Diabete, i primi segni 10 anni prima

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In chi ha il diabete di tipo 2, i primi segnali potrebbero essere rintracciati già 10 anni (e in certi casi anche di più) prima della comparsa effettiva della malattia e della sua diagnosi. A rivelarlo è uno studio giapponese, che è stato presentato al meeting annuale dell’Associazione europea per lo studio del diabete (Easd), appena tenuto a Berlino. Ecco quali sono i campanelli d’allarme e come accorgersene.

Il colesterolo buono aiuta anche a tenere sotto controllo la glicemia. Non solo spazzano via i grassi dalle arterie (garantendo così l’evitare della formazione della placca aterosclerotica) ma ad oggi una scoperta dimostra l’ipotetico ruolo che forse hanno nel controllo della glicemia. I benefici nei confronti dei livelli di glicemia nel sangue sono sostenuti da uno studio condotto presso l’Università Magna Grecia di Catanzaro, presentato durante il congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete (EASD). Si aprono dunque nuove prospettive terapeutiche nel diabete 1 e 2.

Gli ultimi studi dimostrano che il colesterolo HDL stimola da una parte le cellule beta a produrre insulina e dall’altra parte tiene sotto controllo la secrezione di glucagone, l’ormone prodotto dalle cellule alfa del pancreas che fa alzare la glicemia ed è spesso troppo elevato nei soggetti con diabete e pre-diabete. Questo studio apre dunque nuove prospettive terapeutiche sia nel diabete di tipo 1 che di tipo 2. Uno dei lavori, firmato da giovani ricercatori italiani, è stato presentato all’Easd grazie a un grant della Società Italiana di Diabetologia SID.

La novità di questo studio è che “per la prima volta è stato dimostrato un ruolo del colesterolo Hdl nel ridurre la secrezione di glucagone che induce iperglicemia. Si aprono dunque – afferma Sesti, anche president della Fondazione Diabete Ricerca – nuove prospettive terapeutiche nel diabete 1 e 2”.

Prospettive terapeutiche. Questo studio apre dunque nuove prospettive terapeutiche sia nel diabete di tipo 1 sia di tipo 2. Il gruppo di ricerca diretto dal professor Giorgio Sesti presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro, studiando una coorte di 130 soggetti non diabetici, ha evidenziato una correlazione inversa tra i livelli circolanti di HDL e glucagone.

I risultati ottenuti, spiega la ricercatrice Gaia Mannino dell’Università Magna Graecia, “evidenziano un nuovo ruolo esercitato dal colesterolo Hdl, suggerendo la possibilità che strategie terapeutiche in grado di aumentare i livelli circolanti di Hdl possano essere utili nel migliorare il controllo metabolico nei soggetti con diabete”.

Abbassare e mantenere il proprio livello di colesterolo ad un valore “ideale” consente di ridurre in misura significativa il rischio di gravi malattie cardiovascolari. Ma tale valore non è uguale per tutti ed è tanto più basso quanto più esistono altri fattori di rischio.

IL DIABETE VIENE A CHI MANGIA TANTI DOLCI

Falso. Il consumo consistente di dolci non ha alcuna relazione con l’insorgenza del diabete di tipo 1. È molto importante seguire un’alimentazione varia ed equilibrata e che la quota di zuccheri semplici (bibite zuccherate e dolci) non superi il 10% delle chilocalorie giornaliere. Il sovrappeso, in persone geneticamente predisposte, può contribuire all’insorgenza del diabete di tipo 2. (vedi pagina 6 per i dettagli sul diabete tipo 1 e 2).

LE PERSONE DIABETICHE DEVONO SEGUIRE UNA DIETA FERREA PER TUTTA LA VITA

Seguire un’alimentazione adeguata è un punto cardine nella gestione del diabete, tuttavia non esiste una “dieta per diabetici”, che preveda imposizioni rigide o restrittive. Le linee guida generali da seguire sono quelle della sana alimentazione, alle quali tutti dovrebbero attenersi.

SOSTITUIRE LO ZUCCHERO CON FRUTTOSIO,

ZUCCHERO DI CANNA E DOLCIFICANTI ARTIFICIALI

Falso. L’utilizzo di dolcificanti in sostituzione degli zuccheri è sconsigliabile. Piccole quantità di zucchero (saccarosio) sono ritenute accettabile nell’alimentazione dei soggetti con diabete, purché ci si abitui a consumarle quando necessario, senza abusarne e purché l’alimentazione sia equilibrata, ricca in fibre e si mantenga il controllo metabolico.

