca il tumore”, condannata l’Inail

Tribunale Ivrea, sentenza storica: “L’uso eccessivo del cellulare provoca il tumore”, condannata l’Inail

Che l‘uso prolungato del cellulare faccia male alla salute non è di certo una novità ma sul fatto che questo possa fare ammalare di cancro da sempre al tal riguardo ci sono dei pareri discordanti. Nel corso dei decenni, molti studi hanno cercato di fare chiarezza ma sono state sempre troppo e le conclusioni contraddittorie, in quanto per alcuni l’uso del cellulare espone il cervello a maggiori onde elettromagnetiche che sul lungo periodo aumentano il rischio di ammalarsi di cancro, mentre per altri questa relazione non sussiste. La novità riguarda il parere pronunciato dal Tribunale di Ivrea che ha riconosciuto il legame tra tumori e cellulare ed ha condannato l’INAIL a risarcire un ex dipendente della Telecom che si è ammalato di neurinoma dell’acustico ovvero un tumore benigno ma invalidante a causa dell’utilizzo prolungato del telefono cellulare.

La vicenda è stata raccontata dall’ impiegato della Telecom Roberto Romeo oggi cinquantasettenne, il quale lavorava in Telecom Italia; lo stesso ha raccontato che l’azienda gli ha dato il cellulare per lavoro e dopo 15 anni di utilizzo intenso, ovvero circa 3 ore al giorno, ha contratto il neurinoma dell’acustico. Come già anticipato, si tratta di un tumore benigno ma invalidante tanto che oggi l’uomo non sente dall’orecchio destro, perché durante l’intervento chirurgico gli è stato asportato il nervo acustico.“É la prima volta nel mondo che un tribunale, già in primo grado, afferma l’esistenza di un nesso di causalità tra tumore e uso del telefonino. E’ una sentenza storica”, afferma l’avvocato Stefano Bertone dello studio legale Ambrosio e Commodo, che ha assistito il lavoratore.

Renato Ambrosio, socio principale dell’omonimo studio torinese, ricorda: “Quattro anni fa abbiamo ricorso contro lo Stato italiano, al Tar di Roma, chiedendo al governo di informare i cittadini sui rischi e potenziali danni che derivano dall’utilizzo dei cellulari. Stiamo ancora aspettando una risposta”. In seguito a questa vicenda i legali stanno scrivendo insieme ad alcuni parlamentari una proposta di legge che impegni il governo ad educare la cittadinanza sull’argomento. Come abbiamo avuto modo di anticipare, si tratta di una sentenza storica perché per la prima volta al mondo, un tribunale ha riconosciuto la correlazione tra l’uso del cellulare ed effetto cancerogeno; la sentenza del tribunale ha disposto che al lavoratore della Telecom Italia vada una rendita vitalizia da malattia professionale di circa €500 al mese che sarà in capo al INAIL.

“Ho iniziato a usare il telefonino nel 1995 sul lavoro, perché l’azienda ci chiedeva di comunicare con i nostri tecnici così. Ho parlato al cellulare per quattro ore al giorno, quotidianamente, per quindici anni. Poi, a dicembre del 2010, mi sono accorto di sentire più da un orecchio. L’otorino mi disse che si trattava di un tappo, ma non era così. Dalla risonanza si vide che era un tumore benigno, un neurinoma. Era molto grosso e occupava buona parte del cervello, così sono stato operato”, ha raccontato Romeo.

Per quindici anni ha utilizzato il cellulare per motivi di lavoro. Tre, anche quattro ore al giorno. Fino a quando, una mattina del 2010, ha avvertito un fastidio all’orecchio destro «come se fosse otturato». Roberto Romeo, dipendente Telecom, scopre così di avere un cancro benigno che poi gli verrà asportato insieme al nervo acustico. L’impiegato, che oggi ha 57 anni, perde l’udito all’orecchio destro. Fa causa all’Inail e chiede un risarcimento. Ieri il giudice di primo grado del Tribunale di Ivrea, Luca Fadda, ha per la prima volta riconosciuto che esiste un legame tra il tumore cranico e l’uso del cellulare e ha condannato l’Inail a versare al lavoratore un vitalizio da malattia professionale di circa 500 euro al mese.

Una sentenza unica perché il nesso viene accertato già dal primo grado di giudizio. Il precedente è quello dell’ingegnere bresciano Innocente Marcolini che ha visto riconosciuto solo in Cassazione il diritto ad avere un risarcimento per il legame tra l’uso del cellulare e un tumore al nervo trigemino. Per la scienza il cellulare è classiflcato come un “possibile cancerogeno” dal 2011, quando la Iarc (Internatio- nal agency for research on cancer) un’agenzia dell’Organizzazione mondiale della Sanità, sulla base degli studi dell’oncologo svedese Lennart Hardell dell’Università di Orebro in Svezia, ha inserito le onde elettromagnetiche del cellulare nel gruppo “2b” (quello, appunto, delle sostanze potenzialmente cancerogene).

