Dove vedere Juventus – Atalanta Streaming Gratis alle ore 18:30

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Juventus Atalanta si disputerà, Mercoledì 16 dicembre 2020, alle ore 18.30  La partita sarà visibile sui canali Sky e nello specifico sui canali Sky Sport, sia sul satellite che sul digitale terrestre ed ancora Sky sport Arena al numero 204 del satellite.

Ovviamente chi vorrà potrà seguire anche il match in diretta streaming. Gli abbonati potranno affidarsi a Sky Go per poter vedere il match, scaricando l’app su dispositivi mobili quali computer e notebook o ancora tablet e smartphone. Ci sarebbe ancora un’altra possibilità, ovvero guardare il match su Now Tv, il servizio di streaming live e on demand di Sky che da la possibilità di poter assistere ai più importanti incontri di calcio, ovviamente dopo aver acquistato uno dei pacchetti offerti.

Diceva Plinio il Vecchio parecchi secoli fa che casa è il posto in cui si trova il cuore. Alvaro Morata ne lasciò un pezzetto a Torino in quell’estate del 2016, quando il Real lo riportò in Spagna esercitando il diritto di riacquisto, perché era sicuro che prima o poi sarebbe tornato. E non solo per salutare vecchi amici, ma per restituire a società e tifosi un po’ di tutto quello che gli avevano dato, ricambiati, nei due anni trascorsi insieme. Casa è il posto in cui ci si sente completamente a proprio agio, riuscendo a dare il meglio di sé.

E’ quello che sta accadendo all’attaccante spagnolo, che alla Juventus ha trovato quella continuità che per un motivo o per l’altro gli era sempre mancata nelle precedenti avventure: di prestazioni e di gol, come raccontano le 9 reti in 14 partite giocate tra campionato e Champions. Un nove a caccia del dieci, che contro l’Atalanta tornerà titolare dopo due giornate di A (una saltata per squalifica, l’altra in panchina per scelta tecnica) con l’obiettivo di andare in doppia cifra.

Basta un rapido sguardo alle partenze di Alvaro per accorgersi che questa finora è la miglior stagione di sempre. Solo una volta (nel 2016-17 con il Real) si era avvicinato a certe cifre: 8 centri ma con più gare giocate (17). E’ anche la prima volta che Morata parte segnando così tanto in Champions: 6 reti, suo record di sempre, tutte pesantissime per la qualificazione agli ottavi.

In Coppa ha esultato l’ultima volta: due settimane fa all’Allianz Stadium contro la Dinamo Kiev Oggi contro la squadra di Gasp potrebbe esserci la sua prima festa casalinga in campionato: finora Alvaro ha fatto tre gol ma tutti in trasferta (contro Crotone, Spezia e Benevento). Con l’Atalanta regalò la prima gioia ai tifosi bianconeri: 27 settembre 2014, sostituì Llo-rente al 22’ del secondo tempo e 16 minuti più tardi inchiodò i bergamaschi sul 3-0 con una zuccata imperiosa.

In quella prima annata da bianconero Allegri lo usava spesso come attaccante di scorta, ma da allora tante cose sono cambiate. Alvaro è più maturo, più sicuro, più risoluto. Gli basta avvertire la fiducia per riuscire a offrire il meglio. Alla Juve ha ricominciato a sentirsi desiderato, quell’effetto inebriante che ti avvicina all’onnipotenza. Alvaro non è solo un uomo gol ma anche un uomo squadra. Spizza, pressa, recupera, apre spazi, riempie l’area di rigore. Pirlo gli chiede movimenti continui per smarcarsi e farsi trovare al posto giusto al momento giusto. Un altro come lui nella Juventus di oggi non c’è, perché quando gioca Dybala (che ha caratteristiche completamente diverse) manca un punto di riferimento in mezzo all’area. Nella seconda vita in bianco e nero, lo spagnolo è riuscito anche a trovare quel feeling con Ronaldo che era mancato negli anni di convivenza alla corte del Real: i due si cercano come vecchi compagni di scuola.

«Alvaro è forte e aveva solo bisogno di continuità e fiducia — ha detto di lui Pirlo —. Se sta bene mentalmente diventa uno degli attaccanti più forti in circolazione, in grado di essere fondamentale per la Juventus e per qualsiasi altra squadra. Si sente a casa e quando sei libero mentalmente le tue qualità vengono fuori». Casa per Morata è anche lo Stadium, dove cerca il primo gol stagionale in A in una gara delicata, che la Juventus vuole vincere ad ogni costo.