CHI HA IL DIABETE DEVE RINUNCIARE ASSOLUTAMENTE AI DOLCI

Non è vero. I dolci possono essere consumati, ma con moderazione. Indicazione questa che vale anche per la popolazione generale. Tra gli alimenti dolci occorre fare una distinzione: meglio scegliere un prodotto da forno, come torte o biscotti ed evitare caramelle, cioccolatini, barrette, cereali da colazione.

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NIENTE RESTRIZIONI PER GLI ALIMENTI RICCHI IN PROTEINE (CARNE, PESCE, UOVA, AFFETTATI…)

Il consiglio è non eccedere. Le proteine, se assunte in eccesso, vengono convertite in glucosio (zucchero) dal fegato e contribuiscono ad aumentare la glicemia. Per evitare ciò è bene suddividere l’apporto proteico giornaliero nei vari pasti. Un’abbondanza di proteine comporta anche un sovraccarico a livello renale.

I CARBOIDRATI (PASTA, RISO, PANE, PATATE…) SONO BANDITI NELL’ALIMENTAZIONE DI UNA PERSONA DIABETICA

Falso. I carboidrati devono rappresentare il 45-60% dell’apporto energetico giornaliero. Questo vale anche per le persone diabetiche. Inoltre, è fondamentale che ciò che mangiamo, oltre a essere sano, sia anche buono e gradevole. Quindi è sufficiente prestare attenzione alla quantità e alla qualità dei carboidrati. Meglio consumare quelli complessi (come ad esempio cereali, riso, pasta..), che vengono assorbiti più lentamente e forniscono energia per un tempo prolungato mantenendo più stabili i livelli glicemici.

È CONSIGLIABILE CHE LE PERSONE DIABETICHE CONSUMINO “ALIMENTI PER DIABETICI” E CIBI “SENZA ZUCCHERO”

Assolutamente no. Gli “alimenti per diabetici” non sono necessari né tantomeno vantaggiosi e il loro prezzo è piuttosto elevato. Questi prodotti, infatti, hanno un contenuto in carboidrati pari a quelli classici, con la differenza che contengono dolcificanti al posto del saccarosio come zucchero semplice. Inoltre il contenuto di grassi (soprattutto saturi) è spesso più elevato. Sono anche sconsigliati perché possono indurre il concetto che, essendo “per diabetici”, possono essere consumati senza limitazioni.

SOLO GLI ALIMENTI DOLCI FANNO AUMENTARE LA GLICEMIA

Falso. L’aumento della glicemia è determinato principalmente, ma non solo, dai carboidrati. I carboidrati sono presenti in molti alimenti, non solo in quelli dal sapore dolce. Forse non tutti sanno che anche un pasto particolarmente ricco di proteine può causare un aumento tardivo della glicemia dopo i pasti, poiché le proteine in eccesso vengono trasformate in zuccheri dal fegato e sono talvolta responsabili di un aumento inaspettato e inconsapevole della glicemia.

LA FRUTTA DEVE ESSERE ELIMINATA PERCHÉ CONTIENE ZUCCHERO

Assolutamente no. Assumere quotidianamente 2-3 porzioni di frutta, preferendo quella di stagione, dà un apporto adeguato di vitamine, sali minerali e fibre necessari per la salute. È bene invece ridurre la più “zuccherina” (banana, uva, cachi, fichi e mandarini); evitare succhi, frullati e puree, ma anche la frutta disidratata o sciroppata, mentre è favorevole il consumo di frutta secca oleosa (mandorle, noci, nocciole, pistacchi…), che ha un contenuto molto ridotto di carboidrati, purchè si presti attenzione alla porzione.

CHE COS’E IL DIABETE

Il diabete mellito è una malattia cronica causata dall’aumento della glicemia, ovvero dei livelli di zucchero nel sangue, che l’organismo non è in grado di riportare alla normalità. Questa condizione può dipendere da una ridotta produzione di insulina, l’ormone secreto dal pancreas per utilizzare gli zuccheri e gli altri componenti del cibo e trasformarli in energia, oppure dalla ridotta capacità dell’organismo di utilizzare l’insulina. È possibile convivere con il diabete e prevenire le complicanze, ma è fondamentale conoscere che cosa, nella vita di ogni giorno, provoca un aumento o una diminuzione della glicemia in modo da mantenerla il più possibile vicino ai livelli normali.

DIABETE MELLITO DI TIPO 1

È causato dalla perdita o dal malfunzionamento delle cellule che producono l’insulina nel pancreas (cellule beta), si manifesta soprattutto prima dei 40 anni, in modo spesso improvviso e con sintomi sempre palesi quali la sete consistente e la poliuria (aumento del bisogno di urinare). Questo tipo di Diabete è sempre curato con iniezioni di insulina per tenere sotto controllo la glicemia.

