L’attuale conflitto non promette esiti positivi: è prevedibile un aumento dei costi economici, un incremento dei flussi migratori e una perdita di rilevanza geopolitica. Tale previsione trova riscontro nei precedenti storici, come nel caso di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi.
Per noi europei, e in particolare per noi italiani, la destituzione dei dittatori non ha mai prodotto benefici tangibili. Ogni intervento è stato presentato come una lotta per la libertà, ma il costo pagato è stato sempre elevato.
La rimozione di Saddam Hussein ha determinato l’instabilità in Iraq, l’ascesa del terrorismo jihadista e la destabilizzazione dell’intera regione. Le conseguenze sono state: aumento dei prezzi del petrolio per i Paesi importatori, missioni militari costose e sanguinose, perdite umane e la progressiva conquista del territorio da parte di Al Qaeda e successivamente dell’Isis. Abbiamo tradito i curdi dopo averli sfruttati, abbandonato rapporti strategici con partner solidi e ci siamo impantanati in una situazione geopolitica senza un chiaro ritorno nazionale.
La caduta di Gheddafi ha trasformato la Libia da partner problematico ma funzionale a Stato fallito. Abbiamo perso contratti, influenza e sicurezza energetica. In cambio, abbiamo ottenuto instabilità cronica alle nostre frontiere, flussi migratori incontrollati e l’ingresso massiccio di Turchia e Russia nel nostro ex ambito di influenza. Un risultato strategico, ma a vantaggio di altri attori.
Il conflitto contro Bashar al-Assad ha prodotto una Siria devastata, milioni di rifugiati e un’Europa vulnerabile al ricatto. Paghiamo Ankara per trattenere i migranti ai suoi confini, finanziando di fatto la leva politica di Erdogan. Gli Stati Uniti hanno consolidato la loro presenza energetica nella regione, la Turchia ha esteso la propria influenza, mentre noi abbiamo sostenuto costi, tensioni interne e una marginalizzazione diplomatica.
Vent’anni di guerra in Afghanistan per la rimozione dei talebani. Vent’anni di ingenti investimenti economici, vite umane perdute e missioni senza una strategia di uscita credibile. Alla fine, abbiamo riconsegnato il Paese agli stessi talebani. Oggi le donne afghane sono nuovamente oppresse e l’Occidente ha perso credibilità.
Le cosiddette Primavere arabe, inizialmente sostenute e incoraggiate dagli Stati Uniti, hanno provocato notevoli turbolenze nel Nord Africa. L’Egitto è passato sotto il controllo dei Fratelli Musulmani e successivamente sotto quello dei militari, la Tunisia ha subito una significativa destabilizzazione e la Libia è collassata. Di conseguenza, si è assistito a una riduzione della stabilità e a un aumento della radicalizzazione.
Alla luce di questi eventi, sorge spontanea la domanda: quali sono gli obiettivi strategici che si intendono perseguire con la rimozione del regime iraniano? Il dibattito non dovrebbe focalizzarsi sulla valutazione morale delle azioni di Trump o Netanyahu, poiché la politica internazionale non si basa su principi catechetici. La questione centrale è la definizione degli interessi europei e italiani.
Si sostiene che l’obiettivo sia la liberazione di un popolo oppresso. Tuttavia, nel Golfo Persico esistono numerose monarchie in cui i diritti civili sono limitati, e non si registrano interventi simili. Si afferma inoltre che sia necessario impedire lo sviluppo di armi nucleari. Analogamente, si parlava di armi di distruzione di massa in Iraq, con conseguenze note.
Le conseguenze realistiche di un tale intervento potrebbero includere:
* Un aumento dei prezzi di petrolio e gas.
* Una maggiore dipendenza energetica dagli Stati Uniti.
* Un’ulteriore destabilizzazione del Medio Oriente.
* Nuovi flussi migratori verso l’Europa.
* Il rischio di blocco delle rotte strategiche vitali per l’Italia, come lo Stretto di Hormuz e quello di Aden.
* La possibile frammentazione dell’area, con conseguenti conflitti indiretti che potrebbero danneggiare le imprese italiane.
In sintesi, altri potrebbero subire perdite umane, mentre l’Italia potrebbe subire conseguenze economiche e una perdita di influenza geopolitica. È importante sottolineare che la “liberazione” non coincide sempre con gli interessi nazionali.
Ci si interroga sulla logica e sulla giustificazione morale che spingono politici, diplomatici e opinionisti ad esultare mentre Teheran viene bombardata, una nazione distrutta e un’intera regione precipitata nel caos. Cosa si dovrebbe festeggiare, precisamente? Le distruzioni? L’accensione di un’ulteriore miccia in una regione già altamente instabile?
Infine, quale sarebbe il motivo di entusiasmo nel vedere altri determinare il nostro futuro senza nemmeno consultare l’Italia?
Dove si colloca l’orgoglio nel ridursi a semplici spettatori, applaudendo passivamente mentre le decisioni che incidono sulla nostra vita vengono prese al di fuori del nostro controllo? In particolare, quale liberazione si potrebbe trarre dalla constatazione che, sotto il velo dell’esportazione del nostro modello di vita, la nostra libertà si contrae? Quale rassicurazione si potrebbe trovare nell’osservare l’erosione graduale della nostra ricchezza, l’evaporazione della nostra influenza e la trasformazione della nostra autonomia in una mera annotazione marginale?
Se questo è il trionfo che si celebra, si tratta di un trionfo al contrario: una riduzione della sovranità, una diminuzione della prosperità e una limitazione della nostra voce. Si accompagna, inoltre, ad un aumento dell’instabilità, ad una maggiore dipendenza e ad un silenzio imposto.
È davvero questo il motivo per cui dovremmo esprimere il nostro plauso?



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