Storia di Elena, 46 anni
Ogni mattina le pulisco il sedere.
Preparo le pillole a ore fisse.
Controllo che abbia mangiato, che non sia caduta, che non le manchi nulla.
Poi, quando scende dal treno quel fratello arrivato da Milano,
gli occhi di mamma diventano due fessure piene di luce.
Vorrei dirle che non ha mai chiesto neppure
che misura porto nelle scarpe.
Mi chiamo Elena.
Quarantasei anni sulle spalle.
Abito sotto casa di mia madre.
È sola da quando papà se n’è andato.
E adesso fatica a fare tutto senza aiuto.
Il mio tempo va e viene tra il lavoro —
meno ore rispetto a prima —
e quel suono insistente del pulsante rosso accanto al letto.
Chiama il dottore? Sempre io.
Aspetta fuori dalla farmacia con la ricetta in mano? Io.
Le sistemo i piedi piano, come si fa coi bambini piccoli.
Litigo con l’assistente che arriva tardi o parla male.
Mi giro nel letto appena la sento tossire dall’appartamento sopra.
Sono io che porto i pacchi, giorno dopo giorno.
Chi mi vede sa che senza questi gesti
niente funziona davvero.
Senza fretta, ma con costanza,
tengo insieme ogni pezzo.
La rete invisibile?
Eccola qui, nelle mie braccia stanche.
Mentre gli altri parlano, io cammino e consegno.
Quando lui riappare, tutto cambia.
Mio fratello.
Quello che chiamano “il Dottore”.
Vive a Milano, corre sempre, non si ferma mai.
Tre volte l’anno al massimo torna:
dicembre, aprile, talvolta agosto.
Arriva con l’auto tirata a lucido,
giacca stirata, odore pulito addosso.
Appena entra esclama:
— «Mamma, che splendore!»
Ed è lì, mentre parla,
che io non esisto più.
Gli occhi di mia madre con me sono diversi.
A me:
— «La minestra è fredda, Elena»
— «Mi duole la schiena, Elena»
— «Non hai telefonato alla zia, Elena»
A lui invece:
— «Amore mio, sembri stanco»
— «Devi mangiare»
— «Raccontami tutto della tua giornata»
Si siede sul divano —
quello che ho appena aspirato —
le stringe la mano dieci minuti.
E lei scoppia in lacrime, commossa.
Io resto in cucina, tra bollitori e tazze.
Presente senza essere vista.
Come se fossi parte dei mobili.
Poi arriva anche il giudizio.
— «Elena, tua madre sta benissimo. Sei forte, ma dovresti essere meno dura… prima sembrava a disagio per come hai risposto».
Lui mi parla di emozioni.
Lui, che conosce solo la mamma gentile,
quella che sorride agli ospiti,
che non urla, che non piange per nulla,
che non si sporca.
A me tocca quella vera.
Quella che sbatte, accusa, si dispera,
che a volte non arriva nemmeno in tempo al bagno.
Quel mattino, mentre lui partiva,
lei ha sussurrato:
— «Luca è così buono… mi pesa che venga da così lontano solo per noi. Un vero tesoro».
Io stavo infilando nel cestello
le federe macchiate del suo letto.
Ho stretto la lingua tra i denti
fino a sentire il sapore del sangue
per non urlare:
“Tu te ne vai e diventi nobile.
Io resto e divento impura.”
A volte mi prende un nodo dentro.
Invidia.
E vergogna per averla.
L’affetto di una madre non si conquista col sudore.
Io corro ogni giorno per essere abbastanza.
Lui respira da lontano
ed entra dritto nel suo petto.
Quando se ne andrà, lo so già:
tutti gli parleranno piano,
come fosse fragile, come fosse un santo.
Io starò in piedi vicino ai biscotti,
senza fiato.
Mi chiamo Elena.
Quarantasei primavere sulle spalle.
Il ballo? Non ci penso neanche.
Resto qui
mentre la voce dal letto grida ancora:
— «Elena… il pannolino è pieno di nuovo.»



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