La storia finisce lì, in realtà. Il SUV non tornò. Il traffico si sbloccò venti minuti dopo per nessuna ragione apparente, come sempre. Arrivai a casa, mangiai la pasta che avevo lasciato a scaldare, e andai a letto senza pensarci più di tanto. Non fu un momento epico. Fu un martedì sera sull’autostrada con una torcia tattica e un guidatore impaziante che imparò, per quella sera almeno, che non tutti gli automobilisti che guidano con distanza di sicurezza lo fanno perché sono distratti o lenti o ignari. Alcuni lo fanno perché è corretto. E alcuni di quelli hanno le attrezzature per rispondere alle provocazioni con la stessa valuta luminosa in cui vengono fatte.
Detto questo, voglio spendere un momento su quello che questa storia è in realtà — perché non è solo la storia di una torcia e di un SUV arrogante. È la storia di qualcosa di molto più comune e molto meno divertente: la convinzione, abbastanza diffusa sulle strade italiane, che l’urgenza personale di un guidatore abbia la precedenza sulle regole fisiche del traffico e sulla sicurezza di tutti gli altri.
Il tizio nel SUV non stava abbagliando perché era una persona malvagia. Stava abbagliando perché aveva deciso, in quel momento, che la sua fretta era più importante della mia visibilità. Che il disagio che mi causava era un costo accettabile per il vantaggio che sperava di ottenere — che era zero, oggettivamente, perché nel traffico bloccato non esiste vantaggio da ottenere attraverso la pressione sul guidatore davanti. L’unico risultato possibile dell’abbagliare qualcuno nel traffico è distrarlo, irritarlo, ridurre la sua concentrazione, e potenzialmente causare un tamponamento. Non esiste uno scenario in cui quella strategia migliori il flusso del traffico.
Eppure succede ogni giorno. Succede perché certi guidatori hanno sviluppato l’idea che l’aggressività al volante sia una forma di efficienza invece che quello che è realmente: una scorciatoia emotiva che scarica il proprio stress su qualcun altro senza produrre nessun beneficio misurabile. È la versione automobilistica del cliente che urla al cassiere del supermercato per accelerare la fila — non funziona, non aiuta, serve solo a far sentire chi lo fa temporaneamente meno impotente di fronte a una situazione che non controlla.
La distanza di sicurezza che mantenevo — quella che aveva fatto innervosire il guidatore del SUV — è una di quelle cose che sembrano controintuitive finché non si capisce come funziona il traffico. Avvicinarsi alla macchina davanti non accelera il flusso. Lo rallenta, perché ogni frenata si propaga all’indietro in modo amplificato, creando le onde di stop-and-go che trasformano un rallentamento gestibile in un blocco totale. I guidatori di camion lo sanno da sempre. I guidatori di auto raramente lo imparano perché nessuno glielo insegna esplicitamente e l’effetto non è immediatamente visibile dalla prospettiva del singolo veicolo.
Quello che vidi nello specchietto retrovisore mentre mantenevo i miei trenta metri di spazio non fu un automobilista efficiente che cercava di ottimizzare il suo percorso. Fu qualcuno che stava attivamente peggiorando la situazione per tutti mentre era convinto di fare l’unica cosa ragionevole. Questa è forse la forma più comune di comportamento controproducente: quella che si sente giustificata, che ha una logica interna coerente dal punto di vista di chi la adotta, ma che produce esattamente il contrario di quello che intende produrre.
La torcia fu la risposta sbagliata nel modo giusto — efficace emotivamente, discutibile praticamente, improbabile da ripetere in condizioni normali. Non la consiglio. Non la ripeterei consapevolmente. Ma devo ammettere che quella sera, per un momento, mentre il SUV arretrava di venti metri nel traffico fermo, sentii qualcosa che raramente si sente sulle autostrade italiane: la sensazione che il comportamento scorretto avesse prodotto una conseguenza immediata invece di nessuna conseguenza, che la pressione fosse tornata indietro invece di assorbita in silenzio da chi non l’aveva cercata.
È una sensazione che dura poco e insegna poco. Il guidatore del SUV probabilmente abbagliò qualcun altro la settimana successiva. Io probabilmente mi trovai di nuovo in una situazione simile qualche mese dopo, senza la torcia sul sedile. Il traffico rimase quello che è — un sistema complesso che non risponde bene alle emozioni individuali.
Ma per venti minuti su una corsia dell’A4, con la radio a volume ragionevole e una distanza di sicurezza corretta davanti a me, avevo avuto ragione nel modo più misurabile possibile: arrivai a casa senza aver toccato nessuno, senza aver accelerato il traffico di un secondo, e con la torcia scarica di quel tanto che bastava a ricordarmi che certe soddisfazioni si pagano in wattora.
Guidate con distanza di sicurezza. Non abbagliare chi sta davanti a voi nel traffico fermo. E se proprio dovete portare una torcia tattica in macchina, assicuratevi che la batteria sia carica per le emergenze vere.
Questa è l’unica morale ragionevole che riesco a trovare. Vale quello che vale.



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