Home » Varie & Avariate » Troppo sport può essere letale, si rischia ictus e infarto e calo del desiderio

Troppo sport può essere letale, si rischia ictus e infarto e calo del desiderio

Esagerare con lo sport aumenta il rischio che si accumulino calcificazioni nelle arterie coronariche, tra i principali fattori legati a gravi eventi cardiovascolari come infarto e ictus. I più esposti sono i maschi bianchi.

Troppo sport fa male a  stomaco e intestino, invece, chi ha un’ attività fisica moderata aiuta il colon irritabile o infiammato. Tutti sogniamo di avere una pancia piatta, esagerare con lo sport si può mettere a rischio la funzione del nostro intestino. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista alimentare farmacologica di Melbourne.

Lo studio ha passato in rassegna le diverse ricerche scientifiche che hanno indagato sugli effetti di un elevato esercizio fisico sulla salute gastrointestinale. In particolare si sono concentrati su parametri quali la motilità, l’assorbimento e la permeabilità sostanze tossiche, sia nelle persone sane sia quelle già colpite con problemi all’apparato digerente. Dai risultati emerso che l’esercizio fisico più è intenso e prolungato e più crescono i problemi gastrointestinali, indipendentemente da fatto che la persona sia più o meno informa.

La sedentarietà fa male alla salute e su questo non ci sono dubbi, ma secondo una recente ricerca pare che fare troppo Sport faccia anche dei danni soprattutto ora. E’ dunque vero che l’ attività sportiva eccessiva abbia delle controindicazioni sull’apparato cardiovascolare e ciò è stato evidenziato da una recente ricerca condotta negli Stati Uniti, la quale è stata denominata Cardia ovvero Coronary Artery Risk Development in Young Adult Study. Questo studio ha portato ad una conclusione molto sorprendente ovvero il fatto che fare troppo Sport possa avere delle conseguenze negative Come già detto sul sistema cardiovascolare, portando ad alcuni eventi come infarti e ictus. In tal senso lo studio pubblicato sul Mayo Clinic proceedings pare abbia messo in luce Come praticare più di 7 ore e mezza di sport alla settimana faccia aumentare di molto il rischio di deposito di calcio nelle arterie coronarie.

Il rischio di deposito di calcio nelle arterie coronarie pare possa giungere al 86% e causerebbe aumenterebbe il rischio di infarto ed ictus. Dunque, lo sport fa bene alla salute ma attenzione a non esagerare ovvero non superare le 7 ore a settimana che vorrebbe dire di non praticare più di un’ora al giorno di attività intensa. I ricercatori per giungere a questa conclusione hanno effettuato uno studio prendendo in esame quasi 3200 persone in 25 anni, scegliendo nel 1985 un gruppo di persone di età compresa tra i 18 Ed i 30 anni suddividendoli in tre gruppi. Nello specifico sarebbero stati divisi coloro che praticavano meno di 150 minuti di sport a settimana, coloro che praticavano a 150 e cioè quanto indicato dalle linee guida internazionali dell’Oms e coloro che ne praticavano 450 minuti a settimana, ovvero circa 7 ore e mezza 3 volte il tempo consigliato.

I risultati sono stati sorprendenti visto che coloro che facevano esercizio fisico dopo 25 anni presentavano più calcificazioni alle coronarie rispetto a coloro che invece ne facevano meno. Ed ancora nel gruppo dell’intensa attività fisica le placche di calcio alle coronarie era del 86% nelle persone di sesso maschile e etnia bianca e del 27% per tutte le altre categorie e dunque entrambi i sessi e tutte le etnie.

“Questa ampia ricerca è nata per valutare se e in che modo la genetica e lo stile di vita, dalla dieta all’attività fisica, abbiano un’influenza sull’evoluzione della malattia coronarica e sul rischio di infarto”, è questo quanto dichiarato da Stefano Bianchi cardiologo al Fatebenefratelli San Giovanni calibita Isola Tiberina di Roma.  Dunque, la quantità di esercizio consigliata dagli scienziati risulta essere quella media che corrisponde a 20 minuti di attività fisica giornaliera, ma purtroppo i più attivi tendono a superare più di 3 volte la dose raccomandata dagli esperti andando incontro secondo quanto emerso da questo recente studio, a dei rischi davvero importanti quali ictus e infarti.