E dopo i gol al Torino e al Barcellona, che hanno entusiasmato e rifatto gli occhi ai tifosi bianconeri, è arrivato anche l’assist con la nuca, ennesimo gesto atletico di Weston McKennie. Il texano è riuscito in meno di tre mesi di Juventus a conquistare il popolo bianconero, impazzito per il ragazzone che ha una carica di simpatia poco comune e contagiosa, che in campo non si tira mai indietro, combattivo e grintoso, che si è inserito alla grande nello spogliatoio.
Amato dai tifosi, ma pure dai compagni di squadra: va a cena con De Ligt e Kulusevski, con il “panita” Cuadrado ha un’intesa mentale visto che il colombiano gli ha servito entrambe le palle gol, scherza con Morata che lo immortala con le sue inseparabile scarpe a rotelle con cui si muove all’interno della Continassa, Cristiano Ronaldo lo chiama “Texas boys” e se lo prende sotto la sua ala protettrice, un onore per McKennie cresciuto nel mito di CR7. E per ultimo, la corsa e l’abbraccio con Dybala a Marassi, felice come non mai per il primo gol in campionato della Joya, quasi l’avesse segnato lui.

Non stupisce quindi che il texano sia diventato un fenomeno mediatico e che i tifosi ne apprezzino le qualità incoronandolo come il nuovo Vidal. «Non avrà la tecnica di Arthur, non avrà il recupero palla di Bentancur e neanche la progressione di Rabiot, ma McKennie ha tutte queste caratteristiche insieme, è atletico, bravo a inserirsi e segna pure» scrivono di lui sul web. Difende, segna e recupera palloni: tutte caratteristiche che ne fanno un acquisto assolutamente azzeccato. Quest’estate, quando la Juventus, alla ricerca di un centravanti, tentenneva intorno a Luis Suarez perché non aveva la cittadinanza italiana visto che l’ultimo posto libero di extracomunitario era stato consegnato all’americano, sconosciuto ai più, arrivato in prestito dallo Schalke 04, molte critiche sono piovute sulla testa di Fabio Paratici. McKennie, chi è costui? Si chiedevano. E hanno dovuto ricredersi perché Weston ha fatto vedere il suo valore in campo dimostrando che l’uomo mercato della Juventus aveva avuto ragione prediligendo lui in una lista di centrocampisti anche più quotati e dai cognomi più altisonanti.
Invece, con l’approvazione di Andrea Pirlo, è stato scelto McKennie perché possiede caratteristiche che gli altri centrocampisti della Juventus non hanno: l’interdizione, il cambio di passo e l’inserimento senza palla «che è una delle sue doti migliori» ha sottolineato il tecnico bianconero. E, citando invece Paratici, «ha ancora ampi margini di miglioramento». Ovvio, a 22 anni, Weston si trova di fronte a una svolta professionale: non che in Germania sia stato soltanto una comparsa dal momento che ha totalizzato 75 presenze in Bundesliga, 4 reti e 4 assist, per 5031 minuti in campo e ha già giocato con la maglia dello Schalke 04 sei partite di Champions segnando pure un gol alla Lokomotiv Mosca, però l’approdo a Torino gli ha permesso di compiere un salto di qualità. E di restare stabilmente sui palcoscenici europei dove anche le avversarie – vedi il barcellona – hanno imparato a conoscere il talento straordinario del texano.

C’e l’urna sarà stata benevola, lo scopriremo unicamente al termine dei 180 minuti degli ottavi di Champions League. Certo è che la Juventus ha pescato una delle avversarie maggiormente auspicabili nell’urna delle non teste di serie, ovvero il Porto (in alternativa l’altra candidata più morbida avrebbe potuto essere il MÖnchengladbach). Evitati confronti delicati con gente come Atletico Madrid, Siviglia e Lipsia. Ma è altrettanto certo che si tratta dello stesso stato d’animo vissuto un anno fa, quando la pallina regalò il nome dell’Olympique Lione, allora apparso come il migliore degli incroci possibili. In casa bianconera, e non solo, tutti ricordano benissimo come andò invece a finire contro i francesi: lo 0-1 incassato all’andata pesò tremendamente in un ritorno disputato in un insolito 7 agosto, alla ripresa di una attività attardata dalla gravissima emergenza causata dal Coronavirus. Il 2-1 all’Allianz Stadium, con doppietta di Cristiano Ronaldo, non ribaltò la sconfitta. La Juventus uscì anzitempo dal torneo e l’eliminazione provocò il divorzio da Maurizio Sarri, con l’avvento di Andrea Pirlo in panchina.

