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Taschino dei jeans: a cosa serviva? Non alle monete



Il taschino dei jeans nasconde una storia lunga oltre 150 anni: oggi può contenere monete e piccoli oggetti, ma in origine custodiva un accessorio ben preciso.



Ci infili una moneta, una chiave oppure lo lasci vuoto per anni. Il taschino dei jeans, quello piccolo ricavato sopra la tasca anteriore destra, è uno di quei dettagli che abbiamo continuamente sotto gli occhi senza domandarci davvero a cosa servano. Quando proviamo a usarlo, però, il dubbio arriva: perché realizzare una tasca tanto stretta, nella quale a volte entrano appena due dita?

La risposta ci porta nell’Ottocento. Quel piccolo spazio era destinato a contenere un orologio da tasca, un accessorio diffuso all’epoca in cui nacquero i primi blue jeans rivettati. Le monete, dunque, sono uno degli utilizzi possibili di oggi, ma non spiegano la sua funzione originale.

Anche il nome inglese conserva questa origine: si chiama watch pocket, letteralmente “tasca per l’orologio”. Un’espressione decisamente più precisa di “portamonete”, come viene talvolta descritto.

Il taschino dei jeans era pensato per l’orologio

Per capire questo dettaglio bisogna ricordare che i jeans nacquero come abbigliamento da lavoro. La priorità era realizzare pantaloni resistenti, capaci di sopportare l’uso quotidiano e le sollecitazioni nei punti più delicati, soprattutto attorno alle tasche.

Il sarto Jacob Davis ebbe l’idea di rinforzare quei punti con rivetti metallici. Per sviluppare il progetto si rivolse a Levi Strauss, il commerciante dal quale acquistava il tessuto. Il 20 maggio 1873 i due ottennero il brevetto per quel sistema di rinforzo: una data che Levi Strauss & Co. considera la nascita dei blue jeans.

Il brevetto riguardava quindi il fissaggio delle aperture delle tasche, non l’invenzione di una piccola custodia per gli spiccioli. Nel modello originario descritto dall’azienda era già presente il taschino destinato all’orologio.

In quel contesto, avere uno spazio apposito per riporlo rispondeva a un’esigenza concreta. Oggi controlliamo l’ora sul telefono o al polso; allora un orologio poteva essere un oggetto da estrarre dalla tasca e rimettere al suo posto dopo averlo consultato.

Il dettaglio che adesso può sembrarci superfluo aveva quindi una funzione riconoscibile. E racconta quanto siano cambiate le nostre abitudini, mentre alcuni elementi dell’abbigliamento sono rimasti immediatamente familiari.

La vera quinta tasca non è quella piccola

C’è un’altra curiosità nella storia del taschino dei jeans. Lo chiamiamo spesso “quinta tasca”, ma, se consideriamo l’ordine con cui comparvero le tasche sui primi Levi’s, questa definizione è ingannevole.

Il modello iniziale ne aveva quattro: due anteriori grandi, il taschino per l’orologio e una sola tasca posteriore, sul lato destro. Quella piccola, quindi, faceva già parte del gruppo originale.

La quinta arrivò nel 1901, quando venne aggiunta la seconda tasca posteriore, quella sinistra. È quest’ultima, in ordine cronologico, la vera quinta tasca. Il termine usato comunemente per indicare il taschino non coincide dunque con la sequenza storica delle modifiche al pantalone.

Persino i piccoli rivetti del taschino hanno attraversato i cambiamenti del Novecento. Durante la Seconda guerra mondiale, Levi’s li eliminò da quella parte dei jeans per risparmiare metallo destinato allo sforzo bellico.

Oggi il taschino sopravvive in moltissimi modelli, anche se l’accessorio per cui era stato concepito non fa più parte delle abitudini quotidiane della maggioranza delle persone. Può ospitare una moneta, una piccola chiave o altri oggetti, compatibilmente con le sue dimensioni.

La sua presenza conserva così una traccia delle origini dei jeans. La prossima volta che infilerai qualche spicciolo in quello spazio minuscolo, saprai che stai usando come portamonete una tasca nata per custodire il tempo.

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