Il giudice del lavoro di Ivrea ha deciso anche sulla base della perizia del professor Angelo Gino Levis, ordinario di mutagenesi ambientale dell’Università di Padova e uno dei maggiori esperti degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. «Ho richiamato gli studi di molti autori, Ira cui anche quelli di Hardell, che dopo il 2011 hanno sostenuto la necessità di inserire le emissioni dei telefoni mobili, sia cellulari che cordless, nel gruppo dei sicuri cancerogeni», spiega Levis che aggiunge: «L’incremento del rischio quantificato da Hardell nei suoi ultimi lavori pubblicati nel 2013 e 2014 è impressionante: il rischio di gliomi (tumori cerebrali, ndr) è praticamente triplicato per l’insieme dei casi esposti da più di 10 anni, quasi quadruplicato in quelli esposti solo a cordless. Non ho dubbi nel ritenere evidentemente provato il requisito di elevata probabilità che sostiene il nesso causale o almeno concausale, richiesto dalla normativa in vigore, tra lo sviluppo di un neurinoma acustico ipsilaterale subito dal signor Romeo e l’esposizione professionale alle radiofrequenze emesse da telefoni mobili da lui abitualmente utilizzati quattro ore al giorno per almeno 15 anni e per più di 12mila ore complessive».

Il giudice, quindi, ha accolto questa tesi. Tuttavia, per l’Organizzazione mondiale della sanità, le onde elettromagnetiche del cellulare sono ancora nel gruppo delle sostanze «possibili cancerogene». Laura Masiero, presidente dell’associazione Apple (Associazione per la prevenzione e la lotta all’elettrosmog) – che paradossalmente ha lo stesso nome di un colosso della telefonia – ha una sua spiegazione della vera ragione per cui il rischio è considerato ancora solo potenziale: «Ci sono troppi interessi delle compagnie e dei gestori telefonici perché il cellulare venga classificato come cancerogeno. E sono sicura che nei prossimi giorni saranno pubblicati molti studi che negano l’esistenza di un legame tra cancro e onde elettromagnetiche, molti di questi sono diffusi dalle compagnie telefoniche. In ogni caso, a tutti noi dovrebbe bastare sapere che il cellulare è uno strumento pericoloso per evitare alcuni comportamenti rischiosi. Come quello di tenerlo acceso di notte sul comodino o addiruttura sotto il cuscino. Dovremmo imparare a usare l’auricolare o il vivavoce, a poggiare il cellulare sul tavolo quando parliamo invece di tenerlo sempre tra le mani».

«Il pericolo c’è, ecco come ridurlo»

Rilascio l’intervista molto volentieri ma mi può richiamare sul fisso?». Fiorenzo Marinelli, ricercatore dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Bologna,chiude la telefonata al cellulare in tutta fretta. E basta questa risposta per capire che per lui lo smartphone è una specie di demonio. Dal 1990, quando i cellulari somigliavano a dei citofoni portatili, studia gli effetti delle onde elettromagnetiche sulle cellule umane, per questo non è stupito dalla sentenza di Ivrea.
Dottore, dobbiamo spegnere i cellulari?
«Il cellulare è una “radio di emergenza” e dovrebbe essere usato solo in casi estremi».
Sembra impossibile: oggi il cellulare non è solo un telefono, ma anche un computer, uno strumento che ci permette di essere sempre informati, connessi, aggiornati…
«Il cellulare è uno strumento pericoloso. Lo hanno stabilito gli studi epidemiologici del professor Lennart Har- dell che hanno rilevato un rischio di 2,7 volte maggiore di ammalarsi di tumore cerebrale per chi usa un cellulare e, se si fa riferimento al lato del corpo in cui si utilizza il telefonino, tale rischio arriva a 4».
È vero che per i bambini i rischi sono maggiori? E per quale motivo?
«Essenzialmente per due motivi. Primo perché il cranio di un bimbo ha uno spessore più sottile e le onde penetrano più facilmente. Secondo perché il tessuto cerebrale contiene più liquidi e quindi ha una maggiore capacità di assorbimento. Nonostante ciò vogliono mettere i wi-fi nelle scuole. I computer si possono usare via cavo, abbiamo cablato la Terra e non lo facciamo nelle scuole? Ogni banco potrebbe avere il suo cavetto. Riducendo i rischi senza rinunciare a Internet.».
Ma se fa così male perché l’Oms lo ha inserito solo nelle sostanze del secondo gruppo, quelle cioè solo potenzialmente cancerogene?
«Per gli interessi delle compagnie telefoniche che non vogliono che si conoscano i danni derivanti dalle onde elettromagnetiche. Non a caso molte
compagnie hanno chiuso ipropri centri di ricerca».
Sta dicendo che il business prevale sulla salute?
«Proprio così. Alcune compagnie telefoniche vogliono mantenere l’incertezza sui danni cosìpossono continuare a vendere. Già nel 2011 c’era la richiesta di arrivare a una dichiarazione del cellulare come agente cancerogeno certo».
Sulla base di nuovi studi?
«Nel 2013 dopo un vasto studio epidemiologico in Svezia, i ricercatori hanno ribadito la richiesta di classificare l’uso del cellulare come cancerogeno certo».
I nuovi smartphone non sono meno pericolosi?
«Una recente ricerca sui cellulari di nuova generazione ha evidenziato che, per avendo emissioni minori, hanno un impatto biologico quattro volte maggiore perché trasmettono contemporaneamente su più frequenze per inviare dati, immagini etc».
Ma lei ha il wi- fi in casa?
«Sì, ma lo disattivo. Non ha senso usarlo in casa. Si può avere una connessione via cavo».
Che consigli dà per l’uso del cellulare?
«L’ideale sarebbe non usarlo».
Ma c’è una via di mezzo tra l’abolizione totale e l’uso smodato che se ne fa oggi? L’auricolare riduce i rischi?
«Il cellulare è uno strumento prezioso per brevi comunicazioni in caso di necessità. Certo, l’uso abituale dell’auricolare e il viva voce riducono i rischi».
Altri consigli?
«Meglio usare gli sms invece di chiamare. Quando è acceso, meglio tenere il cellulare lontano dal corpo».
La notte? Molti dicono che non bisogna tenerlo sul comodino. Lei cosa pensa?
«Durante la notte, se rimane acceso, occorre tenerlo in un’altra stanza. Ma la cosa più importante è usarlo il meno possibile».
Ci sono dei “campanelli d’allarme”? Come possiamo capire se stiamo usando troppo il cellulare?
«L’esposizione alle onde elettromagnetiche può provocare mal di testa, disturbi del sonno, difficoltà a digerire. Si può verificare anche un’alterazione del funzionamento della ghiandola della tiroide. Ripeto, la cosa migliore è ridurre enormemente l’uso dei cellulari».

