Andrea Bocelli ricorda l’infanzia vivace di suo figlio

Suo figlio Matteo lo chiama semplice- mente «babbo» perché, prima della star internazionale, c’è Andrea Bocelli, il suo papà. Insieme sul palco di Sanremo hanno emozionato il pubblico con le loro voci. «Ma non si tratta di un passaggio di consegne», specifica il grande tenore, che all’erede ha ceduto in diretta la sua giacca di pelle portafortuna. La stessa che aveva indossato 25 anni fa all’Ariston. «Matteo sta studiando al conservatorio, deve ancora crescere per diventare un cantante con la “c” maiuscola».

E il suo secondogenito – nato dal primo matrimonio di Bocelli con Enrica Cenzatti – non fa una piega: «Per me è un grande onore duettare col mio babbo, anche se cantiamo insieme fin da quando ero bambino», sottolinea il ragazzo.

Andrea, hai l’aria di un padre che non regala niente. E sempre stato così? «Ricordo un periodo in cui prendeva troppe note e allora fui costretto a prendere una decisione drastica…».

«Matteo era abbastanza vivace da ragazzino. C’è stato un anno in cui a scuola prendeva una nota dopo l’altra. Gli dissi: “Alla prossima sarò costretto a punirti”. La nota è arrivata e ha avuto la sua punizione. Gli tolsi tutti gli svaghi: il telefono, i videogiochi. È stato il mio modo per spiegargli che cosa gli sarebbe successo nella vita mantenendo un comportamento simile».
Perché l’idea del duetto?

«Questo duetto è nato in ragione di una bella canzone, dal titolo Fall on me (in inglese significa “cadi su di me”, ndr). Quando l’ho sentita ho capito che era più vicina al suo mondo che al mio. È una canzone molto “ispirata”».

Che sensazioni ha vissuto per il ritorno a Sanremo? «La gara ha un’adrenalina diversa. Il Festival è la grande occasione della musica italiana, ma anche un salto senza rete per chi vi partecipa come concorrente. In cinque minuti si decide una carriera. Venticinque anni fa anch’io andai a Sanremo a giocarmi il futuro e il sogno di vivere di musica. I miei genitori erano in platea. Mio padre era molto timido, era in fondo al teatro, con le spalle appoggiate al muro. Soffriva per me. Oggi sono più fortunato di lui, canto con Matteo con grande serenità».

Il suo ultimo album si intitola semplicemente Sì: come mai questa scelta? «Si vive un mondo pieno di “no”. E se non è ben giustificato lascia sempre una ferita. Mi sono sempre sforzato di essere ottimista. Ho chiamato il mio album Sì come risposta che vogliamo tutti quando chiediamo un bacio, perdono oppure un abbraccio».

Dopo 25 anni di carriera il palco le fa ancora paura? «Ci sono situazioni e situazioni. In tutti questi anni mi sono abituato ai miei concerti, altrimenti il cuore avrebbe protestato. Ma ammetto che ci sono eventi di importanza diversa, dove la tensione è forte perché non puoi sbagliare». Che ne pensa dei giovani tenori de II Volo, che uniscono il pop alla lirica, suscitando anche qualche critica?
«È sempre e soltanto il pubblico a decidere. Se questi tre ragazzi riusciranno a portare in giro per il mondo la musica italiana sarà un fatto positivo.

Le critiche non portano da nessuna parte. Bisogna cercare di essere costruttivi nella vita: non è certo distruggendo che si fa qualcosa di buono». Quando è nato il suo amore per la musica?
«La passione per l’opera ce l’ho fin da bambino. Poi ho fatto pianobar per guadagnare i primi soldi, comprarmi gli strumenti e avvicinare le ragazzine. E mi sono avvicinato pure alla musica leggera».

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