Vivo quattro mesi di fila tra resort e ville, ospite gratis grazie a una donna benestante che considero quasi come una sorella.
Lei mi mantiene da anni, non ha nessun altro su cui contare davvero.
Ogni volta che trova qualcuno con cui potrebbe costruire qualcosa, io insinuo dubbi oppure sparisco per giorni: basta poco per farla sentire insicura.
Se dovesse legarsi sul serio, so bene che il mio agio finirebbe in silenzio.
Chiamatemi pure Camilla, età trentacinque anni.
Lavoro come libera professionista nell’ambito degli eventi, almeno così dicono i documenti.
Il fatto è che non faccio quasi mai nulla di concreto.
La verità? Vivo sempre un passo dietro a Vittoria.
Lei discende da una stirpe di ricchi imprenditori. Più ricca di un tesoro, aperta con tutti, però dentro si sente sempre sbagliata e le serate volano via lente.
Da quando eravamo ragazzine al liceo, io non mollo mai il suo fianco.
Ci osservi sui social:
a spasso per Porto Cervo sopra lo yacht di papà,
coi bastoncini in mano tra i fiocchi a St. Moritz,
piazzate davanti ai flash nelle passerelle chic.
Gli altri esclamano:
— “Che coppia perfetta! Amiche così non si trovano più!”
A dire la verità, non reggo Vittoria.
Dipendo però da come vive.
Lei appesantisce tutto. Parla senza fermarsi mai.
Il riso non fa parte del suo mondo.
Sembra una ragazzina abituata a ottenere ogni cosa.
Esserci per lei diventa un impegno costante.
Ascoltarla significa farsi raccontare paure infinite, spesso per ore.
Quando appare più piena, devo confessarle che risplende.
A volte decido io cosa indosserà quel giorno.
Il pagamento? Altissimo.
Dal 2015 non sborsavo un euro per cenare fuori.
Quegli abiti di marca che porta lei finiscono tra le mie cose —
con la scusa gentile che certi capi proprio non le donano.
E poi via, sempre in viaggio, senza pagare mai niente.
A me serve il tuo lato umano, quello vivace e gentile, perché a te non ci riesce.
A te basta pagare con la tua tessera d’oro.
Facciamo affari, certo, ma tu lo chiami feeling.
Il gesto peggiore che commetto?
Rovinare tutto ciò che riguarda l’amore di Vittoria.
Lei desidera tanto avere una relazione seria.
Però ho paura: se dovesse incontrare qualcuno davvero importante, sparirei dalla sua vita.
Potrebbe accorgersi delle mie manovre.
Oppure cominciare a fare progetti con lui e non più con me.
Così, distruggo ogni possibilità prima ancora che nasca.
Appena un tipo le piace, comincio a lavorarci su piano piano.
Dico cose così:
— “Boh, non so, mi ha fissato il seno mentre parlavamo…”
Oppure:
— “Sai, girano voci che cerca una ricca da sposare… occhio Vitto, magari gli interessi solo per quello.”
Sembra uno scherzo, ma viene da me.
Poco alla volta metto dentro pensieri strani.
Faccio pesare cose mai esistite davvero.
Alla fine, visto che crede a ogni mia parola, lo molla senza pensarci.
L’anno prima rischiò di cadere proprio per uno che progettava case, si chiamava Marco.
A lei sembrava non avere difetti.
Il pensiero di restare fuori dallo yacht d’estate mi gelava.
Allora dissi che lo avevo trovato su quell’app per incontri.
Fabbricai un account da zero per metterlo alla prova.
Poi le misi sotto gli occhi delle prove ritoccate.
Una settimana intera ha pianto appoggiata al mio collo.
Eravamo chiusi in una stanza d’hotel a Parigi, lusso totale, tutto pagato da lei.
Diceva che serviva a guarire.
Poi ha mollato Marco.
Io invece ho sentito il peso sparire dal petto.
A volte mi sembra di essere una brava persona.
Altre invece credo di fare solo del male.
Solo che, se ci penso bene, è come se pagasse per avere qualcuno accanto.
In quella casa grande quasi vuota starebbe senza nessuno.
Le do qualcosa che assomiglia a un affetto vero.
Sicuramente non è economico, questo sì.
Però ce lo ha, quel denaro.
Sono io la sua dipendenza.
Tu sei quello che mi paga.
Mi presento: sono Camilla, età trentacinque anni.
Non lavoro in un ufficio perché preferisco restare altrove, ben sistemata.
Fingo di far parte della famiglia, come se fossi una vera sorella.
Invece piano piano prendo quello che serve, senza fretta.
La vita mi va bene così,
attaccata a chi provvede.



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