L’altro aspetto fondamentale di cui tenere conto, e su cui ogni allenatore batte inesorabilmente, è l’ingresso in una fase della Champions League in cui l’eliminazione diretta cambia volto alla manifestazione: un playoff con partite di andata e ritorno in cui è vietato sbagliare. E non conta solamente la formula, decisiva anche una forma che può cambiare, passando da smagliante oggi e meno brillante tra febbraio e marzo, o viceversa. Prendete proprio il Porto, che ospiterà i bianconeri il 17 febbraio e cui renderà visita il 9 marzo. Oggi i portoghesi sembrano la copia esatta della Juventus sotto il profilo dei risultati, irresistibili in Europa e meno convincenti in patria. Anche il Porto è terzo in classifica come i bianconeri, anche il Porto è andato bene in Champions come i bianconeri. Con 13 punti è stato tra le migliori seconde, in un girone in cui le avversarie erano sì abbordabili come Marsiglia e Olympiacos, ma in cui ha saputo creare qualche grattacapo al Manchester City. E le tre reti complessive sono state tutte incassate nella trasferta inglese al debutto del gruppo: nelle restante cinque partite, il Porto ha concluso senza prendere gol (mentre in campionato sono già 13 in 9 giornate).

Una resistenza difensiva unita alla capacità innata delle squadre portoghesi di far giocare male gli avversari. O, perlomeno, di rendere loro la vita molto complicata, con una sapienza tattica simile a quella di noi italiani. Il Porto di Sergio Conceiçao non fa eccezione, con un sistema di gioco molto chiuso in cui i tre centrali sono spesso affiancati dagli esterni in fase difensiva, un assetto di difficile decrittazione da parte della controparte. E occhio al tecnico, uno che alla Juventus ha già tirato uno scherzo il 29 agosto 1998. Al fu Delle Alpi è in palio la Supercoppa italiana, i bianconeri ospitano la Lazio, che passa in vantaggio con Pavel Nedved. A tre minuti della fine pareggia Alex Del Piero su rigore e, nel recupero, firma il 2-1 proprio il portoghese appena arrivato dal Porto. La società in cui torna nel 2017 come allenatore, riportandola immediatamente alla conquista di un titolo nazionale che mancava da cinque anni.

E proprio su Sergio Conceiçao si sofferma Nedved, per analizzare il doppio impegno che attende la Juventus: «Lo conosco bene, abbiamo giocato insieme nella Lazio – ricorda il vicepresidente bianconero -. È un ottimo allenatore, propone un 3-5-2 organizzato: saranno due sfide difficili. Poi in Champions sono tutti forti, nell’ultima edizione siamo usciti con il Lione. Parliamo di squadre abituate a disputare queste partite e lo stesso vale per il Porto. Sarà importante arrivare al momento giusto in forma». Per Nedved la ricetta è semplice: «Gli ottavi vanno affrontati come abbiamo fatto con il Barcellona, giocando il nostro calcio per crescere e avere le nostre convinzioni. Con queste convinzioni dobbiamo affrontare il Porto. Possiamo anche essere favoriti, non è un problema. Il problema, ripeto, è arrivare a quel momento in ottima forma e l’ultima volta non ci siamo riusciti. È bello approdare a questa fase del torneo perché è molto difficile da affrontare, tutti ti mettono in difficoltà. In questa Champions può veramente vincere qualsiasi squadra. L’ultimo passaggio per Cristiano Ronaldo, che ritorna in Portogallo da avversario: «Cristiano viene dallo Sporting, sarà un derby per lui. Comunque è sempre concentrato e difficilmente sbaglia queste sfide». E non vuole sbagliarla Leonardo Bonucci che, nell’ultimo incrocio con il Porto nel 2017, all’andata si sedette su uno sgabello in tribuna – come raccontiamo a pagina 13 – dopo un furibondo confronto con l’allora tecnico Massimiliano Allegri: «Con Juve-Porto la mia carriera ha la straordinaria quanto rara occasione di fare un prezioso passo in avanti – posta il difensore centrale su Instagram -. Sono passati 1.391 giorni da quella partita. Giorni che mi hanno insegnato quanto sia importante per un giocatore riuscire a mettere da parte l’ego personale a favore del bene della squadra. Voglio sfruttarla al meglio. Con motivazione, passione e amore per la maglia che indosso».

