Yara Gambirasio, il carpentiere di Mapello è uscito dal carcere per i funerali di Giovanni, il padre legittimo

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Ha preso lui stesso la parola, come ormai accade sempre più spesso anche nell’aula di giustizia: «Papà, questa tua perdita ha lasciato in tutti noi un vuoto incolmabile, un dolore nel dolore». Solo che quello non è il tribunale, ma il pulpito della chiesa di Terno d’Isola, il paese dei Bossetti. E quelli non sono giudici né avvocati, ma la sua famiglia, i suoi amici.

E poco importa se per la scienza Massimo Bossetti e Giovanni, quel papà mancato proprio il giorno di Natale, non condividevano alcun patrimonio genetico. «Si può avere tutto nella vita. Si possono avere una moglie, dei figli, sorelle, fratelli. Ma quando vengono a mancare i genitori, non si è più nessuno», ha detto tra le lacrime il carpentiere di Mapello.

Uscito eccezionalmente grazie a un permesso dal carcere di via Gleno, a Bergamo, dove è detenuto dal 16 giugno 2014 con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, ha così potuto dire addio a quel padre legittimo che l’ha cresciuto e l’ha sempre accudito. E che proprio il mese prima del suo arresto aveva scoperto di essere malato di cancro.bossetti2_MGTHUMB-INTERNA

Una battaglia lunga e parallela, quella di Giovanni Bossetti e di suo figlio Massimo. Una battaglia contro la malattia alla quale il primo ha dovuto arrendersi all’età di 73 anni, lasciando la moglie Ester Arzuffi e gli altri figli, Laura, la gemella di Massimo, e Fabio, soli davanti alla ancor lunga vicenda processuale che attende Massimo Bossetti.

«A prescindere dalle questioni familiari», aveva commentano un amico all’uscita dalla camera ardente, «si era sempre detto convinto dell’innocenza di “Massi”». Innocenza che lui, imputato nel processo di primo grado che si sta celebrando a Bergamo e la cui sentenza è prevista a primavera, adesso ha preso a gridare a gran voce anche in tribunale. Scusandosi per aver calunniato il collega Massimo Maggioni, sul quale aveva gettato sospetti atroci e che invece il giorno del delitto di Yara si trovava in ospedale.

E negando con forza la crisi con la moglie Marita, anche lei presente alle esequie del suocero, ma seduta appena dietro al marito, che era scortato sia da una guardia penitenziaria, sia dalla madre Ester con la quale ha sempre avuto un legame speciale. Ma in chiesa, nel momento del dolore, non c’è stato spazio per le discussioni sul Dna o sulla paternità. C’è stato spazio solo per lunghi abbracci e lacrime. In attesa che riprenda la discussione in aula, l’8 gennaio. Allora la parola andrà ai periti della difesa, in particolare al consulente Ezio Denti: sua una contro perizia sui filmati di quel furgone che gli inquirenti hanno attribuito con certezza a Massimo Bossetti.

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