Giulio Regeni Il presidente Sisi chiama Renzi: “Faremo chiarezza su tutto”

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Che Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano trovato morto mercoledì in un fosso alla periferia del Cairo, sia stato ucciso in modo violento, non ci sono ormai più dubbi. Quello che invece resta un mistero è il motivo. Questo ragazzo di 28 anni, che stava conseguendo un dottorato a Cambridge e si era trasferito nella capitale egiziana a settembre per studiare i cambiamenti dell’economia locale dopo la rivoluzione, ha solo fatto un maledetto brutto incontro o avevo scoperto qualcosa di troppo? E chi e perché lo ha ucciso lentamente, torturandolo?

Quello che emerge infatti dalle prime indagini della procura di Giza che ha disposto l’autopsia, è che il corpo del ragazzo «presenta chiari segni di percosse e torture». Il procuratore egiziano ha riferito che aveva segni di coltellate sulle spalle e al petto, un orecchio mozzato, tagli sul naso, ustioni di sigarette sulle braccia, ecchimosi da pugno in faccia, «è stata una morte lenta». Insomma chi lo ha ucciso, voleva anche che soffrisse Il corpo è stato trovato nudo dalla vita in giù, buttato sul ciglio della strada che collega il Cairo ad Alessandria, in un luogo lontano sia da casa sua, el Dokki, quartiere centrale di Giza, sia dal luogo dove aveva appuntamento con un suo amico il 25 gennaio, in pieno centro al Cairo.

Forse, come hanno dichiarato i suoi amici, si stava recando alla festa di compleanno di uno di loro e stanno raggiungendo a piedi la stazione della metropolitana. Oppure, il ragazzo aveva un appuntamento “di lavoro”. Un suo amico egiziano,
ha infatti dichiarato che Regeni gli aveva chiesto poche ore prima dei contatti per intervistare «attivisti per i diritti dei lavoratori». Insomma, Regeni stava svolgendo proprio in questi giorni ricerche sul campo per approfondire la tematica dei movimenti sindacali, argomento ritenuto sensibile in Egitto.

Eppure, mentre la procura italiana apre un’inchiesta per omicidio, in Egitto circola ancora un’altra più comoda versione dei fatti. La polizia locale continua a sostenere che Regeni sia morto in un incidente stradale e che «non c’è alcun sospetto crimine dietro la morte del giovane». Anche il direttore dell’Amministrazione generale delle indagini di Giza, il generale Khaled Shalabi ha smentito che Regeni «sia stato raggiunto da colpi di arma da fuoco o sia stato accoltellato». Per questo una squadra di investigatori italiani arriverà oggi al Cairo e parteciperà da vicino alle indagini. Raggiunto al telefono dal presidente egiziano al Sisi, il premier Renzi ha chiesto e ottenuto che il corpo del ragazzo (riconosciuto ieri dalla famiglia all’obitorio di Zeinhome) fosse restituito al più presto ai suoi cari e che «le autorità egiziane prestino la massima attenzione nelle indagini». «Faremo luce su tutto – ha garantito al Sisi e «l’Italia troverà tutta la collaborazione necessaria delle autorità egiziane per chiarire la vicenda».

ROMA L’account su facebook è stato svuotato, a parte una sua foto di viaggi, un’altra di Berlinguer e i suoi gusti musicali, la recente passione per due gruppi scoperti proprio in Egitto, i Wust El Balad e gli Islam Sha3rawy, capofila del rap islamico di Alessandria. L’hashtag #whereisgiulio, così attivo nelle ore dell’allarme e delle ricerche, è stato prosciugato anche quello, i tweet che lo animavano sono via via calati e alla fine spariti. Una cappa di paura sembra essere scesa su chi ha frequentato negli ultimi tempi Giulio Regeni, su chi lo aiutato nelle sue ricerche, su chi vive da straniero ancora fra le strade del Cairo.

La stessa paura che s’era impadronita negli ultimi tempi di questo giovane e brillante studioso, al punto di convincerlo a rifugiarsi in uno pseudonimo per firmare i suoi articoli sul Manifesto, «per la sua incolumità -raccontava ieri un redattore-, ma anche per tutelare le sue fonti». L’ultimo l’aveva inviato una decina di giorni fa e aveva
continuato a studiare, a fare «lavoro sul campo» per completare la sua tesi. Cercava contatti con attivisti sindacali, con esperti del diritto del lavoro, come racconta uno dei suoi amici egiziani. Proprio a lui aveva promesso che non sarebbe stato cosi imprudente da fissare appuntamenti prima del 25 gennaio, una data delicatissima per il Paese. Il quinto anniversario dell’inizio della rivolta studentesca di Piazza Tahrir. Ma non ha avuto il tempo di mantenere quella promessa.

Questo amico, rimasto anonimo, ha raccontato di essere stato convocato da ufficiali della sicurezza subito dopo la scomparsa di Giulio Regeni e di essersi sentito rivolgere soprattutto «domande focalizzate sugli scopi della visita e dei suoi studi». Le sue ricerche sui movimenti sindacali nel Nord Africa, infatti, sono «un argomento sensibile», come lo definisce il New York Times in una corrispondenza, per un governo come quello del Cairo che «ha cercato di reprimere molte forme di dissenso».
Un argomento che Giulio Regeni non affrontava solo nei suoi articoli dal Cairo, ma che è gia ben presente in una tesi di quattro anni fa, un lavoro fatto a Cambridge, che gli valse il premio -una dotazione di 350 euro- messo in palio dal concorso Irse Europa dell’Istituto regionale di studi europei del Friuli Venezia Giulia. Così introduceva: «Gli eventi improvvisi che hanno spazzato via i dittatori del Nord Africa sono oggetto di un intenso dibattito all’interno della comunità internazionale…». E poi passava ad analizzare le rivolte arabe: «Il mio obiettivo sarà dimostrare che non sono un fenomeno nuovo e che rappresentano la progressiva rottura di un patto sociale tra gli autoritari governanti nordafricani ed i loro popoli sottomessi».

Giulio concludeva: «Il percorso storico delle recenti rivolte in Tunisia e in Egitto rivela quanto i processi di partecipazione e contestazione popolari siano riconducibili alla trasformazione del ruolo dello Stato nel corso del tempo e soprattutto al suo abbandono del-
le fasce più vulnerabili della popolazione». Auspicava «un nuovo patto sociale tra le istituzioni e il popolo che renda il Nord Africa finalmente libere da ingerenze esterne e dittature interne» e si rivolgeva fiducioso all’Unione europea «che dovrebbe cogliere quest’opportunità per correggere tali asimmetrie di forza».

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