Studiosi a difesa degli smartphone

«Per la prima volta una sentenza di primo grado ha riconosciuto un nesso tra l’uso scorretto del cellulare e lo sviluppo di un tumore al cervello». Sono stati gli stessi avvocati Renato Ambrosio e Stefano Bertone, dello studio legale torinese Ambrosio e Commodo, a commentare in questo modo la decisione di Luca Fadda, giudice del lavoro del Tribunale di Ivrea. Una sentenza che ha condannato l’Inail a corrispondere una rendita vitalizia da malattia professionale al dipendente di una azienda cui era stato diagnosticato il tumore, dopo che per 15 anni aveva usato il cellulare per più di tre ore al giorno senza protezioni. Comprensibile la soddisfazione dei due professionisti per il risultato ottenuto. Lo stesso Roberto Romeo, il 57enne al centro di quest’ultima vicenda, dice però di non voler «demonizzare l’uso del telefonino», ma invita solo a «farne un uso consapevole».
Gran parte della stampa, va detto, nel riportare le dichiarazioni di Ambrosio e Bertone ha ignorato quella precisazione – «di primo grado» – parlando direttamente di «per la prima volta una sentenza ha riconosciuto». Non è una sfumatura secondaria, perché in realtà una simile sentenza c’era già stata nel 2012, sempre in Italia: la Corte di Cassazione, sezione lavoro, dispose che l’Inail dovesse versare una pensione per invalidità all’80% al 60enne dirigente d’azienda bresciano Innocente Marcolini, che per dodici anni era stato costretto a passare al telefono tra le 5 e le 6 ore al giorno, con risultante tumore benigno al trigemino sinistro.
SOLTANTO TEORICO
Quel che è vero, è che finora nessun medico si è detto altrettanto convinto dei giudici italiani su questa relazione tra cellulari e tumori. Nel 2011, in particolare, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) – dunque un’agenzia delle Nazioni Unite – aveva nominato un apposito gruppo di lavoro sui cellulari. Il giudizio fu piuttosto arzigogolato e prudenziale, ma la Società Americana sul Cancro lo ha brevemente
tradotto in questo termini: sì, è teoricamente possibile che ci possa essere qualche rischio di cancro associabile all’energia delle radiofrequenze; ma l’evidenza è troppo limitata per poter avere qualsiasi sicurezza in proposito, e sono dunque necessari ulteriori studi. Limitare l’esposizione, comunque, male non può fare.
CORRELAZIONE DUBBIA
È più o meno la stessa conclusione dell’Istituto Nazionale per le Scienze della Salute Ambientale, altra entità Usa: la ricerca scientifica non ha ancora trovato prove di una correlazione tra cellulari e tumori, ma ci vogliono studi ulteriori per arrivare a una qualsiasi certezza. Le entità pubbliche americane si espongono invece di più in difesa dei cellulari. «Gli studi non mostrano relazioni», dice la U.S. Food and Drug Administration. «Non c’è alcuna prova scientifica definitiva», sostiene lo U.S. Centers for Disease Control and Prevention. «Non c’è alcuna evidenza scientifica», ripete anche la Federal Communications Commission.
D altro canto, è lo stesso che sostiene la Commissione Scientifica sui Rischi Sanitari Emergenti e di Nuova Identificazione della Commissione Europea: «Gli studi epidemiologici sulla esposizione alla radiazione da frequenza elettromagnetica dei cellulari non mostrano alcun rischio maggiore di tumori al cervello o di altre forme i cancro alla testa e alla nuca».
CINQUANTA SCIENZIATI
Pure all’Istituto Superiore di Sanità italiano ritengono che i moltissimi studi sugli effetti dei campi elettromagnetici non abbiano dimostrato alcun aumento dei casi di neoplasie eventualmente legate all’abuso di telefoni cellulari. In effetti, tutte queste affermazioni sui basano su quello studio “Interphone” fatto appunto dal Gruppo di Lavoro della Iarc in tredici Paesi, al costo di 24 milioni di dollari, e con la partecipazione di 50 scienziati. I dati dello studio dimostravano che non c’era nessun rischio di aumento del cancro, eccetto per un 10 per cento di utenti che stavano al telefono oltre i 30 minuti al giorno. Ma era uno studio del 2010. Adesso soprattutto tra i giovani la media è sicuramente molto maggiore, senza che l’aumento del cancro al cervello sia stato proporzionale. Almeno finora.

