Diego Armando Maradona
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Maradona eredità, assalto al patrimonio di Diego

Cosi prematura e improvvisa, da risultare irreale. La morte a 60 anni di Diego Armando Maradona, idolo del calcio mondiale, ha destato una ondata straordinaria di cordoglio e di stupore. Sembra impossibile che sia scomparso così, stroncato da un arresto cardiorespiratorio dopo un discusso intervento al cervello, solo in una villa in affitto, lontano dalla sua numerosa famiglia.

Dopo il funerale a Buenos Aires e i messaggi di dolore giunti da ogni parte del mondo («Un giorno giocheremo insieme in cielo», dice commosso Pelé, Punico nella storia del calcio paragonabile a Diego), restano le tante domande scomode sulla sua fine. Ha avuto le cure appropriate? Se lo chiede la magistratura argentina, che indaga per omicidio colposo il suo medico Leopoldo Luque.

Perché è morto senza nessuno accanto? Le figlie Dalma, 33 anni, e Giannina, 31, che Diego ha avuto da Claudia Villafane, ex moglie, affermano che il padre fosse in balia di una rete di sfruttatori, che lo teneva lontano da loro. Pure Diego junior, 34 anni, figlio di Maradona e della napoletana Cristiana Sinagra, esprime le sue perplessità dall’Italia.

Ma molti altri parenti non se ne curano e mirano solo a essere inclusi nella eredità, valutata in quasi 100 milioni di dollari in immobili, auto e gioielli. Anzi, oltre ai figli riconosciuti (i tre maggiori e altri due, Jana, 14 anni, e Diego Fernando, 7, frutto di relazioni con Valeria Sabalain e Veronica Ojeda), ne spuntano sette nuovi (quattro che Maradona avrebbe concepito negli anni in cui viveva a Cuba per disintossicarsi dalla droga, uno nato in Argentina, che chiede la riesumazione del cadavere del “Pibe” per la prova del Dna, uno in Messico e l’ultimo in Colombia), i quali reclamano la loro parte. Sono diversi clan familiari pronti a scagliarsi l’uno contro l’altro.

Oltre ai figli ci sono le rispettive madri, amanti di un giorno o di una vita. La fine del Diez (il Dieci, dal numero di maglia che indossava e che alcuni propongono ora di ritirare da tutte le squadre di calcio) si colora di giallo e sulle sue spoglie si scatenano liti indecenti.

Diego entra nella Clinica Olivos a Buenos Aires il 3 novembre scorso. E un uomo già provato dalla dipendenza dalla cocaina e dall’abuso di alcol, con un bypass gastrico e due attacchi di cuore superati. È terrorizzato dalla pandemia (tanto da indossare a volte un vistoso casco da astronauta per proteggersi) ed è molto depresso, perché pochi giorni prima ha compiuto i 60 anni in solitudine. Lui, che si dice abbia avuto migliaia di donne, da tempo non ha una compagna stabile (l’ultima, Rocio Oliva, ora protesta per essere stata esclusa dal funerale).

Il Diez viene operato d’urgenza per rimuovere un accumulo di sangue vicino al tessuto cerebrale (di cui ancora oggi non è chiara la causa), malgrado il parere contrario di Dalma e Giannina. Leopoldo Luque, 39 anni, il rampante neurochirurgo che sulla amicizia con Maradona ha costruito una carriera, annuncia che l’intervento da lui stesso eseguito ha avuto successo.

Dalma e Giannina compaiono al capezzale del padre, con cui da tempo hanno rapporti difficili: loro dicono che lui sia in balia di un clan di approfittatori («È come un leone sedato. Lo stanno uccidendo da dentro senza che se ne accorga», sostiene la secondogenita), il Diez replica duramente accusandole di interessarsi solo ai suoi soldi. Il blitz delle sorelle nella clinica fallisce, Maradona, dimesso, è affidato a Luque, che lo  colloca in una villa a Tigre, lussuoso sobborgo di Buenos Aires, affittata per l’occasione. Ma il 25 novembre l’avvocato Matias Moria, l’altro leader, insieme con il medico, del clan che circonda il Diez, ne annuncia la morte. È come la caduta di un velo, che copriva la verità, ristabilita da una serie di rivelazioni clamorose.

«Al momento delle dimissioni Maradona presentava chiari segni di astinenza da sostanze», dice la psichiatra Agustina Cosa-chov, che aveva chiesto per lui una assistenza continua nella villa. Gisela Madrid, l’infermiera che si occupava del Diez, conferma: «E stato assistito per le sue dipendenze, ma ci si è dimenticati del suo cuore, che presentava 115 battiti al minuto». Poi aggiunge una circostanza inquietante: «È caduto in casa, ha battuto la testa.

Non un colpo forte. Però è rimasto tre giorni così, da solo. Non guardava nemmeno la Tv. Nessuno che lo visitasse, l’aiutasse, gli facesse una risonanza magnetica. Lui non era in grado di decidere». L’ex moglie Claudia Villafane accusa il dottor Luque: «Era lui il responsabile, toccava a lui organizzare l’assistenza per Diego, che invece è stato lasciato solo». Anche Alfredo Cahe, ex medico del Diez, attacca: «È stata una follia dimetterlo così presto.

Doveva restare ricoverato». Luque replica che Maradona era ingestibile, non voleva fermarsi in ospedale e a volte neppure alzarsi dal letto a ricevere le figlie Dalma e Giannina. «Era un paziente difficile, a volte mi cacciava, poi mi telefonava chiedendomi di tornare», si difende. «Odiava i medici, gli psicologi, tutto il mondo. Ma era un mio amico, stavo sempre con lui. E non ci sono stati errori: ha avuto un attacco cardiaco, purtroppo morire così è la cosa più comune del mondo». Tuttavia non convince la procura di San Isidro, che ha aperto una inchiesta sul suo operato con l’accusa di omicidio colposo. E si diffonde l’opinione che se non avesse lasciato la Clinica il Diez sarebbe ancora vivo.

Anche Moria è finito sotto accusa. «Sei la cosa peggiore capitata a mio padre», lo ha apostrofato la combattiva Giannina. Dopo la morte di Diego, Claudia e le figlie hanno ripreso il controllo delle operazioni. L’ex moglie ha gestito le esequie, scacciando dalla camera ardente Rocio Oliva, colpevole a suo parere di aver favorito la ricaduta del Diez nella dipendenza dalla droga. Claudia e Diego sono cresciuti a Villa Fiorito, a Buenos Aires, e si conoscevano fin da ragazzi. Secondo molti biografi del Diez, è l’unica donna che abbia davvero amato. E ora Claudia, produttrice televisiva e moglie dell’attore Jorge Taiana, avrà il suo daffare per allontanare gli avvoltoi dal patrimonio di Diego. «Non è uno show», dice. «E un pezzo della nostra vita che se ne va».

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