DIABETE MELLITO DI TIPO 2

Oggi nel mondo 1 adulto su 14 ha il diabete di tipo 2. È conosciuto anche come “diabete dell’anziano” o “diabete alimentare”, si manifesta generalmente dopo i 40 anni, soprattutto in persone sovrappeso od obese. La sua evoluzione è lenta. Questo tipo di diabete viene curato con una dieta bilanciata, l’esercizio fisico e la riduzione del peso in eccesso. La cura si basa anche sull’uso di farmaci e, se necessario, di insulina. Il diabete tipo 2 compare lentamente, nel corso di vari anni e viene diagnostica spesso in maniera occasionale.

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GLI ALTRI TIPI

Esistono anche altre forme di diabete: quali il diabete gestazionale, che può apparire durante il periodo della gravidanza e altri meno frequenti come il diabete genetico, il diabete causato da alcuni farmaci (cortisonici, ad esempio) e il diabete causato da alcune malattie del pancreas.

L’insulina è un ormone prodotto dal pancreas e che controlla il glucosio nel sangue. Non ha né effetti collaterali né controindicazioni, anche se il suo utilizzo aumenta il rischio di ipoglicemia e di aumento di peso. Quando si inietta l’insulina, il livello di zucchero nel sangue scende, perché essa funziona come una chiave in grado di sbloccare le porte delle cellule nel corpo. Una volta che le porte delle cellule sono aperte, lo zucchero può muoversi dal sangue nelle cellule e da qui fornire energia al corpo. La terapia insulinica può prevedere una o più iniezioni al giorno; in genere nella zona dell’addome, nelle cosce, nei glutei e nel braccio. È importante che il paziente vari il sito di iniezione, che può avvenire anche nella stessa zona, ma con una distanza minima tra una iniezione e l’altra pari alla larghezza di un dito.

L’AUTOMONITORAGGIO

Glucometro, pungi-dito e diario glicemico sono i tre strumenti per tenere monitorati i valori glicemici. Per controllare la glicemia è sufficiente una piccola goccia di sangue, generalmente prelevata dal polpastrello con il pungi-dito e posta su un’apposita striscia reattiva che va inserita all’interno del glucometro. Una buona conoscenza dei propri livelli glicemici facilita la gestione del diabete. È consigliabile misurare la glicemia almeno 6 volte al giorno, prima di ogni pasto compresi gli spuntini e prima di andare a dormire.

LA PENNA INSULINICA

Per l’iniezione si utilizza la penna iniettiva pre riempita o usa e getta, strumenti discreti e che possono essere portato ovunque. Per essere certi del suo buon funzionamento è bene tenere le penne che non sono in uso nel frigo e dopo il primo utilizzo conservarla a temperatura ambiente. Fare attenzione alle data di scadenza e proteggere l’insulina dal caldo eccessivo, dall’umidità e dalla luce. Rimuovere l’ago dopo ogni uso e smaltire secondo le norme vigenti.

IPOGLICEMIA

L’ipoglicemia è il rapido abbassamento al di sotto dei valori normali del livello di zucchero nel sangue e rappresenta la più frequente delle complicanze acute del diabete. L’ipoglicemia è più frequente nell’intervallo fra i pasti e nelle ore notturne.

LE CAUSE – Il mancato rispetto degli orari e della tipologia della dieta, l’attività fisica non prevista e il sovradosaggio di insulina o di ipoglicemizzanti.

I SINTOMI – Sensazione di malessere generale, senso di fame, debolezza, spossatezza, mal di testa, tremori, sudorazione, palpitazioni cardiache. Ma anche indebolimento della vista, pallore, sonnolenza, depressione, irritabilità, cambiamento di personalità e difficoltà di risveglio.

Alla base del diabete sta l’alterazione di uno dei tanti meccanismi di controllo omeostatici che rendono possibile la vita. Il controllo della glicemia, cioè il suo mantenimento entro una gamma di valori sensibilmente costante nonostante le continue forti spinte al cambiamento in entrambe le direzioni, consente la fornitura regolare del principale carburante – il glucosio – al sistema nervoso centrale. Come tutti i sistemi di controllo automatici, anche quello della glicemia si basa su verifiche periodiche della variabile in questione – il cosiddetto monitoraggio – e su un effettore in grado di attuare interventi correttivi di direzione opposta alla variazione misurata.

Sappiamo da molti anni che, per realizzare il fine controllo della glicemia l’organismo si serve di un sistema complesso e sensibilissimo, basato sulla verifica continua della glicemia e su una pronta risposta ormonale volta a indirizzare i flussi di substrati nei diversi organi e tessuti nella giusta direzione, il tutto reso ancora più sensibile dall’intervento del sistema nervoso autonomo. L’organo chiave ove sono situati sia il sensore che il principale effettore dell’apparato di controllo della glicemia è l’isola di Langerhans. Il guasto associato al diabete riguarda l’effettore, cioè la parte dell’apparato di controllo deputata alla correzione della glicemia, e in particolare la parte di esso deputata alla sua riduzione.