Ma il verdetto di un giudice non è una prova scientifica

Per la seconda volta il Italia una sentenza del Tribunale ha riconosciuto, dal punto di vista giuridico, il legame causale tra il tumore del cervello e l’uso prolungato del telefono cellulare.
Un paziente che si era ammalato di un neurinoma del nervo acustico dopo aver usato per 15 anni per oltre tre ore al giorno il cellulare, ha fatto causa all’inail, che è stata condannata dal Tribunale di Ivrea a pagare la rendita perpetua per il danno subìto sul lavoro dal dipendente Telecom, il quale era costretto, per la sua attività, a fare innumerevoli telefonate al giorno, ognuna lunga anche trenta minuti.

Non era mai accaduto che un tribunale italiano riconoscesse già in primo grado una causa oncogena insita nei campi elettromagnetici generati dal cellulare, ma è doveroso sottolineare che una sentenza non costituisce una prova scientifica. È ormai assodato che i campi elettromagnetici interagiscono con i tessuti biologici, e l’integrazione è tanto più potente quanto più ci si trova vicino alla sorgente e varia in base alla frequenza. Il principale effetto dei campi di radiofrequenza sul corpo umano è il riscaldamento, ed agisce con lo stesso principio sfruttato nei forni a microonde per riscaldare i cibi.

Tuttavia, i livelli ai quali siamo normalmente esposti, per esempio mentre guardiamo la televisione o mentre lavoriamo al computer, sono molto inferiori ai valori richiesti per produrre un riscaldamento significativo, ed anche se tali limiti non vengono rispettati non ci sono prove scientifiche di rischi per la salute. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato i campi elettromagnetici come “cancerogeni di gruppo 2b”, ovvero come “sospetti agenti cancerogeni”, per i quali vi è una limitata prova di oncogenicità nell’uomo. In pratica sono in questa lista tutte le sostanze sulle quali sono state fatte sperimentazioni ad altissimi dosaggi in laboratorio, ma per le quali, al momento, non c’è alcuna prova di pericolosità per l’uomo, alle concentrazioni comunemente presenti nell’ambiente.

Nel 2012 la Corte di Cassazione ha riconosciuto una pensione di invalidità al manager cinquantenne Innocente Marcolini, con una sentenza che imputava il suo tumore benigno del nervo trigemino sempre ad un uso eccessivo del cellulare (5-6 ore al giorno per oltre dieci anni), la prima che indicava un nesso di causalità tra un uso intensivo del cellulare e l’insorgenza di un tumore. Molti esperti però, oncologi,neurologi e neuroscienziati, hanno ribadito più volte che tale sentenza non trova solida giustificazione nella scienza, perché non esistono prove scientifiche di un nesso causa-effetto tra l’uso dei cellulari e i tumori del collo e della testa. Inoltre la Iarc considera limitato il grado di correlazione tra l’utilizzo intensivo dei telefoni cellulari e lo sviluppo di tumori cerebrali come i gliomi o i neuromi acustici; mentre lo considera inadeguato (cioè non dimostrato scientificamente) per tutti gli altri tipi di cancro.

Quindi a tutt’oggi le numerose ricerche internazionali, epidemiologiche e di laboratorio non hanno fornito prove di relazione diretta di causa-effetto tra campi elettromagnetici e insorgenza del cancro. La mia perplessità scientifica sulla sentenza di ieri del tribunale di Ivrea mi viene confermata anche dal professor Giulio Maira, neurochirurgo di fama internazionale che ho incontrato a Milano, fuori dalla sala operatoria nella quale aveva appena terminato un intervento di rimozione di un tumore cerebrale: «Nel caso specifico non si capisce come il tribunale di Ivrea abbia potuto stabilire il nesso tra l’uso prolungato del cellulare ed il neurinoma acustico. Quale è la prova scientifica? Quali sono i dati inconfutabili? Questa sentenza per noi medici non ha senso».

E il professor Maira prosegue : «È vero che “genericamente” c’è un allarme sull’abuso del cellulare che possa indurre la comparsa del tumore, ma, ripeto, ad oggi non esiste nessuna certezza scientifica. La ricerca attuale, non avendo trovato prove valide, consiglia comunque di far evitare l’uso prolungato di questo dispositivo ai bambini, i quali, avendo una teca cranica poco spessa ed un encefalo più plastico poiché in maturazione, sono più sensibili all’assorbimento delle onde elettromagnetiche, e gli studi che si stanno conducendo sui minori, ripeto, non confermano, né spengono questo allarme. Non voglio demonizzare l’uso del telefonino che viene regalato ai nostri figli già a sei anni, ma bisogna educarli ad usarlo in modo corretto. E ribadisco che in nessun laboratorio di neuroscienze al mondo è stata trovata una prova scientifica di correlazione tra cellulare e cancro del cervello».
Eppure ieri abbiamo visto che c’è un “Istituto di ricerca nazionale” che pare abbia trovato la prova madre, la prova inconfutabile, il tribunale di Ivrea, dal quale, a questo punto, tutto il mondo scientifico aspetta con ansia di leggere le motivazioni della sentenza, di valutare le prove scientifiche e di conoscerne i dati della ricerca.

