Al Bano: Quando sarò guarito tornerò sul palco. Nel frattempo farò il contadino e l’attore

Per qualcuno presto appenderà il microfono al chiodo come le vecchie glorie del calcio fanno con le scarpette a fine carriera. Altri dicono che no, che Al Bano non si ritirerà come aveva annunciato: resterà sempre e più di prima il ruggente leone di Cellino San Marco. E già sognano di vederlo a febbraio sul palco di Sanremo. Tutti parlano, tutti azzardano, cambiando versione a seconda di come tira il vento. Lui, in macchina verso Vienna per l’ennesimo concerto estivo, scuote la testa coperta dall’immancabile Panama bianco. E non importa se sono le 22, il caldo è una morsa e lui è in viaggio dal mattino. Per Al Bano l’amore per la verità vince su ogni cosa. «L’ho detto e non ho cambiato idea. Il 31 dicembre chiudo.

Per un po’, ma chiudo. Ho bisogno di ritirarmi per regolarizzare e rafforzare le mie corde vocali che sono affaticate», racconta. «È una necessità, non un tirare i remi in barca. Dopo l’ischemia [l’ha colpito nel marzo 2017, ndr] è cambiato qualcosa. Prima, quando cantavo, ero, passami il termine, “disumano”: smettevo un concerto e mi scattava la voglia di cantare di nuovo. Mi spingeva l’istinto, ma possedevo anche l’energia. Ora sono diventato umano: dopo ore passate a cantare, avverto affiorare la fatica, il bisogno di un break». Al Bano potrebbe accampare la scusa dell’imponderabilità della vita, ma non è da lui. «Mi sento responsabile, perché per tutti questi anni non mi sono mai risparmiato. Confidavo nella mia tempra contadina… », ride. Poi racconta: «Sono sotto cura, faccio due aerosol al giorno, prendo pillole quotidiane e vado a fare visite a Ravenna e a Parigi dallo stesso professore che, anni fa, ha curato Pippo Baudo, Michael Jackson, Charles Aznavour. Mi è stato consigliato il riposo totale delle corde vocali. Devo obbedire». Nonostante ciò, Al Bano ha la voce squillante di chi non si arrende. «Fino a poco fa vedevo dura la ripresa.

Ora, grazie alle cure alle quali mi sono sottoposto, l’estensione vocale è migliorata, quindi tutto fa ben sperare». Come una bella macchina, dopo un pit stop rigenerante, potrai tornare in pista più forte di prima. «Mi basterebbe forte come prima», e sorride. «Io senza cantare sarei un uomo mezzo morto. Da sempre è la mia energia, la mia passione, la forma d’espressione dell’anima. Quando sarò guarito tornerò a cantare, ma con il piede più leggero sull’acceleratore. Rallenterò, questo è certo: ho sostenuto ritmi serratissimi finora. Considera che oggi faccio minimo 70 concerti all’anno, su e giù dagli aerei, senza orari, senza badare al fuso orario: dalla Russia alla Turchia, dalla Cina all’Australia, all’America, e poi Italia, Germania, Austria, Kazakistan, Polonia». Là Al Bano terrà l’ultimo concerto. «A Zakopane, sulle Dolomiti locali, dove Giovanni Paolo II andava a sciare e a riposare. Sarà un concerto per la Tv polacca, assieme a Romina».

Che, volendoti bene, immagino avrà un ruolo nel tuo stop. «Io penso per me e ho imparato ad auscultarmi nel profondo. Ognuno deve imparare a essere medico di se stesso: capire quando è giusto procedere e anche quando è meglio fermarsi». Ma non si pensi che nel futuro dell’inarrestabile cantante ci siano margini per la noia o per il dolce far niente. «Farò il contadino, il vignaiolo. Il prossimo anno sarò sul set di una fiction di sei puntate prodotta dalla Publispei, in cui mi calerò nei panni di un maestro elementare in pensione. E quest’autunno girerò due speciali sulla mia carriera per Canale 5». Intanto stai spopolando con Rovazzi nel brano Faccio quello che voglio. «Mi sono divertito un mondo ed è stato un successo incredibile, che mi ha aperto il mercato dei ragazzi», racconta il cantante, che nel mese di maggio è diventato nonno per la prima volta di Kai, figlio della sua terzogenita Cristel. «Un’emozione fortissima, energia allo stato puro. Ogni giorno mi faccio mandare le sue foto e persino i video, così riesco a seguire la sua crescita. Mi piace e mi rilassa tantissimo guardarlo: in lui rivedo Cristel da piccina».

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