La televisione è sempre più tentatrice, quest’estate poi l’appuntamento è doppio: a giugno ci sono stati gli Europei di calcio, adesso le Olimpiadi. Centinaia di ore di trasmissioni di qualsiasi sport a tutte le ore e la tentazione di trasformarsi in sportivo da poltrona è forte. Tanti quelli che cedono e sbagliano: il campionato italiano di poltroneria ha sempre più squadre iscritte e la lotta per lo scudetto è incertissima. Meno frequentato il campionato opposto, quello degli ossessionati da far sport sempre e comunque, spesso pure troppo.
Come per altre attività, è sempre una questione di misura: troppo poco fa male, troppo rischia di essere devastante. Lo sport può rivelarsi dannoso infatti se diventa sovraesercizio, iperattività, se arriva a influenzare in modo crescente l’intera vita. Una condizione sostenuta da insoddisfazione per il proprio corpo che spesso si lega a disordini alimentari.
La psicoterapeuta Flaminia Cordeschi, presidente della Federazione italiana disturbi alimentari e referente della sede romana, ci chiarisce cosa si intende con esercizio fisico eccessivo e quali sono i meccanismi psicologici che ne stanno alla base.
Dottoressa, gli effetti benefici di una regolare attività fisica sono risaputi. Quando invece l’esercizio fisico può comportare rischi piuttosto che vantaggi per la salute?
«L’attività fisica può costituire un fattore di rischio quando spinge ad adottare schemi rigidi di allenamento e di dieta allo scopo di migliorare la propria performance sportiva. Per esempio si inseguono forme e prestazioni fisiche perfette attraverso sovrallenamento, si adottano diete iperproteiche o, peggio ancora, si utilizzano tutta una serie di manovre finalizzate al controllo di un peso particolare – uso di lassativi, diuretici, integratori, anabolizzanti ma anche vomito indotto -. A tal proposito si parla di vigoressia e anoressia atletica, nuove forme di disturbi alimentari emergenti legate a eccesso di sport».
Cosa spinge ad un abuso di sport — e del proprio corpo — fino a questo punto?
«Alla base c’è un’alterata percezione dell’immagine corporea, l’idea persistente di non essere adeguati “dentro” e di conseguenza “lùori”. Allora lo sport diventa un tentativo disperato di crearsi un’immagine esterna “perfetta” da contrapporre alla percezione del proprio stato interno. Lo sport diventa totalizzante: la persona esiste solo sulla base della performance».
Vigoressia e anoressia atletica: quali sono le caratteristiche di questi disturbi?
«La vigoressia è tipica dei maschi, giovani, in particolare sono i body builder muscolosi che non si percepiscono mai abbastanza. Sembra esserci l’esigenza di ancorarsi a un’immagine corporea idealizzata come copertura e sostegno ai fini di sostenere l’identità precaria della persona. L’anoressia atletica invece, tipica delle ragazze, condivide con l’anoressia classica il perseguimento della magrezza ma in questo caso il corpo magro deve essere soprattutto funzionante dal punto di vista dell’efficienza sportiva. L’attenersi a un regime alimentare ristretto è volto a migliorare i risultati sportivi, spesso per compiacere allenatore o genitore con passione per lo sport’.
Esistono sport più a rischio per sviluppare questi disturbi?
«Si, per esempio danza classica, ippica, ginnastica ritmica e ciclismo si prestano per l’anoressia atletica in quanto il peso basso è particolarmente apprezzato. Invece per la vigoressia sono favoriti sport sostenuti da un peso importante».
Quali sono i segnali di una “dipendenza da sport”?
«Allenamento di molte ore; camminare, muoversi in modo compulsivo; attenzione minuziosa al cibo, alla quantità e qualità di cosa mangiamo; chiusura sul piano sociale, preferenza di sport isolati, alterazione del tono dell’umore. E ci sono segnali medici come per esempio la scomparsa delle mestruazioni per le ragazze, non dovuta a stress da allenamento o da gara ma a sfruttamento eccessivo del corpo».
Certi atteggiamenti estremi appartengono solo agli sportivi professionisti oppure si possono ritrovare anche tra gli sportivi da palestra e fai-da-te?
«Certe forme estremizzate e rischiose di tali disturbi si possono trovare in chi pratica sport agonistico ma possono insidiarsi e trovare terreno fertile anche negli sportivi da palestra. La palestra, da luogo di benessere, può diventare cosi l’ambiente che agevola situazioni di rischio, proponendo stili di vita e modelli estetici che attecchiscono in modo pervasivo su personalità predisposte».
Cosa fare quando si coglie questo tipo di disagio?
«È il caso di consultare specialisti esperti. Le associazioni appartenenti alla Federazione italiana disturbi alimentari, presenti in otto città italiane, promuovono un modello di intervento multidisciplinare integrato, il più indicato secondo il ministero della Sanità. Secondo le “linee guida” nazionali e internazionali, infatti, l’approccio multidisciplinare – che coinvolge figure professionali diverse: psicoterapeuti, medici nutrizionisti eventualmente psichiatri — risulta più efficace rispetto a interventi frammentati di singoli professionisti (www.fidadisturbialimentari.com)».

