Checco Zalone, il comico con ‘Tolo Tolo’ ha sbancato ancora i botteghini

Lo aspettavano tutti al varco. Dopo il I successo clamoroso di Quo vado? I che quattro anni fa incassò ben 65 I milioni di euro solo in Italia, Tanti pensavano che Checco Zalone, al secolo Luca Medici, non potesse ripetersi.

Tanto più con un film diretto da lui stesso in prima persona, alla prima esperienza di questo tipo, e incentrato su un tema, l’immigrazione, che in Italia accende gli animi e scatena le tifoserie. Invece ha vinto lui, ora possiamo dirlo con certezza. Nei primi nove giorni di programmazione (i dati che abbiamo a disposizione prima di andare in stampa) Tolo Tolo ha incassato oltre 36 milioni, Il record di Quo Vado? (che restò nelle sale ben tre mesi) difficilmente verrà superato, è vero, ma poco importa: i 20 milioni spesi per il film (un budget eccezionale per il cinema italiano) sono stati ampiamente ripagati.

Ricordiamo Checco Zalone fin dai tempi in cui era un comico di Zelig. Aveva iniziato impersonando un cantante neomelodico, ignorante e presuntuoso, affamato di sesso, che riempiva i testi delle sue canzoni di allusioni scollacciate. Il talento comico era evidente, e si imponeva, la risata era facile ma potente. Aiutava anche la sua bravura come musicista, che gli consentiva di realizzare brani satirici orecchiabili da tutti.

Ad esempio Siamo una squadra fortissimi, inno ironico della Nazionale di calcio italiana ai Mondiali del 2006. Inno che portò fortuna, visto che poi quei Mondiali li abbiamo vinti. Il personaggio di Checco Zalone (una trasposizione dall’espressione pugliese “che cozzarne”, come dire “che cafone”) si prestava anche a imitazioni allegre e irriverenti di cantati famosi, tipo Jovanotti e Tiziano Ferro, sempre con la parolaccia finale a stravolgere il senso dei brani romantici delle sue “vittime”.

Insomma, Checco Zalone era un bravissimo comico, sempre divertente da vedere, un po’ eccessivo, forse, per chi non ama le volgarità. Nulla però, negli anni del suoi primi successi, lasciava presagire che sarebbe diventato il re dei botteghini e, almeno per gli incassi, del cinema italiano tutto intero. I primi film (di grande successo) non sembravano però troppo diversi dai film d’esordio di tanti comici televisivi, che partono con il botto e poi, in seguito replicano più o meno lo steso copione, con un inevitabile declino in termini di qualità e anche di spettatori.

Con Zalone è avvenuto l’opposto: la sua maschera con il tempo si è arricchita, ha acquisito forza, profondità, significato . Al punto da riuscire a imporre al pubblico un film con un tema diffìcile e drammatico, senza per questo pagare pegno al botteghino. Insomma, Zalone piace a tutti, persino a quelli che non fa ridere, anche agli intellettuali che si vergognano, talvolta, di vedere i suoi film al cinema, e poi se la spassano a casa guardandoli in dvd. Piace persino alle vittime della sua satira pungente, ad esempio l’ex governatore della Puglia Nichi Vendola, imitato da Zalone in modo spietato in passato, e che in Tolo Tolo fa una breve ma spassosa caricatura di se stesso.

Perché Zalone funziona? NelPultimo film (un consiglio, se non l’avete ancora fatto vedetelo, non è buonista né scontato), così come nei quattro precedenti, il dottor Luca Medici, laureato in Giurisprudenza, ispettore di polizia mancato, travestendosi da Checco Zalone mette in scena una maschera, caricaturale ed eccessiva, certo, ma profondamente veritiera, dell’italiano medio, dei suoi difetti, delle sue manchevolezze, ma anche della sua profonda umanità, che trascende ogni ideologia.

Lo Zalone rozzo e ignorante ma desideroso di apparire colto e alla moda, amante dell’avventura ma inchiodato al posto fìsso, insofferente delle tasse ma con la pretesa che lo Stato gli risolva la vita, pieno di pregiudizi ma pronto a soccorrere chi fino a un minuto prima detestava, sbrigativo e al tempo stesso impacciato con le donne, non è altro che, portato all’eccesso, il lato nascosto di ciascuno di noi. Un lato che magari seppelliamo dietro una facciata di buoni sentimenti e buone maniere, che resta inconscio, ma che Zalone fa venire alla luce, nel modo più favorevole: anche i nostri difetti, anche i nostri limiti, sono parte della nostra umanità.

Non dobbiamo vergognarcene più di tanto, perché in fondo siamo buoni lo stesso, nonostante loro. Anzi, anche per merito loro. Tanti hanno paragonato Zalone ad Alberto Sordi proprio per la capacità innata di mostrare i vizi e le virtù degli italiani, facendoli ridere ma, in qualche modo, aiutandoli anche a prenderne coscienza. Il paragone è giusto, anche se ci vorranno decenni prima che Zalone possa dire di avere avuto una carriera come quella di Sordi. Ma la forza di fondo della sua maschera è esattamente quella: Zalone racconta la nostra anima profonda, svela le pulsioni di cui un po’ (giustamente) ci vergogniamo, e così facendo ci aiuta a prenderne coscienza, e magari a migliorare. Almeno un pochino, senza esagerare. Perché Checco riderebbe se qualcuno lo giudicasse un riformatore della società, anzi farebbe un’espressione delle sue. A lui in realtà basterebbe solo, per citare una battuta del film, avere in Italia «l’iva al 5 per cento, come in Liechtestein».

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