Oms, verdetto su cellulari e wireless “Potrebbero causare il cancro”.

L’Agenzia internazionale per la ricerca sui tumori mette sotto accusa campi magnetici e radiofrequenze in quanto fattori di rischio per il glioma al cervello. Ma avverte: “E’ il risultato degli studi portati avanti finora, servono ancora accertamenti”. Utilizzare i cellulari potrebbe aumentare il rischio di sviluppare alcune forme di tumori al cervello e chi ne fa uso dovrebbe prendere in considerazione metodi per ridurre l’esposizione alle radiazioni elettromagnetiche che emettono. L’Organizzazione mondiale della Sanità fa marcia indietro, dopo avere dichiarato per anni che non esistevano prove che i campi elettromagnetici a radiofrequenza potessero aumentare il rischio di tumori. In una conferenza stampa convocata ieri sera a Lione presso l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (www.iarc.fr) l’Oms si è fatta portavoce del «cambio di classificazione» deciso dallo Iarc.

L’uso dei telefoni cellulari e di altri apparati di comunicazioni wireless “potrebbe causare il cancro negli essere umani”. E’ il “verdetto” annunciato oggi dall’Agenzia internazionale per la ricerca contro i tumori, organismo di consulenza specializzato dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Il rischio accertato, a parere dell’Agenzia, riguarda in generale i campi elettromagnetici di radiofrequenza e include i telefoni portatili. Il team, composto da 31 esperti dell’International agency for research on cancer (Iarc), si è incontrato nei giorni scorsi a Lione e, ha spiegato Jonathan Samet, presidente del gruppo di lavoro, “ha raggiunto questa conclusione basandosi sull’analisi degli studi epidemiologici effettuati sugli esseri umani”, ma anche su test sugli animali.
“In entrambi i casi, ha spiegato Samet, le evidenze sono state giudicate ’limitate’ per quanto riguarda il glioma e il neurinoma acustico (tumore del nervo uditivo, ndr), mentre per altri tipi di tumore non ci sono dati sufficienti”. Gli esperti hanno sottolineato che serviranno ulteriori ricerche prima di avere conclusioni definitive: “La nostra classificazione implica che ci può essere qualche rischio, ha aggiunto l’esperto e che tuttavia dobbiamo continuare a monitorare con attenzione il link tra i cellulari e il rischio potenziale.
Nel frattempo è importante prendere misure pragmatiche per ridurre l’esposizione, come l’uso di auricolari o il preferire i messaggi di testo alle telefonate ove possibile”.
Un annuncio che inevitabilmente riapre il dibattito lungo 20 anni sulla sicurezza della telefonia mobile per la salute umana. Si contano 5 miliardi di telefonini in tutto il mondo, solo in Italia quasi due a testa, circa 100 milioni di cellulari.
Nella lunga polemica sulla tesi della pericolosità delle radiofrequenze, che l’industria ha sempre contestato, il verdetto odierno dell’Agenzia, che sarà sottoposto all’Oms, non mette dunque un punto fermo, ma si limita a rilanciare l’allarme: “Le prove, che continuano ad accumularsi, ha aggiunto Samet, sono abbastanza da giustificare una classificazione al livello 2b”, uno dei cinque livelli che definiscono i prodotti possibilmente cancerogeni. Il livello 2b identifica, nella fattispecie, il principio di pericolosità dovuto all’abuso, cioè ad un utilizzo intensivo, in questo caso, del telefono cellulare o del wi-fi in ambienti ristretti. Per fare un esempio, nella classificazione 2b c’è anche il caffè, il cui abuso può provocare danni fisici all’essere umano.
E anche dall’Istituto Superiore di Sanità di diversi paesi del mondo, si sottolinea la necessità di studi ulteriori: “Quello più importante si chiama Cosmos, e coinvolge 250 mila persone in tutta Europa – conferma Susanna Lagorio epidemiologa dell’Istituto scientifico del Ministero della Salute – e dovrebbe riuscire a superare tutte le limitazioni dei precedenti. Nel frattempo le raccomandazioni di limitare l’uso del telefonino sono più che altro a scopo precauzionale, perchè solo l’Oms può dare indicazioni di salute pubblica, e lo farà probabilmente tra due anni in un volume apposito sulle radiofrequenze”.
Ma oggi l’Oms, grazie al suo gruppo di 34 esperti che ha definito i campi elettromagnetici come ‘possibly carcinogenic’, cerca di aggiungere un tassello alle attuali conoscenze.
Tuttavia, nonostante le poche certezze, lo scorso 27 maggio il Consiglio d’Europa ha deciso di dire no ai telefonini nelle scuole e far utilizzare nelle classi i collegamenti fissi per internet invece del wi-fi per ridurre i pericoli derivanti dell’esposizione ai campi elettromagnetici, sulla base del principio di precauzione.