Il più grande medico di sempre, Ippocrate (vissuto tra il 460 e il 377 avanti Cristo) fissò con una semplice frase il vero segreto dello star bene: «Se potessimo dare a ogni individuo la giusta quantità di nutrimento e di esercizio fisico, né troppo né poco, avremmo trovato la giusta strada per la salute». Ebbene, quel «né troppo né poco» non ha alcun rapporto con quello che mangiano e fanno i grandi campioni al massimo della forma impegnati in una competizione mondiale.

Banale, certo. Ma non si direbbe da quello che si vede intorno. Negli anni Ottanta, quando esplose la moda del fare jogging, si ebbe nei Paesi occidentali un’esplosione delle morti di infarto e di ictus soprattutto di persone tra i 60 e i 70 anni. Com’è possibile che ci si ammazzi in modo così dissennato, si dirà. Ma anche questo ha una spiegazione: per chi è sovrappeso fare jogging è in genere impensabile perché faticosissimo e doloroso per la articolazioni. Ma per chi sta meglio sembra un esercizio quasi normale che produce endorfine e quindi provoca dipendenza , esattamente come le droghe o gli anabolizzanti. Di qui i fantasmi che a tutte le ore popolano la nostre città, madidi di sudore, affannati ma profondamente contenti. Eppure — dicono i medici — non è un esercizio adatto per chi ha più di 60 anni, salvo che con molta moderazione.

L’esercizio fa bene
Da questa premessa non deve discendere che lo sport non faccia bene. Il contrario: l’esercizio fa sempre bene se studiato con intelligenza, commisurato all’età, alle proprie condizioni fisiche. Esistono, per esempio regole per allenarsi con metodo. L’organizzazione mondiale della sanità, in un recente studio, ha confermato che studi epidemiologici dimostrano che un buon livello di attività fisica è correlato a una maggiore aspettativa di vita e, soprattutto, di vita attiva.

Non si tratta sempre di vero sport. Ci sono attività “moderate” ben precisate che equivalgono al lavoro di chi cammina veloce. Quali? Nuotare, andare in bicicletta, giocare a golf, fare lavori domestici, ballare o fare riparazioni domestiche. Sono quelle che alcune volte alla settimana chiunque, anche un anziano, dovrebbe affrontare con serenità. Ma ci sono attività molto pesanti che corrispondono, con esattezza, alle attività già nominate: invece di camminare andare veloce in salita; nuotare veloce, andare in bicicletta oltre i 15 chilometri l’ora, spostare mobili, impegnarsi in balli impegnativi come il valzer e il tango, ramazzare le foglie per 30 minuti di seguito.

Vero anche l’attività fisica faccia bene all’umore e, specialmente, riduca l’ansia. Lo sport, anche se blando, migliora la sensazione di fiducia in se stessi. Lo sport implica degli obiettivi che possono essere raggiunti e che danno una sensazione di sicurezza. È assurdo, però, crearsi obiettivi lontani, difficili perché si otterrebbe l’effetto contrario: non solo non si ottiene il risultato sportivo, ma ci si deprime.