La glicemia va dunque incontro a oscillazioni prevalentemente verso l’alto, tanto più ampie quanto più il sistema di controllo è compromesso. Passando dalle forme più lievi di ridotta tolleranza al glucosio, al diabete tipo 2, al diabete tipo 1 insulino-privo, possiamo immaginare un continuum di difettoso controllo glicemico paragonabile dapprima a una ridotta sensibilità, poi a una staratura e infine a una totale rottura, con incontrollata salita della glicemia In attesa di trovare una cura che ripari in modo definitivo l’apparato di controllo, la terapia del diabete si è sempre basata sul rafforzamento delle ridotte capacità ipoglicemizzanti dell’organismo. Pur senza raggiungere la guarigione, tale terapia può essere oggi molto efficace, consentendo di avvicinarsi alla normalizzazione delle oscillazioni glicemiche e di prevenire le conseguenze nocive della cronica iperglicemia. In particolare nel diabete tipo 2, la terapia si basa sul ripristino della sensibilità del meccanismo di controllo fisiologico, sul quale si attua un specie di risettaggio: che si tratti di dimagrimento, attività fisica e/o farmaci, quando la terapia funziona, il controllo glicemico così ottenuto è dunque praticamente perfetto. Invece, nei casi di diabete tipo 2 in cui si rende necessaria una terapia sostitutiva con insulina, così come nel diabete tipo 1, il normale apparato di controllo automatico viene messo fuori-gioco e si rendono necessari interventi “manuali” di monitoraggio e di correzione.

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È inevitabile che il controllo “manuale” sia meno fine di quello automatico, ma con gli strumenti oggi a disposizione è possibile raggiungere risultati molto buoni, impensabili solo venti anni fa. La necessità di sostituire una parte dell’apparato di controllo, infatti, impone di ripristinare tutte le sue parti, compreso il sensore. Ora, mentre l’effettore – l’insulina – era già disponibile da più di mezzo secolo, ancora alla fine degli anni ’70 non disponevamo di un valido mezzo per monitorizzare con sufficiente rapidità e precisione le oscillazioni della glicemia.

Il problema nasce dal fatto che, come accade per altre variabili biologiche fra cui colesterolo e pressione arteriosa, le oscillazioni della glicemia, a meno che non raggiungano valori estremi verso il basso o verso l’alto, non si avvertono. Basandosi sui sintomi è possibile prevenire i più gravi scompensi, ma si corrono rischi, e le complicanze tardive sono dietro l’angolo. Bisognava dunque dosare direttamente la glicemia, o il suo derivato, la glicosuria. Una cosa però era chiara sin da allora: il monitoraggio della glicosuria – e anche il monitoraggio della glicemia, fosse pure continuo – effettuato in condizioni particolari, come durante un ricovero ospedaliero, aveva poco significato rispetto all’automonitoraggio effettuato dal paziente o dai suoi genitori nella vita di tutti i giorni, al fine di un aggiustamento della terapia appunto nella vita abituale.

Un primo grande progresso nella cura del diabete avvenne in quegli anni con l’introduzione dell’automonitoraggio della glicosuria (il primo prodotto in commercio, si basava sull’uso di una provetta e di un contagocce per urine e acqua, che andavano versate su una compressa reattiva: il colore finale del liquido dava un’idea semi-quantitativa del glucosio nelle urine). Grazie a quel sistema molti bambini e adulti con il diabete tipo 1 poterono prevenire gli scompensi acuti del diabete e migliorare i risultati della terapia nel lungo periodo. Il grande cambiamento che ha rivoluzionato la cura del diabete, come e forse più di tanti progressi farmacologici e tecnologici, pure importantissimi che ci sono stati, è avvenuto all’inizio degli anni ’80 ed è consistito nello sviluppo di tecniche pratiche e affidabili per la misura della glicemia capillare. Il primo prodotto, in commercio già da qualche anno, consisteva in una striscia reattiva che cambiava colore in proporzione alla reazione fra glucosio nel sangue e la glucosioossidasi presente sulla striscia. Al tempo stabilito la striscia doveva essere lavata e il colore poteva essere confrontato con una scala colorimetrica. Poi venne prodotto e diffuso un lettore elettronico che effettuava una lettura colorimetrica strumentale: pesava circa un Kg e andava collegato alle rete elettrica. Infine vennero introdotti i pungidito a scatto che finalmente consentirono di ottenere la goccia di sangue in modo del tutto indolore.

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