Il governo tedesco nel 2007 ha deciso di informare i cittadini tedeschi dei possibili rischi per la salute causati dall’eccessiva esposizione alle radiazioni Wi-Fi. La decisione di Berlino segue l’apertura dell’inchiesta della Health Protection Agency (HPA) inglese, tesa a valutare gli effettivi pericoli di un utilizzo esteso del Wi-Fi nelle scuole del Regno. Il portavoce del governo tedesco ha dichiarato «Non dimentichiamo che il Wi-Fi è una tecnologia relativamente nuova, ancora da sviluppare. Mentre gli hot-spot pubblici hanno livelli ridotti di radiazioni, all’interno di ambienti domestici o di lavoro si può facilmente raggiungere una soglia critica». La comunità scientifica e istituzionale, nel 2012, riconosce ormai i rischi, anche gravi, che le installazioni di wifi fanno correre soprattutto a bambini, ragazzi e giovani in età riproduttiva. Raccomanda che l’uso delle tecnologie Wi-Fi sia limitato il più possibile, chiede di revisionare i limiti correnti all’esposizione alle radiofrequenze, di far sì che gli utilizzatori del Wi-Fi siano allertati con avvisi sulla pericolosità, raccomanda di evitare l’uso di questa tecnologia nelle scuole, nei luoghi residenziali e nei luoghi pubblici, promuove le reti cablate, scoraggia l’uso del telefonino soprattutto da parte dei più giovani.
Il Parlamento Europeo il 2 aprile 2009 ha votato una risoluzione sulle “Preoccupazioni per la salute connesse ai campi elettromagnetici”, riconoscendo che talune conoscenze sono ormai unanimemente condivise, ad esempio quelle che riguardano il carattere individuale delle reazioni all’esposizione, la necessità di effettuare test
di esposizione per valutare gli effetti non termici associati alle radiofrequenze, la particolare vulnerabilità dei bambini in caso di esposizione, ed esorta a tenere conto, nelle scelte, del potenziale impatto sulla salute della radiazione elettromagnetica, considerato anche che alcuni studi hanno evidenziato gli effetti più dannosi ai livelli più bassi.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, ritiene che circa il 3% della popolazione dei paesi occidentali denuncia i sintomi dell’elettrosensibilità: emicranie, sudorazione, tachicardia, vertigini e stanchezza, ma anche disturbi del sonno, del comportamento, dell’attenzione, ansia, perdita della memoria e stati depressivi. Il 27 maggio 2011 il comunicato dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, IARC, colloca i campi elettromagnetici a radiofrequenza, microonde, Wi-Fi e cellulari, tra i fattori potenzialmente cancerogeni. Alcuni eurodeputati, vista la stretta correlazione tra esposizione ai campi elettromagnetici e forme diverse di patologie, tra cui tumorali, dimostrati dai recenti studi epidemiologici, hanno chiesto formalmente alla Commissione Europea che la più larga applicazione del principio di precauzione, già unanimemente condiviso, venga sostituito dal principio di prevenzione.

PRECEDENTI PARERI DELLA COMUNITÀ’ SCIENTIFICA:

“Negli ultimi 15 anni, sono stati pubblicati vari studi che esaminavano una possibile relazione tra trasmettitori a radiofrequenza e cancro. Questi non hanno fornito nessuna evidenza che l’esposizione ai campi generati dai trasmettitori aumenti il rischio di cancro. Cosi’ pure, gli studi a lungo termine su animali non hanno accertato aumenti nel rischio di cancro dovuti all’esposizione a campi a radio frequenza, nemmeno a livelli molto più’ alti di quelli prodotti dalle stazioni radio base e dalle reti wireless”.
“Il complesso dei dati accumulati fino ad ora non mostra alcun effetto sulla salute, a breve o a lungo termine, in conseguenza dei segnali prodotti dalle stazioni radio base e dalle reti wireless”.
“Considerati i livelli di esposizione molto bassi e i dati accumulati fino ad oggi, non c’e’ nessuna evidenza scientifica che i deboli segnali a cui i cittadini sono esposti da parte delle stazioni radio base e delle reti wireless possano provocare effetti negativi per la salute”.

I telefoni cellulari portatili sono stati introdotti sul mercato internazionale intorno alla metà degli anni ottanta. Sembra che oggi, nel mondo, gli utenti dei servizi di telefonia mobile siano 500 milioni  e che, secondo le previsioni delle industrie, siano destinati a diventare un miliardo e 600 milioni nel 2005.

In Italia la telefonia cellulare è stata introdotta nel 1990; nel 1995 gli utenti erano circa 4 milioni (il 7% della popolazione) e alla fine del 1998 erano più di 16 milioni (il 27%). Nel 1998 il 43% delle famiglie italiane possedeva almeno un cellulare. Il settore della telefonia mobile italiana conta attualmente quattro operatori di rete ed è caratterizzato dalla progressiva diminuzione delle tariffe. Inoltre, sta aumentando il numero di persone titolari di contratti di utenza con due o più gestori, cosicché è sempre più difficile stimare il numero di utilizzatori sommando i clienti di ciascun operatore.
Lo straordinario successo commerciale di questa nuova tecnologia di comunicazione è stato accompagnato da una crescente preoccupazione riguardo ai possibili effetti negativi dell’esposizione ai campi elettromagnetici, in particolare a eventuali effetti cancerogeni.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sulla base delle evidenze scientifiche attualmente disponibili, è improbabile che l’esposizione alle radiofrequenze (RF) utilizzate nella telefonia cellulare (800-1800 MHz) induca o promuova il cancro.
Per maggiori dettagli sulle evidenze scientifiche rimandiamo alle rassegne più recenti, destinate a un ampio spettro di lettori. Tra le pubblicazioni “tecniche” sono disponibili contributi di diverso respiro: dai rapporti dei gruppi di esperti istituiti dai governi canadese, britannico  e francese  ad articoli più agili di rassegna della letteratura in uno o più specifici ambiti di ricerca. Al più ampio pubblico dei “non addetti ai lavori”, si suggerisce la scheda informativa sui telefoni mobili e le loro stazioni radio base preparata dall’OMS nel quadro del Progetto internazionale sui campi elettromagnetici, le “domande e risposte” su telefonia mobile e salute curate da Moulder dell’Università del Wisconsin  e altre pubblicazioni a carattere divulgativo.
Nel 1997 un gruppo di esperti dell’Unione Europea aveva raccomandato lo sviluppo di ricerche epidemiologiche mirate a verificare la possibilità di effetti sanitari avversi associati all’uso di radiotelefoni. Aderendo a tale raccomandazione, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha avviato uno studio epidemiologico internazionale (il Progetto INTERPHONE) finalizzato a valutare due ipotesi: che all’uso del cellulare si associ un incremento dell’incidenza di tumori maligni e benigni nel distretto cervico-encefalico e che l’esposizione alle RF utilizzate dai telefoni cellulari sia in grado di promuovere lo sviluppo di tumori nelle sedi anatomiche più vicine alla sorgente di emissione: nervo acustico, parotide ed encefalo.

