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Virus Zika, dalle zanzare agli aerei: ecco come si diffonde e arriva in Italia

Robert Gallo, direttore dell’Istituto di Virologia della facoltà di Medicina dell’Università del Maryland, nonché cofondatore e direttore scientifico del Global Virus Network, una task force di studiosi che mette in rete le conoscenze dei migliori scienziati a livello internazionale. Noto soprattutto per aver co-scoperto il virus dell’Hiv come causa dell’Aids, Gallo è considerato una delle massime autorità mondiali nel campo della virologia.

L’Oms prevede entro l’anno quattro milioni di contagi nel continente americano. Dottor Gallo, quanto dobbiamo aver effettivamente paura di Zika?
«Il punto non è aver paura o meno, ma capire come rispondere. Al momento non abbiamo un quadro completo. Alcuni colleghi sono convinti che la situazione sia terribile, altri sono meno pessimisti. Ci sono ancora troppe incognite che riguardano ad esempio trasmissione e sintomi. Generalmente lo Zika non produce sintomi gravi, ma solo febbre, eruzioni, arrossamento degli occhi o dolori articolari. Molti soggetti non hanno neppure questi. Perché reazioni così diverse? Poi c’è il grande problema della maternità. Dobbiamo capire perché i bambini nati da madri infette presentano la microcefalia».

La relazione tra lo Zika e la malformazione cranica non è stata ancora provata. Lei la dà per certa?
«Io credo che le evidenze siano abbastanza indicative e nei prossimi mesi saranno determinate anche scientificamente».

E per quanto riguarda la trasmissione?
«La questione è capire se questo virus sia trasmissibile anche per via sessuale. È dubbio. Per quanto ne so, al momento c’è stato un solo caso verificato. Sarebbe del tutto inusuale perché altrimenti la diffusione sarebbe stata più veloce. Anche per questo probabilmente la situazione futura non sarà drammatica come sembrano suggerire gli indicatori attuali. Ma è una domanda che resta comunque aperta».

In Europa ci sono stati i primi casi. C’è il rischio che l’epidemia arrivi anche nel Vecchio Continente? Dobbiamo aver paura dell’estate e della zanzara tigre?
«Dipende dalla frequenza con cui gli europei viaggeranno. È certo che – per ragioni climatiche – queste zanzare, ad esempio, avranno più chance di sopravvivere nel Sud Italia che nell’Europa del Nord. Ritengo che un’epidemia sia molto difficile se, come credo, il virus non si trasmette attraverso rapporti sessuali. Inoltre, l’Italia non ha un numero imponente di zanzare capaci di trasmettere il virus, per quanto ne sappia. Io non penso ci siano i presupposti».

Che ruolo giocano le recenti ondate migratorie verso l’Europa?
«Forse lo Zika potrebbe colpire l’Europa, ma bisogna essere ragionevoli. Isolarsi non è la soluzione, perché si creeranno comunque nuovi problemi all’interno dei confini. Non è possibile vivere in un mondo in cui non ci siano rischi: altrimenti bisognerebbe smettere di camminare per strada. Certo, serve prestare molta attenzione ai controlli medici, individuando e isolando fino alla guarigione chi ha contratto il virus».

Alcuni Paesi – come Ecuador, Colombia e Brasile – hanno raccomandato alle donne di rinviare le gravidanze…
«Credo che sia troppo. L’unica misura essenziale da prendere è studiare questo virus, agevolare lo sviluppo di terapia e vaccino e in particolare condurre diagnosi epidemiologiche. Inoltre bisognerebbe sviluppare una soluzione efficace per evitare o eliminare le zanzare».

Sui tempi ci sono pareri contrastanti. Quanto bisognerà aspettare per un vaccino?
«Alcuni sostengono dodici anni; altri, invece, ritengono che i primi test avverranno entro sei mesi. Personalmente prevedo ancora due o tre anni. Mancano informazioni chiare: per stimare una data, si dovrebbe sapere prima di tutto quando lo studio sul vaccino ha avuto inizio».

Nel frattempo si cercano approcci alternativi. Il Brasile sta sperimentando l’introduzione di zanzare geneticamente modificate.
«Non sono sicuro che possa funzionare, ma l’idea mi sembra molto interessante».

Come può un virus generare un’epidemia a distanza di anni?
«Occorre valutare caso per caso. La parola chiave è cambiamento. Innanzitutto all’interno della società. Pensate ai viaggi: oggi sono più frequenti e soprattutto sono aumentati i contatti con aree del mondo mai toccate prima. La mobilità ha portato anche una più diffusa promiscuità sessuale. L’altro aspetto del cambiamento riguarda il virus in sé che può trasformarsi nel tempo».

Il Global Virus Network conta ben 34 centri internazionali affiliati distribuiti in 25 nazioni, tra cui anche l’Italia. Come agite in presenza di un’epidemia?
«Il nostro è un lavoro costante, non ci attiviamo solo in caso di emergenza. L’obiettivo è creare expertise, fare formazione e fornire consulenze alle agenzie governative. Se il virus non è noto, attiviamo immediatamente la ricerca; se invece è conosciuto, mettiamo a disposizione i nostri scienziati. Nel caso di Zika, ne abbiamo almeno cinque. Il Gvn è una rete internazionale unica nel suo genere; non esiste un virus al mondo per cui non possiamo contattare un esperto».

Crede che riusciremo a chiudere il capitolo Zika in tempi più brevi di quelli occorsi per l’Ebola?
«Intanto il capitolo Ebola non è affatto chiuso. L’Ebola va e viene ciclicamente da anni, quindi ritornerà. Si è solo presa una vacanza. La buona notizia è che questo tipo di epidemie arriva ma poi sparisce».

Nel caso dell’Ebola, la risposta all’emergenza è stata giudicata troppo lenta. Con il virus Zika rischiamo che avvenga lo stesso?
«Non saprei. Il punto sono gli investimenti e il loro utilizzo. Tutti vorrebbero risposte rapide e semplici, ma la ricerca costa. Il Gvn ha proprio lo scopo di accelerare le ricerche. Quando chiedono a noi scienziati di essere più veloci, io rispondo che bisogna investire di più».

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