Vantaggi dell’allenamento
È decisivo che la persona, specie se oltre i 40, utilizzi bene l’esercizio. Il centro di eccellenza federale per la ricerca in medicina dello sport di Torino propone, come obiettivi, il miglioramento della mobilità articolare, dell’efficienza muscolare e delle capacità aerobiche. Svolgere un’attività fisica di questo tipo porta nei soggetti tra i 60 e i 75 anni, di entrambi i sessi, un miglioramento del 2530 per cento. Lo stesso centro ritiene che la forza muscolare può aumentare con l’allenamento dal 6 al 50 per cento, secondo la tecnica e la frequenza dell’allenamento.

Questo non ha niente a che fare con le ossessioni, almeno di tre tipi: la vigoressia per chi è ossessionato dai muscoli; la sindrome di Highlander, per chi vede lo sport come strumento per restare sempre giovani; l’amortalità per chi decide semplicemente di non tener conto della propria età e, ricorrendo a complessi stratagemmi psicologici, “cancella” anziani e malattie dal proprio orizzonte come se non esistessero, vive, mangia, si veste e si comporta come se avesse 20 o 30 anni, avendone 60-70. Del resto, la nostra epoca sta sconvolgendo alcuni fondamenti psicologici e morali che in un passato, anche non troppo distante, si davano per scontati.

Il “ricordati che devi morire” della tradizione prima romana (si diceva ai generali in trionfo perché non si montassero la testa), poi cristiana, è stato completamente rovesciato: «Non ricordarti che devi morire». La giornalista americana Catherine Mayer, autrice del libro “Amortalità” (tradotto in Italia dall’editore Iacobelli), cita come esempio di amortalità quello del regista Woody Allen che ha dichiarato alla Mayer: «Se ti arrovelli su una battuta, su un costume, una parrucca, e sulle scenografie, non hai tempo di pensare alla morte e a quanto sia breve la vita». Insomma l’amortale non nega che esista la morte (e come potrebbe?) ma ha deciso che, se non se ne parla, non esiste o è come se non esistesse. Nel dubbio, però, meglio fare ginnastica.

Super allenati, in grado di correre per chilometri ogni giorno e magari di competere in un Ironman, le gare di triathlon estremo. Sotto le lenzuola, però, un mezzo disastro: negli uomini che fanno tanto, troppo esercizio fisico la libido è un po’ appannata e la probabilità di avere un desiderio sessuale “spento” è fino a sette volte maggiore rispetto a chi fa sport ma senza esagerare. Lo dimostra una ricerca pubblicata su Medicine and Science in Sports and Exercise, secondo cui un allenamento strenuo e costante comprometterebbe un buon sesso.

Studio si mille uomini

I ricercatori hanno intervistato un migliaio di uomini, tutti sportivi e praticanti varie attività a livello medio, moderato o intenso; attraverso questionari particolareggiati hanno indagato il desiderio sessuale, chiedendo per esempio quante volte pensassero al sesso o quanti rapporti avessero durante la settimana. I risultati mostrano che al crescere dell’intensità e della durata dell’allenamento cala in parallelo la libido, pur se si tiene conto dell’età (all’aumentare degli anni, infatti, una lieve riduzione del desiderio è da considerarsi normale); la probabilità di avere un desiderio sessuale “debole” è fino a sette volte maggiore rispetto a chi fa esercizio fisico con regolarità ma senza strafare. Anthony Hackney, docente di fisiologia dell’esercizio all’università del North Carolina e autore dell’indagine, sottolinea che «Non è detto che il rapporto di causa effetto sia immediato, ma di certo questi dati indicano l’esistenza di un legame fra troppo esercizio e poco sesso. Fatica e calo del testosterone indotto dal movimento possono avere un ruolo; resta da capire la soglia oltre cui l’allenamento diventa eccessivo, che potrebbe essere diversa fra i vari individui e dovrà essere stabilita attraverso studi più approfonditi».

