Da quando pubblico le foto di mia figlia, con quel seguito così grande, riesco a pagare casa e viaggi.
Ieri però si è messa a piangere. Voleva solo smettere, come se fosse un lavoro vero.
Le ho detto che bastava ancora uno scatto, uno soltanto, e poi avrebbe avuto ciò che desiderava.
Dentro di me tremo al pensiero di dover tornare tra gli scaffali del negozio.
Mi presento: sono Chiara, trentatré anni sulle spalle.
Il mio account Instagram è un mondo fatto di colori tenui, prime colazioni impeccabili e vestiti sempre abbinati.
Al centro di tutto c’è lei: Sofia, capelli d’oro arricciolati e uno sguardo che parla più delle parole.
Quando si mette davanti alla fotocamera sembra nata per quello.
Ogni tanto arrivano pacchi dalle aziende: vestitini, carrozzine, polverine da mescolare al biberon, creme profumate.
Io la fotografo mentre gioca con quelle cose.
Poi pubblico frasi come:
“La sua merendina biologica preferita? Questa qui. #vitadamamma”
Arrivano i cuoricini.
Arrivano anche i soldi, senza troppi giri di parole.
In trenta giorni guadagno quanto mio marito in mezzo anno.
Ci siamo trasferiti in una casa più grande.
Ora guidiamo un SUV enorme.
Il prossimo viaggio è Dubai, dove il sole brucia forte.
A volte penso che quello che faccio sia sbagliato.
Mia figlia passa le giornate a posare davanti alla telecamera invece di correre sull’erba.
Il parco non è più un posto dove saltare e urlare:
serve solo per fotografarla al tramonto, con la luce giusta.
I vestiti puliti sono diventati più importanti delle mani sporche di terra.
Quando ride senza motivo, non sorrido.
Lo shooting deve essere perfetto.
A volte perdo la pazienza, perché rifare tutto significa lottare contro il sole che scende.
Poi mi guarda e dice piano:
«Mamma… era bello il mio sorriso? Possiamo tornare a casa adesso?»
Ha solo sei anni, ma sa già riconoscere un sorriso vero da uno fatto per le foto.
Ieri qualcosa si è rotto.
Dovevamo girare un video allegro, di quelli con i movimenti esagerati che vanno di moda.
Sofia non ce la faceva più.
Si è accovacciata sul pavimento, senza dire niente.
Le lacrime scendevano lente.
Poi ha parlato:
«Basta, mamma.»
Non voleva più essere fotografata.
Voleva solo i suoi mattoncini per terra, da montare in silenzio.
Una mamma qualunque avrebbe spento tutto.
L’avrebbe abbracciata.
Io no.
Ho guardato l’orologio.
C’era un lavoro da consegnare prima del buio.
Mi sono chinata verso di lei, con voce dolce e calcolata:
«Amore, facciamo solo questo video velocissimo e poi ti compro la casa delle bambole gigante, va bene?
Lo facciamo per noi… per i viaggi, ricordi?»
Ha arricciato il naso.
Si è asciugata gli occhi con il dorso della mano.
Poi ha acceso la luce.
Davanti alla telecamera ha sorriso.
Un sorriso perfetto.
Freddo.
Che non arrivava agli occhi.
Video impeccabile.
Nei commenti:
“Un vero angioletto!”
“Che bambina solare!”
“Che bella famiglia avete!”
Nessuno sa che, pochi minuti prima, quello stesso angelo mi aveva chiesto di fermarmi.
Sto male?
Sì.
Ogni volta che vedo uomini adulti scrivere “Splendida” sotto le foto di mia figlia in costume mi si rivolta lo stomaco.
Vorrei cancellare tutto.
Poi guardo l’estratto conto.
Poi guardo la vita comoda che faccio adesso.
Ripenso ai negozi, alle otto ore in piedi, allo stipendio che non arrivava a duemila euro.
Tornare indietro?
Mai.
Resto qui, anche se so che ogni foto ruba qualcosa a mia figlia.
Mi dico che lo faccio per il suo futuro, per farla studiare, per darle sicurezza.
Ma so che quello che le tolgo è altro:
la normalità.
Il diritto di stare male.
Il diritto di esistere senza occhi addosso da ogni parte del mondo.
Chiamatemi pure Chiara, trentatré primavere.
A casa dirigo mia figlia come un’orchestra, con il pugno di ferro.
E ogni sera, mentre lei sussurra le preghiere sotto le coperte,
io resto sveglia.
Con un pensiero che mi morde:
quando deciderà di voltarmi davvero le spalle,
non resterà niente.
Neanche un granello di quello che credo di tenere stretto.



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