Tanta determinazione e tanta pazienza, come nel derby. E di nuovo una vittoria, che consente alla Juventus di restare nel gruppo di testa e di ritrovare dopo moltissimo tempo i due successi consecutivi in campionato: erano diventati merce rara a cominciare dalle ultime otto giornate della scorsa stagione. Il 3-1 in casa del Genoa non è stato luccicante come il successo di martedì al Camp Nou e non avrebbe potuto essere diversamente, per il logico assetto chiuso degli avversari, in crisi di punti e presentatisi al fischio di inizio con ben otto assenti. È comunque un risultato fondamentale perché la Juventus ha ripreso in mano una partita che aveva faticato ad aprire, con la rete del vantaggio giunta soltanto nella ripresa e dopo un primo tempo fatto di pochi guizzi contro il monolite avversario. Riagguantata a mezz’ora dal 90′, avrebbe potuto lanciarsi in un assalto confuso. Ha invece ragionato, sfruttando la panchina per un surplus di freschezza che ha messo in ginocchio il Genoa: i due rigori sono frutto di una lucidità svanita per eccesso di stanchezza.
Su tutti, ovviamente, Cristiano Ronaldo, ancora una volta glaciale dagli undici metri. Due i rigori realizzati con il Barcellona, due quelli messi a segno a Marassi: il primo nato per una iniziativa di Cuadrado fermata fallosamente da Rovella, con un intervento a metà tra inesperienza e sfinimento; il secondo grazie al pressing di Kulusevski, che ha mandato in confusione Pellegrini il cui pallone è schizzato in area per l’entrata dannosa di Perin su Morata. Una doppietta che conferma l’infallibilità del portoghese con le genovesi, contro cui ha sempre segnato: 10 reti in 8 partite. E due gol che lo issano a quota 754, il modo più degno per celebrare le 100 presenze con la maglia bianconera e continuare la rincorsa al terzo posto di Pelé (a quota 767) nella classifica dei marcatori di tutti i tempi.
Ronaldo certo, ma anche (e forse soprattutto) Paulo Dybala. La partita di Genova lo riporta al centro delle dinamiche bianconere, e non soltanto per il primo gol in campionato. La sua prestazione è cresciuta con il trascorrere dei minuti, fino a deflagrare in occasione della rete dell’1-0, frutto delle idee del calcio verticale che piace a Pirlo e delle qualità dei singoli: il lancio di De Ligt per il tocco di testa di McKennie, bravo a vedere il movimento in area del numero 10. Il controllo e il sinistro sul primo palo non hanno dato scampo a Perin. Dybala che, a un certo punto, si è visto anche nel tridente, l’altra novità di giornata al Ferraris. Per pochi minuti, ma comunque significativa: Morata entra al 22′ st e Dybala esce 16 minuti dopo. Una scelta ben precisa di Pirlo, che si affida a un sistema di gioco a trazione anteriore dopo il pareggio del Genoa (tocco dolce dell’ex Sturaro sul secondo palo su cross di Pellegrini: unica distrazione juventina), venendone ripagato dal rigore del 2-1. Una soluzione che il tecnico ha adottato perché ha visto la Joya in palla come mai capitato finora e che rischia di diventare un tormentone come la passata stagione. La sensazione è che la rivedremo, in certe situazioni di gioco e condizione dei singoli, ma non ancora come un atteggiamento di partenza.
E, a proposito di atteggiamento, la Juventus torna rafforzata dalla trasferta. Perché Pirlo ha visto in atto quanto predica da inizio stagione: ovvero una squadra alta, pronta a riaggredire il portatore di palla avversario per riavviare immediatamente la fase offensiva. Una Juventus che ha peccato nelle proposte in area dalle fasce (serata storta di Alex Sandro) ma che ha inseguito con maggiore determinazione l’occupazione degli spazi a dettare il lancio o l’appoggio rasoterra. Un lavoro di cui McKennie si è rivelato ancora una volta interprete eccellente, al di là del suo inserimento nell’azione dell’1-0. E una Juventus che ha trovato conforto immediato anche da chi è entrato partita in corso: basti vedere il modo in cui sono scesi in campo prima Morata e poi Kulusevski, decisivi nella costruzione del 3-1. Nell’epoca delle cinque sostituzioni la panchina lunga non può essere un lusso, bensì una carta decisiva da giocare quando le avversarie vanno in debito di ossigeno. Come è capitato a Genova, per tre punti fondamentali in ottica campionato: l’Atalanta già incombe mercoledì.

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