Testosterone, stress ed età contano

Il dato non sorprende Gianfranco Beltrami, docente del corso di laurea in Scienze motorie dell’Università di Parma e membro del consiglio direttivo della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI): «Vediamo spesso un calo del desiderio sessuale negli atleti che si allenano strenuamente, soprattutto per sport aerobici di lunga durata come maratona, triathlon, fondo: in queste situazioni troviamo sempre un calo dei livelli di testosterone, una componente ormonale che ha senz’altro un ruolo nel ridurre la libido e che può essere parzialmente contrastata se si allena bene la forza muscolare. In chi è dipendente dall’esercizio fisico si aggiunge anche un fattore psicologico: si tratta di soggetti che pensano solo allo sport e trascurano tutto il resto, la loro mente inevitabilmente si “distrae” dall’idea del sesso. Pure l’età conta – prosegue Beltrami –. Un ventenne nel pieno del vigore fisico e della carica ormonale risente meno dell’eccesso di sport rispetto a un cinquantenne che è già alle soglie dell’andropausa e ha livelli un po’ inferiori di testosterone, magari ha qualche preoccupazione sul lavoro ed è stressato. Per capire se si sta esagerando, occhio ai sintomi dell’overtraining: insonnia, stanchezza, difficoltà a recuperare dallo sforzo, scarsa concentrazione, dimagrimento e dolori muscolari sono segni che, insieme al calo del desiderio, indicano la necessità di ridurre i carichi di lavoro e, in qualche caso, indagare i livelli di ormoni come cortisolo e testosterone».

Che cos’è un ictus?
Ictus è un termine latino che letteralmente significa “colpo” (in inglese “stroke”). In Medicina indica un danno cerebrale persistente, ad esordio acuto, dovuto a cause vascolari. L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) lo definisce come l’improvvisa (ecco perché “ictus”) comparsa di segni e/o sintomi riferibili a deficit focale e/o globale (coma) delle funzioni cerebrali, di durata superiore alle 24 ore o ad esito infausto (è importante precisare che un intervento tempestivo può dare risultati insperati).
La caratteristica principale del disturbo è, dunque, la sua improvvisa insorgenza: una persona in pieno benessere può accusare, di colpo, sintomi tipici che possono essere transitori, restare costanti o anche peggiorare nelle ore successive. Talvolta è possibile che alcuni sintomi precedano l’ictus, ad esempio una cefalea intensa e improvvisa, anche se non sono assolutamente specifici.
Che cos’è un T.I.A.
Il T.I.A., abbreviazione di Attacco Ischemico Transitorio,
ha gli stessi sintomi di un ictus, ma i disturbi neurologici o oculari che lo caratterizzano durano soltanto poche ore o pochi minuti e, per definizione, la loro completa remissione avviene entro le 24 ore dall’esordio.
Un T.I.A. è un campanello d’allarme importante perché la sua manifestazione può precedere di qualche ora o giorno l’insorgenza di un ictus definitivo e quindi riconoscerlo tempestivamente può significare scoprire le cause e curarle per tempo.

L’ictus cerebrale in Italia rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie; è la prima causa assoluta di disabilità.

Sempre in Italia ogni anno circa 200.000 persone vengono colpite da ictus cerebrale, di cui l’80% sono i nuovi casi e la restante parte è costituita dalle recidive. Il 75% dei casi di ictus colpisce le persone con più di 65 anni e circa 10.000 eventi capitano a chi ha meno di 55 anni. Ogni anno un medico di famiglia italiano ha almeno 4-7 pazienti che vengono colpiti da ictus cerebrale e deve seguirne almeno una ventina sopravvissuti con esiti invalidanti.

Il 10-20% delle persone colpite da ictus cerebrale per la prima volta muore entro un mese ed un altro 10% entro il primo anno. Fra le restanti circa un terzo sopravvive con un grado di disabilità elevato, tanto da renderle non autonome, un terzo circa presenta un grado di disabilità lieve o moderato che gli permette di tornare al proprio domicilio in modo parzialmente autonomo e un terzo, i più fortunati o comunque coloro che sono stati colpiti da un ictus in forma lieve, tornano totalmente autonomi al proprio domicilio.

Coloro che sopravvivono con una disabilità importante spesso richiedono l’istituzionalizzazione in reparti di lungodegenza o in residenze sanitarie assistenziali; alcune famiglie, ma non tutte se lo possono permettere, si organizzano per riaccogliere il parente a domicilio. Inutile dire che i costi sia a carico delle famiglie che del sistema sanitario nazionale sono elevatissimi. Si calcola che una persona colpita da ictus costi nella fase acuta di malattia circa 10.000 euro. L’invalidità permanente delle persone che superano la fase acuta della malattia determina negli anni successivi una spesa che si può stimare intorno ai 100.000 euro. Sotto l’aspetto psicologico, personale e familiare, poi, i costi non sono calcolabili: per tutti questi motivi, l’ictus rappresenta un vero e proprio problema sociale.

