La premier Giorgia Meloni ribadisce che la legge sul consenso «si farà», perché è necessario mettere ordine in una materia che sul piano giuridico è «molto confusa» e crea difficoltà applicative. Pur sottolineando che il provvedimento — che introduce l’obbligo di un consenso «pieno, esplicito e attuale» prima e durante un rapporto sessuale — non è iniziativa del governo ma parlamentare, Meloni riconosce la necessità di intervenire. Tuttavia, la sua versione dei fatti differisce da quella che in queste ore alimenta lo scontro politico con l’opposizione.
Innanzitutto, la premier esclude categoricamente che sia mai esistito uno «scambio» tra il voto del centrosinistra sulla legge contro il femminicidio e quello del centrodestra sulla legge sul consenso. Le due norme riguardano temi affini, ma — sostiene — non c’era motivo per cui la sinistra dovesse pretendere un ritorno politico per approvare un testo ritenuto giusto, che tra l’altro ha accolto molte loro richieste.
Meloni conferma la telefonata di Elly Schlein di sabato pomeriggio, nella quale la segretaria del Pd chiedeva sostegno al provvedimento sul consenso. La premier, che non conosceva nel dettaglio il testo, aveva manifestato disponibilità, riservandosi però di parlarne con chi seguiva l’iter: la sua responsabile di riferimento Carolina Varchi, la presidente della commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno e la ministra per le Pari Opportunità Eugenia Roccella.
Nessuna si è espressa con un rifiuto netto, ma sono emerse molte perplessità. La stessa Meloni avrebbe ricevuto numerose segnalazioni da avvocati e magistrati, preoccupati per la delicatezza del tema e per il rischio che una formulazione non sufficientemente precisa generi più problemi di quelli attuali. Inoltre, portata all’estremo, la norma potrebbe prestarsi a critiche e interpretazioni distorte che finirebbero per ostacolare l’obiettivo principale: fare chiarezza su un reato che oggi i giudici interpretano in modo non uniforme.
Meloni ritiene quindi necessario intervenire, ma con rigore e senza fretta, rifiutando l’idea che si debba procedere solo per smentire uno «scambio» che lei considera inesistente. In Fratelli d’Italia si sospetta però che la sinistra percepisca come un’«espropriazione» il fatto che sia la destra a legiferare su temi legati alla tutela delle donne. «Hanno criticato perfino Nordio — avrebbe detto la premier — per aver attaccato il patriarcato, pur dicendo esattamente ciò che dicono loro. Qualunque cosa diciamo, veniamo attaccati perché ritenuti “reazionari”».
La tensione è esplosa lunedì, quando la maggioranza ha bloccato l’iter del ddl. Schlein, non avendo più sentito Meloni nei giorni precedenti, l’ha richiamata per chiedere spiegazioni. La premier si è prima accertata che non ci fosse una volontà politica di affossare il provvedimento, poi ha dato il via libera a un approfondimento rapido — come annunciato da Bongiorno — per arrivare a un testo «scritto bene», invitando la sinistra ad abbassare i toni per non compromettere il dialogo.
Ieri, in occasione della riunione di maggioranza sulla legge di bilancio, Meloni ha potuto confrontarsi con il capogruppo leghista Massimiliano Romeo per chiarire la posizione del Carroccio. Romeo avrebbe ribadito che la Lega non è contraria alla norma, ma chiede una formulazione che non rischi di sovraccaricare i tribunali: «Serve una legge che rimetta ordine, ma serve scriverla bene». Da qui, il messaggio al Pd: lavorare con calma, senza strumentalizzazioni, per trovare un punto d’intesa, come già accaduto in passato sui temi della tutela delle donne. Ma — avverte Meloni — senza trasformare la norma in un pretesto per attaccare lei personalmente.



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