Data l’attenzione dedicata in Italia all’argomento dei possibili effetti cancerogeni dell’esposizione a campi elettromagnetici da parte della comunità scientifica, degli operatori dei servizi pubblici di prevenzione e di controllo ambientale, dell’opinione pubblica, dei media e del governo, viene presentata in questo articolo una breve descrizione dello studio caso- controllo internazionale e del contributo italiano a questa indagine.

D’altra parte, per inquadrare nella giusta prospettiva il contributo che il Progetto INTERPHONE potrà portare alle evidenze scientifiche sulla relazione tra uso del cellulare e incidenza di tumori, sembra utile descrivere preliminarmente le conoscenze già acquisite.

LE EVIDENZE EPIDEMIOLOGICHE SUL RISCHIO DI TUMORI IN RELAZIONE ALL’USO DEL TELEFONO CELLULARE

Nel 1996 è stata pubblicata un’analisi della mortalità di una coorte di circa 256 000 titolari di contratto di utenza con un operatore di rete di telefonia mobile negli USA, per i quali il gestore aveva fornito dati di traffico relativi agli ultimi due mesi del 1993. Lo studio era stato precocemente interrotto a causa di inconciliabilità con le norme in materia di tutela della privacy in vigore in alcuni Stati federali. Nell’analisi della mortalità per tutte le cause nel 1994, i tassi di mortalità specifici per età risultavano inferiori a quelli della popolazione generale (probabilmente a causa dell’elevato stato sociale degli utenti) e non emergevano differenze tra i tassi osservati nel gruppo di utilizzatoti di telefoni cellulari portatili e quelli relativi agli utenti di telefoni cellulari da auto.

In una pubblicazione successiva, gli stessi Autori hanno presentato un’analisi relativa a un’estensione della coorte (venivano inclusi gli utenti di un secondo operatore di rete) e finalizzata a valutare il profilo di mortalità per grandi gruppi di cause in relazione all’intensità d’uso del cellulare negli ultimi due mesi dell’anno precedente al follow-up. Venivano accertati 1 420 decessi su 285 561 anni-persona di osservazione nel 1994. La mortalità per tutti i tumori non risultava correlata all’intensità d’uso del cellulare, il piccolo numero di decessi per tumori cerebrali e leucemie  non consentiva analisi robuste dal punto di vista statistico e l’unica causa di morte per la quale si osservava un incremento di rischio associato all’intensità d’uso del cellulare era relativa agli incidenti automobilistici.

Quest’ultima osservazione avvalora il risultato di altri due studi epidemiologici nordamericani che avevano segnalato la pericolosità dell’uso del cellulare durante la guida: si tratta di evidenze che meritano la dovuta attenzione da un punto di vista di sanità pubblica. Negli ultimi due anni sono stati pubblicati i risultati di tre studi caso-controllo sul rischio di tumori cerebrali in relazione all’uso del cellulare.

Caratteristiche e risultati di questi tre studi sono sintetizzati. Nessuno di questi studi evidenzia un’associazione tra incidenza di tumori cerebrali e uso del telefono cellulare dichiarato all’intervista, né una tendenza all’aumento del rischio in funzione dell’intensità riferita d’uso. Lo studio svedese ha segnalato un aumento del rischio di tumori nell’emisfero cerebrale omolaterale rispetto all’orecchio che viene prevalentemente utilizzato nelle telefonate, mentre negli studi americani il fenomeno non è stato osservato. Le dimensioni di questi tre studi non sono però adeguate a valutare quelli che sono i rischi per specifici tipi istologici o per specifiche sedi anatomiche.
Infine, è di recentissima pubblicazione l’analisi dell’incidenza di tumori nella coorte dei 420 095 danesi utenti di servizi di telefonia mobile tra il 1982 e il 1995.Vengono riportati caratteristiche e risultati principali di questo studio. Su più di un milione di anni-persona di osservazione venivano individuati, mediante record-linkage con il registro tumori danese, 3 391 casi di tumore, meno di quanto atteso sulla base dell’incidenza età specifica nella popolazione generale (con un significativo deficit per il tumore del polmone e altri tumori associati al fumo). Non si osservavano eccessi di rischio per le neoplasie d’interesse (tumori cerebrali e del sistema nervoso, delle ghiandole salivari e leucemie), né variazioni del rischio per questi tumori in relazione alla durata dell’uso del telefono, al tempo trascorso dal primo contratto d’utenza, all’età al momento della sottoscrizione del primo contratto e al tipo di cellulare (analogico o digitale).