Ictus: a cosa è dovuto
Come detto, l’ictus è un danno dovuto a cause vascolari. Il cervello riceve il sangue da diverse arterie (vasi sanguigni che dal cuore portano sangue e ossigeno in tutto il corpo): anteriormente da due arterie chiamate carotidi (destra e sinistra)b e posteriormente dalle arterie vertebrali, che decorrono in entrambi i lati del collo. Il cervello, per lavorare in modo corretto, ha bisogno più di qualsiasi altro organo di un continuo apporto di ossigeno e di nutrimento tramite il sangue, del buon funzionamento dei vasi sanguigni e della normale contrazione del cuore. Il danno a questi vasi sanguigni può essere di due tipi:

il vaso si può occludere (per aterosclerosi, trombi, coaguli, ecc..) e in questo caso parliamo di ictus ischemico (che rappresenta circa il 75% dei casi)
il vaso può andare incontro a rottura (soprattutto per ipertensione, aneurismi, ecc…) e si parla di ictus emorragico (rappresenta il restante 25% circa).
Nelle forme ischemiche la parte di cervello che viene irrorata dal vaso occluso non viene più rifornita di sangue e ossigeno, fondamentali per consentire la sopravvivenza delle cellule cerebrali, che vanno quindi incontro a morte cellulare (necrosi) e quella zona di cervello perde la sua funzione, manifestando la sintomatologia dell’ictus (cecità, paralisi, vertigini ecc…, a seconda della zona di cervello che non riceve più sangue). Affinché si realizzi questa situazione è necessario che il periodo di ischemia sia prolungato e persistente, altrimenti se dura per poco tempo e successivamente si ha la ripresa totale delle funzioni cerebrali, si verifica quello che viene classificato come T.I.A.

Ictus: come si manifesta
Isintomi legati all’ictus sono diversi e dipendono dalla zona di cervello che è stata danneggiata. Di solito un ictus che colpisce un lato del cervello provoca difficoltà nella parte opposta del corpo.
Vi sono alcuni sintomi improvvisi che devono mettere in allarme il soggetto non appena li avverte.
Quali sono i sintomi dell’ictus?
non riuscire più a muovere (paralisi – plegia) o muovere con minor forza (paresi), un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo; accorgersi di avere la bocca storta; rendersi conto di non sentire più, di sentire meno o in maniera diversa (formicolio), un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo; non essere in grado di coordinare i movimenti e di stare in equilibrio;
far fatica a parlare sia perché non si articolano bene le parole (disartria) sia perché non si riescono a scegliere le parole giuste o perché non si comprende quanto viene riferito dalle persone intorno (afasia); non riuscire a vedere bene metà o una parte degli oggetti (emianopsia); essere colpiti da un violento mal di testa, diverso dal solito.

Quali sono i fattori di rischio
Con il termine “fattori di rischio” si intendono le condizioni personali o ambientali che predispongono ad ammalarsi e che aumentano quindi il verificarsi di questa grave patologia.

Alcuni fattori di rischio purtroppo non possono essere corretti:
– età: l’incidenza di ictus aumenta con l’età e dopo i 65 anni aumenta quasi esponenzialmente;
– familiarità: avere un parente diretto che è stato affetto da questa malattia comporta un rischio maggiore rispetto a chi ha familiarità negativa per ictus;
– sesso: quello maschile è lievemente più colpito, specie nelle fasce di età più giovani, in quanto le donne sono protette dagli ormoni sessuali almeno fino alla menopausa. Dopo i 65 anni l’incidenza è la stessa, mentre dopo gli 80 risulta maggiormente affetto dalla patologia il sesso femminile, soprattutto perché le donne vivono più a lungo e sono, perciò, più numerose.
Vi sono invece fattori di rischio che possono essere corretti con
comportamenti adeguati o specifici trattamenti farmacologici:
– ipertensione arteriosa: è il principale fattore di rischio sia per l’ictus ischemico sia per quello emorragico; si parla di ipertensione quando i valori della pressione si mantengono costantemente sopra i 140 di massima e gli 85 di minima;
– diabete mellito: si definisce quando i valori degli zuccheri nel sangue (glicemia a digiuno) superano i valori normali;
– ipercolesterolemia: livelli oltre la norma del colesterolo LDL (cattivo) e dei trigliceridi determinano l’incremento del rischio per ictus in proporzione all’aumento dei loro valori;
– fumo di sigaretta: aumenta di due – tre volte il rischio di ictus; dipende dal numero di sigarette fumate al giorno e dal numero di anni in cui si è fumato;
– cardiopatie: essendovi una stretta correlazione tra cervello e cuore, aritmie cardiache, in particolare la fibrillazione atriale, o anche la presenza di protesi valvolari, un recente infarto miocardico, un’endocardite infettiva o il forame ovale pervio, sono condizioni che aumentano il rischio di ictus, soprattutto ischemico;
– presenza di placche ateromasiche a livello dei grossi vasi del collo (stenosi carotidea);
– obesità (favorisce soprattutto l’insorgenza del diabete);
– ridotta attività fisica;

– emicrania;
– pillola estroprogestinica: sono a rischio le donne che la assumono e soffrono di emicrania e/o sono fumatrici;
– abuso di alcool: mentre una quantità moderata di vino, un bicchiere a pasto, può essere protettivo, l’eccesso di alcool causa l’effetto contrario, aumentando il rischio di ictus.

8) Come si può prevenire un ictus
L’ ictus si può prevenire e una quota non indifferente di casi (2 su 3) potrebbe essere evitata, seguendo alcune semplici norme di vita sana ed identificando i fattori di rischio individuali, modificandoli in misura personalizzata.
Almeno 2 volte l’anno è consigliabile misurarsi la pressione arteriosa in modo tale da svelare un’eventuale ipertensione arteriosa latente e misconosciuta.
Chi soffrisse già di ipertensione arteriosa
– deve attentamente monitorarne i valori per adeguare eventualmente la terapia;
– è consigliabile che effettui almeno 1 o 2 volte l’anno la misurazione della glicemia per rilevare un eventuale diabete latente o una semplice intolleranza ai carboidrati (stato che precede il diabete e che può essere corretto semplicemente con dieta e attività fisica).
Chi fosse già diabetico
– deve controllare spesso i valori glicemici e attenersi scrupolosamente alla dieta e alle terapie prescrittegli;
– è opportuno che smetta di fumare;
– è consigliabile che almeno 1 volta l’anno controlli i valori di colesterolo nel sangue. Se elevati dovrà seguire una dieta povera in grassi e, se necessario, assumere una terapia per ridurre i livelli di colesterolo.
Chi è affetto da cardiopatie, in particolare da fibrillazione atriale
– dovrà seguire una terapia antiaggregante o anticoagulante orale, per diluire il sangue e ridurre il rischio di ictus cerebrale embolico; in ogni caso andranno seguite periodiche visite di controllo cardiologiche ed eventualmente neurologiche;
– è consigliabile che svolga attività fisica almeno 2-3 volte alla settimana. Non è necessario che siano attività impegnative, è sufficiente camminare a passo sostenuto per almeno mezz’ora;
– è consigliabile alimentarsi in modo corretto scegliendo un’alimentazione non troppo ricca di grassi e di sale;
– è consigliabile che non ecceda con il consumo di alcolici. Un’alimentazione corretta ed un’attività fisica costante permettono di mantenere anche un adeguato peso corporeo. L’obesità è anch’essa, infatti, un fattore di rischio per l’ictus.
Fra i giovani, in particolare fra le donne, chi soffrisse di emicrania dovrebbe evitare di fumare e di assumere la pillola estroprogestinica, poiché, in questo modo, ridurrebbe significativamente il rischio di ictus cerebrale.

