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Al funerale piangevo… ma dentro mi sentivo libera



Quella mattina avevo appena pensato di dirgli che volevo lasciarlo.
Lui non lo saprà mai, perché poche ore dopo è morto nell’impatto contro un camion.



Alle esequie la gente singhiozzava parlando dell’anima gemella, del sogno spezzato.
Io invece restavo immobile, con una strana calma addosso.
Non dolore.
Solo sollievo, sporco e pesante come fango.

Nessuno guarda me, nessuno sospetta niente.
Eppure dentro mi giro e rigiro questa verità:
sono libera prima ancora di chiederlo.


Sara. Questo il mio nome. Quarantuno primavere sulla pelle.

Metà anno fa, Giorgio — quello con cui dividevo il letto —
ha preso una curva troppo stretta diretto in ufficio.
Il guardrail non ha ceduto. Lui sì.
Morte istantanea.

La chiesa quel giorno sembrava un mercato domenicale: stracolma.
Io lì davanti, nero dalla testa ai piedi.
Due braccia sotto le mie, quelle di mamma e di sua madre.

Le lacrime scendevano senza freno.
Non era teatro.

La gente credeva che piangessi per il dolore di aver perso l’uomo che amavo.
Intorno a me, qualcuno sussurrava:
“Che tristezza vedere Sara così, stavano insieme da tanto tempo… e ora?”

Mentre sua madre mi stringeva forte, con voce rotta tra i singulti, mormorava piano:
“Posso almeno morire tranquilla, lui sapeva quanto tu gli volevi bene.”


Quella volta le mie lacrime avevano un altro motivo.
Non venivano dal male fisico, ma da qualcosa dentro.

Mi tremavano le mani mentre ripensavo a quanto mi sentivo sollevata.
Un peso sparito, anche se non doveva esserlo.

In fondo alla borsetta, nascosta tra fogli comuni, stava la busta.
Dentro c’era scritto tutto quello che non dicevo.
Più tardi quel giorno avrei incontrato chi poteva sistemare ogni cosa.

Da tanto tempo il mio matrimonio non viveva più.

A poco a poco, con modi indiretti e parole taglienti,
Giorgio aveva cancellato chi ero.
Nessun colpo, nessun segno sul corpo —
solo silenzi lunghi come notti d’inverno.

Mi svegliavo ogni giorno dentro un vuoto che stringeva lo stomaco.

Dopo settimane di pensieri ripetuti, decisi che sarebbe finita.
Glielo avrei detto. Insieme ai figli.

La paura però restava, appesa sopra la testa:
scenate furiose, conti divisi, battaglie senza fine.


All’improvviso, suonò il cellulare.
Erano i Carabinieri.

Di colpo, ogni peso si dissolse.

Senza bisogno di legali.
Senza gridare.
Senza dover scappare con le valigie in mano.
Senza cercare parole per dire ai figli che casa non era più la stessa.

Fu il caso a decidere al posto mio.

Se n’è uscito come un eroe spezzato, mica come uno abbandonato.
Io invece ho preso il ruolo della vedova col titolo,
non quello dell’ex crudele che butta giù tutto.


Ora abito in una gabbia lussuosa.

Senza pensarci troppo, ripeto storie su un uomo che non ho mai sopportato.
Ai ragazzi racconto:
“Vostro padre era speciale, vi voleva bene.”

Anche se ricordo solo silenzi tra divano e schermo acceso.

La domenica cammino fino al camposanto con qualcosa di profumato in mano.
Quel pezzo di terra freddo è il simbolo di ciò che non posso più cambiare.

Ricominciare sembra impossibile.

Tra sei mesi, se qualcuno mi vede accanto a un uomo diverso,
cominceranno i sussurri:
“Eccola là, già si è scrollata di dosso Giorgio.”

Invece io resto inchiodata a un dolore che non sento più da tempo.
Il mio matrimonio era morto molto prima dello schianto.
Non so perché debba continuare a fingere il contrario.


Quella che pesa di più è la lettera mai consegnata.
Sta chiusa sotto vecchie carte, in un angolo del mobile.

Capita che ci ripensi, e allora torno a leggerla.
Lì dentro: urla silenziose, disgusto, gambe che cercano una via d’uscita.

Scoprirne il contenuto straccerebbe ogni apparenza,
spezzando la maschera della vedova composta.

Se lo sapessero, soffrirebbero ancora.
Per questo resto in silenzio.

Prendo quello che mi dicono.
Tengo dentro la compassione degli altri.

Mentre dentro brucia l’idea che, segretamente,
la sua fine mi ha liberata.

Ed è proprio per averlo pensato che sono certa:
non finirò mai in un posto buono.


Mi presento: sono Sara, la mia età è quarantuno.
Una donna senza legami,
costretta a recitare quella spezzata,
mentre rendo omaggio al ricordo di uno che,
se ancora qui, non sarebbe più niente per me.




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