«Ha il cancro per il cellulare, va risarcito»

L’uso scorretto del telefonino provoca il cancro. Per la prima volta al mondo è stata emessa una sentenza che riconosce il legame causa-effetto fra un tumore al cervello e l’utilizzo continuo del cellulare. Il Tribunale di Ivrea, in provincia di Torino, ha condannato, al momento in primo grado, l’Inail a corrispondere a un lavoratore di 57 anni, Roberto Romeo, dipendente di Telecom Italia, una rendita vitalizia dovuta alla malattia professionale. Il motivo? Era a stretto contatto con il telefonino dalle 3 alle 4 ore al giorno. Ad annunciare lo storico verdetto sono gli avvocati dello studio legale Ambrosio e Commodo di Torino.

LA MOTIVAZIONELa decisione del giudice Luca Fadda tiene conto di una consulenza tecnica secondo la quale è l’uso del cellulare ad aver causato all’uomo il neurinoma dell’acustico, un tumore benigno, ma invalidante. «È la prima volta – sottolineano i due legali – che la giustizia italiana riconosce la piena plausibilità dell’effetto oncogeno delle onde elettromagnetiche dei cellulari. Un passo in avanti importante, segno del continuo avanzamento delle conoscenze scientifiche. È importante che tutti gli italiani siano al corrente dei rischi che corrono utilizzando i cellulari: i bambini e le donne in gravidanza non dovrebbero usare questi strumenti. Ed è bene non dimenticarsi dell’esposizione passiva: un discorso che non vale solo per il fumo». Alcuni accorgimenti, come usare l’auricolare o tenere l’apparecchio a una certa distanza, bastano da soli ad abbassare i rischi. «Nel dimostrare la nostra tesi – puntualizzano i legali – abbiamo avuto difficoltà sul profilo medico e scientifico perché ci è stato detto che non c’erano prove che le onde di un telefonino potessero creare un tumore. Ma ci è stato anche detto che non si poteva dire il contrario. Questa sentenza va persino avanti: sostiene che c’è un nesso causale». L’effetto era già stato riconosciuto nel 2011 dalla Iarc e in precedenza si erano pronunciate la Corte d’Appello di Brescia e la Cassazione. Adesso Roberto Romeo spera che la sua causa sia di aiuto per altri. «Per quindici anni ho lavorato quattro ore al giorno con il telefono cellulare – racconta il dipendente Telecom -. Facevo chiamate di continuo, per parlare con i collaboratori, sia da casa che in macchina, della durata anche di venti e trenta minuti». Non poteva usare il fisso perché per via del suo lavoro era di rado in ufficio. «Non voglio demonizzare i telefonini – premette -, ma solo che la gente ne faccia un uso consapevole. Le persone devono essere informate dei rischi».

Romeo, quando ha avvertito i primi disturbi all’orecchio, non immaginava quello che gli stava succedendo. «All’inizio pensavo di essermi preso un’infezione. Avevo sempre la sensazione di avere le orecchie tappate e non ci sentivo bene. Ma è stato solo nel 2010, dopo alcuni accertamenti medici, che ho scoperto di avere un tumore, benigno sì, ma invalidante. Ora non sento più nulla dall’orecchio destro perché mi è stato asportato il nervo acustico».

IL TECNICOQuesta sentenza, che farà la storia, si basa sulla perizia del professor Angelo Levis, ordinario di Mutagenesi ambientale all’Università di Padova e membro del Comitato scientifico dell’International Society of doctors for the Environment e dei gruppi di lavoro Iarc/Oms sulla cancerogenicità dei metalli. «Le emissioni dei telefoni mobili (cellulari e cordless) – scrive Levis – dovrebbero essere classificate nel gruppo 1 dei sicuri cancerogeni per l’uomo. L’incremento del rischio è impressionante: è triplicato per l’insieme dei casi esposti da più di 10 anni, quasi quadruplicato in quelli esposti solo a cordless». Alla luce della condanna, il Codacons ha chiesto di inserire avvertenze sui cellulari circa i rischi per la salute umana, al pari di quanto già avviene per le sigarette. «Questa sentenza – dice il presidente Carlo Rienzi – apre la strada alla class action che il Codacons sta studiando in favore di tutti i possessori di telefonini».

«Ma non ci sono prove che il telefonino provochi il tumore»

«Non è stata dimostrata alcuna correlazione tra l’utilizzo del cellulare, anche se prolungato, e l’insorgenza del tumore al cervello». È deciso il commento di Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, sorpreso della sentenza del Tribunale di Ivrea che di fatto ha riconosciuto l’esistenza di un legame tra uso del cellulare e cancro.
Loading...

Altre Storie

Maltempo Toscana, allerta rossa: scuole chiuse in quasi tutta la Regione [ELENCO]

Toscana nella morsa del gelo e del maltempo, con forte rischio neve. La Protezione Civile ha infatti diramato un’allerta rossa, in …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *