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Mutui, stangata della Cassazione in caso di recesso

La Cassazione con una sentenza del 6 febbraio 2015 (n. 2188) ha sostanzialmente stravolto le modalità per il calcolo delle imposte dei mutui in caso di recesso. In pratica l’imposta sostitutiva dello 0,25% sul capitale erogato non si può applicare sul contratto del mutuo, all’interno del quale c’è una clausola che permette al soggetto che eroga il finanziamento di recedere per giustificato motivo. Per chi riceve un mutuo, da una banca o da una finanziaria, si tratta di una vera mazzata tra capo e collo. Questa decisione della Cassazione di fatto scoraggia le imprese e le aziende a chiedere finanziamenti.

Mutui e finanziamenti: cosa cambia

Per dirla in poche parole il mutuo dovrà essere tassato con un’aliquota del 2% sull’importo garantito, vale a dire il 1600% in più in caso di recesso. Inoltre stride notevolmente con la decisione dell’Agenzia delle Entrate, che non intendeva più riscuotere quelle imposte che invece la Cassazione ritiene doverose. Insomma una situazione davvero ingarbugliata che non fa altro che aumentare il caos in un paese dove la situazione da un punto di vista economico, finanziario e lavorativo è tutt’altro che roseo. Finora c’era una sostanziale indifferenza verso le clausole di recesso “meramente potestative”, ma questa inversione di rotta è una decisione che va controcorrente abolendo una prassi ormai ampiamente consolidata. Questa sentenza della Cassazione naturalmente frena aziende straniere che intendono investire capitali in Italia: chi spenderà i propri soldi senza conoscere per filo e per segno quali sono i costi di natura fiscale che deve sostenere?

Un lapsus della Cassazione?

Il quotidiano di Confindustria sospetta che la decisione della Cassazione possa essere stato frutto di un lapsus, di un abbaglio. I giudici potrebbero aver confuso la clausola di recesso ad nutum, cioè totalmente discrezionale, con quella per giustificato motivo. Secondo le regole del gioco finora in caso di recesso ad nutum era possibile recedere dal mutuo in qualsiasi momento. Se a chiederlo era la banca, poteva pretendere dal cliente la restituzione dell’intero finanziamento. In caso contrario il cliente poteva restituire il denaro ricevuto in prestito con gli interessi nelle modalità da lui ritenute più opportune. Ebbene nella sentenza i giudici citano dei precedenti che fanno riferimento ai casi di recesso ad nutum. La speranza è che la Cassazione possa fare marcia indietro, per cancellare una sentenza paradossale che impone all’Agenzia delle Entrate di richiedere dei crediti che essa stessa non ritiene dovuti.

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