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Gigi D’Alessio non canta più con Anna Tatangelo: “non vogliamo diventare come Romina e Albano”

Nella vita sono molto  innamorati. Quando però si tratta di scelte artistiche ognuno va per la propria strada. Gigi D’Alessio non ha dubbi: non canterà più con la dolce metà Anna Tatangelo. Lo aveva fatto nel 2002 con Un nuovo bacio ed era andata benissimo. Ma adesso ognuno è concentrato sulla propria carriera. Il cantautore napoletano ha appena pubblicato il nuovo album Noi due, in cui duetta con altri cantanti famosi, tra i quali Fiorella Mannoia e Gué Pequeno.

Anna, invece, si divide tra la musica e la televisione.

Lontano dai riflettori, però, i due artisti (che hanno oramai superato la crisi del 2017) appaiono più uniti che mai e felici insieme al loro piccolo Andrea, nato nove anni fa. Del resto per amore di Anna, Gigi si è separato dall’ex moglie Carmela Barbato, madre dei suoi figli maggiori, Claudio, Ilaria e Luca.

Gigi, perché non canti più con Anna?

«Perché altrimenti diventiamo come Al Bano e Romina, senza nulla togliere loro (ride, ndr). A parte gli scherzi, noi non siamo nati come coppia artistica. Nel 2002 abbiamo cantato insieme Un nuovo bacio, che è stato un grande successo. Poi basta, ognuno ha fatto la propria carriera…».

Insomma, ci stai dicendo che preferisci tenere separata la vita privata dal lavoro?

Più che altro Anna e io non vogliamo essere una coppia artistica. Se ci va di cantare insieme, lo facciamo».

Credi che ci siano pregiudizi nei vostri confronti?

«Non su di noi in particolare: nella vita io ho fatto fatica a registrare duetti. Insomma, ho dovuto combattere contro i pregiudizi che circolano nel nostro ambiente».

Quindi i Noi due del titolo del cd non siete tu e Anna?

«No, siamo io e la mia, ombra, cioè le mie origini: io sono prima napoletano e poi italiano. Quando diciannove anni fa portai a Sanremo Non dirgli mai, presentai il brano con una frase in napoletano. Mi dissero che ero pazzo!».

In che senso?

«Sono stato vittima di una serie di pregiudizi negli anni, in quanto napoletano. Se nasci

in qualsiasi città d’Italia, da Roma in su, sei un cantautore di quella città. Se invece nasci a Napoli, sei un neomelodico: è quasi razzismo culturale. Allora anche Eros Ramazzotti è neomelodico?».

Come ti sei sentito?

«Io mi sono sempre sentito fortunato di essere nato a Napoli, non certo uno sfigato. Ma, dal momento in cui sono partito dalla mia città per il primo Sanremo, sono cominciati i problemi legati alle mie origini. Ho perfino avuto difficoltà a trovare qualcuno che dirigesse l’orchestra al Festival. Il successo popolare sembra dare fastidio. Eppure Mogol, uno che di canzoni ne ha scritte, ha sempre detto che la musica arriva dal popolo!».

Come hai superato le difficoltà di cui parli?

«Quello che ho subito è stata la mia forza, mi ha aiutato a non mollare. Mi dicevo sempre: “Perché parlano senza a- ver ascoltato il disco e senza sapere che c’è in un mio brano?”. Ripetevo: “Ognuno ha i suoi gusti, a me non piace la pasta e ceci, ma non posso dire che non sia buona”. La musica è bella perché è varia. Oggi per fortuna non è più un problema cantare in napoletano».

«Ho ricevuto tante porte in faccia»

Cos’è per te la musica?

«È un incontro. Non salviamo vite umane e non muore nessuno se sbagliamo una canzone. Senza recensioni e articoli positivi su di me sono durato vent’anni: spero di non dover cambiare lavoro adesso che scrivono bene di me».

Questo nuovo disco rappresenta la tua rivincita?

«Sì, ora mi apro al mondo. Sto vivendo una nuova era, ma ci sono voluti tanti anni per togliermi un certo marchio di dosso. Sono contento di aver sconfitto i pregiudizi».

Hai ricevuto tante porte in faccia nella tua carriera?

«Sapessi quanti “No” ho ricevuto… Tutti fanno male, dal più piccolo al più grande: eppure se metto le mani sul pianoforte so quali sono le note. Ho avuto sempre voglia di combattere. Nessuno mi ha regalato niente. Ho venduto milioni di dischi e solo ora sono riuscito ad avere collaborazioni importanti. Sono passati 27 anni, mica un giorno solo…».

Oggi ti senti fortunato?

«Siamo fortunati perché viviamo di musica. Chi lavora davvero è chi va in fabbrica, chi si è laureato ed è costretto a fare il cameriere. Noi siamo fortunati perché siamo pagati per divertirci. Poi, certo, lo facciamo dopo anni di studi, non ci siamo svegliati una mattina e abbiamo deciso di fare questo lavoro».

L’amore che canti è quello che vivi anche tu?

«Quando scrivo un testo, io divento il protagonista, anche se quella storia non l’ho vissuta. L’amore può regalarti il mondo, ma se ti abbandona diventa tutto nero. Quando un amore finisce, ti rimangono le ferite. Io scrivo sempre quello che vivo o quello che sto capendo in quel momento».

Rifarai The voice of Italy?

«Mi hanno assicurato: “Se si rifarà, la prima poltrona sarà la tua”».

E Sanremo?

«Non ho in mente di andarci. Poi ho in programma tre puntate di show su Raiuno e un tour già organizzato. Ma se Sanremo chiamasse…».