Almeno 1 o 2 volte l’anno è consigliabile recarsi dal proprio medico di famiglia e seguirne i consigli per effettuare una valida prevenzione primaria.
Chi ha già avuto un ictus cerebrale deve almeno 2 volte l’anno effettuare le visite di controllo programmate sia dal neurologo che da altri specialisti, come ad esempio il cardiologo, e deve eseguire gli esami strumentali di controllo che gli vengono richiesti (per es. Ecocolor Doppler dei vasi del collo, Doppler Transcranico, Ecocardiogramma).
9) Cosa fare quando si manifestano
i sintomi
L’ ictus è un’emergenza medica e quando ci si rende conto di avere uno dei sintomi sopra descritti, è importante recarsi immediatamente in Pronto Soccorso o meglio ancora chiamare il 118, che mette a disposizione personale qualificato, già in grado di effettuare una diagnosi e quindi di indirizzare negli ospedali dotati di reparti adeguati, attrezzati e competenti.
La diagnosi e le cure precoci possono evitare un aggravamento e le numerose complicanze che possono far seguito; contemporaneamente riescono a ridurre le conseguenze invalidanti.
10) Come si curano gli ictus
I risultati delle cure sulle persone colpite da questa patologia dipendono molto dal trattamento medico e, ancor più, dall’assistenza.
Gli obiettivi degli interventi terapeutici sono quelli di ridurre e migliorare la disabilità delle persone colpite da ictus, prevenire le complicanze e l’insorgenza di un nuovo ictus. Tali obiettivi possono essere raggiunti tramite il sostegno delle funzioni
tali, la mobilizzazione del paziente, stimolandolo ad essere il più possibile indipendente, e l’attenzione alle sue necessità assistenziali.
La riabilitazione inizia durante il periodo di ospedalizzazione, non appena è stata confermata la diagnosi e si sono stabilizzate le condizioni cliniche. Tanto più precocemente viene iniziata, migliori sono i risultati che solitamente si ottengono in termini di riduzione delle disabilità.
Poiché la persona colpita deve essere attentamente osservata durante le prime 24 – 48 ore, soprattutto con continua valutazione delle funzioni vitali e dei segni neurologici, anche per poter stabilire un programma di riabilitazione idoneo, è auspicabile che la stessa venga ricoverata in un Centro Ictus (“Stroke Unit”).
Centri Ictus o “Stroke Unit”
Questi reparti, altamente specializzati, ricevono unicamente la persona colpita da questa malattia. Gli aspetti qualificanti di queste Unità sono rappresentati da équipe multiprofessionale (medici, infermieri, fisioterapisti, assistente sociale,…) che si occupa prevalentemente dell’ictus, personale addetto solamente a quella patologia e continua formazione ed aggiornamento del personale attivo nella struttura.
Le risorse strutturali sono costituite dall’essere dotati di letti articolati, con materassini antidecubito e impianto per l’erogazione dei gas medicali. Sistemi di monitoraggio per la rilevazione delle funzioni vitali sono attivi 24 ore su 24 ed hanno l’obiettivo del controllo continuo della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della saturazione arteriosa di ossigeno e della temperatura.
Essenziali sono la cooperazione medica multidisciplinare, in particolare quella neurologica, cardiologica e fisiatrica e la facilità di accedere a mezzi diagnostici, quali TC, Risonanza Magnetica (RM), Ecodoppler, laboratorio per gli esami ematochimici: il tutto al fine di mettere in atto le terapie più idonee in maniera professionale e tempestiva.

Oggi si celebra la giornata mondiale dell’ictus, una patologia di cui si conosce molto rispetto ai suoi determinanti e fattori di rischio. La ricerca epidemiologica ha dimostrato, spiega Simona Giampaoli – MD Dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell’invecchiamento (Iss) “che più del 50% degli eventi può essere prevenuto e, considerando le dimensioni epidemiologiche di questa patologia, l’impatto socio-economico e le sue conseguenze in termini di mortalità, disabilità e disturbi della capacità cognitiva, diventa fondamentale implementare azioni di prevenzione a livello di popolazione generale (sia sulle persone ad elevato rischio e su coloro che hanno già avuto un evento).

Gli ultimi dati di mortalità disponibili dal Rapporto Istisan 2014 riportano per gli uomini di tutte le età 22.488 decessi, con tasso standardizzato di 76,82 x 100.000 persone, e per le donne 34.520 decessi, con tasso standardizzato 63,44 x 100.000. Il tasso standardizzato permette di confrontare la mortalità tra uomini e donne ipotizzando la stessa distribuzione per età. Per questo motivo, sebbene in numeri assoluti la malattia cerebrovascolare produca più eventi nelle donne, perché più numerose in età avanzata, a parità di età gli uomini risultano più colpiti.

Loading...

Altre Storie

Bere acqua calda al mattino fa bene al nostro corpo: Ecco tutti i benefici che non sapevi

Bere acqua calda può portare diversi benefici al nostro corpo, in particolare al nostro tratto …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *