William e Kate, larga parte dell’opinione pubblica vede di buon occhio il salto generazionale

Pubblicato il: 4 Aprile 2020 alle 5:27

Quando, il 25 marzo, Carlo d’Ingilterra, erede al trono del Regno Unito, è stato pubblicamente dichiarato positivo al coronavirus, Buckingham Palace ha tremato. Solo uno scenario di nubi fosche come quello che stiamo vivendo avrebbe potuto suggerire non solo la possibilità che la regina fosse confinata nel castello di Windsor, con il rischio di essere ella stessa positiva, ma anche che il suo erede settantunenne potesse cadere travolto dall’infezione. Sono stati giorni tumultuosi per la casa reale britannica, ore drammatiche che abbiamo ricostruito grazie agli insiders. Non era mai accaduto che il vertice dello Stato e il suo immediato successore fossero nella condizione di rischiare la vita quasi nel medesimo frangente.

Come se non bastasse anche il primo ministro Boris Johnson, reo di aver sottovolatutato inizialmente la portata della pandemia, dichiarava al mondo di essere positivo al test dell’infezione. La settimana di passione è terminata, per fortuna, con la buona notizia, diramata il 30 marzo, che Carlo ha superato senza conseguenze rilevanti il periodo di isolamento e dunque è pronto a ricominciare una vita normale. Ma è stato, appunto, un frangente in cui il Regno Unito non si era mai trovato. Un’emergenza che ha richiesto un intervento immediato, scelte rapide e non negoziabili. Gli esponenti più in alto nella linea di successione al trono sono stati posti in isolamento in luoghi diversi: la regina a Windsor, con Filippo; Carlo a Birkhall, in Scozia, assieme a Camilla; William, Kate e i bambini ad Anmer Hall, nel Norfolk. Mentre Harry e Meghan erano già volati dal Canada alla California e – per inciso – lei aveva vietato al marito, che ne avrebbe avuto l’intenzione, di tornare a Londra per dare una mano nell’emergenza sanitaria e dinastica.

William invece è stato subito al centro dell’unità di crisi, perché per 72 ore abbondanti, fino a quando si è capito che il padre non versava in condizioni gravi, è stato riconosciuto come la guida in fieri del regno, tanto che Kensington Palace ha diramato su Instagram due fotografie assai eloquenti: i duchi di Cambridge, entrambi al telefono, seduti alle rispettive scrivanie. Il messaggio è stato subito chiaro: il Regno Unito non resterà mai senza guida, la coppia è pronta ad assumere le responsabilità che la linea dinastica ha previsto per loro. In una parola: il trono. Ma torniamo alle prime ore della crisi sfiorata degli Windsor. La notizia della positività di Carlo, che a Palazzo circolava da due giorni prima del comunicato ufficiale, ha anzitutto mobilitato l’intelligence. E si è cercato di risalire alla catena di rapporti e incontri personali dai quali l’erede al trono avrebbe potuto contrarre il virus, nonostante il namasté, il saluto indiano a mani giunte che da settimane il principe aveva adottato per limitare al massimo i contatti fisici.

Non è bastato. Il 25, dicevamo, è arrivato il comunicato. Carlo ha cominciato ad accusare i primi sintomi durante il precedente weekend, tra il 20 e il 22 marzo. E visto che l’incubazione è valutata in circa dieci, undici giorni, si è arrivati a ritroso fino al 10 marzo, giorno in cui il principe ha incontrato a Londra, durante un summit sui temi climatici, Alberto di Monaco, anche lui risultato positivo al virus, il 16 marzo. «Non ci siamo mai stretti la mano, rispettando ogni regola di distanziamento», ha precisato poi il sovrano monegasco, trovandosi quasi a doversi difendere dalla possibilità di aver infettato Carlo. E infatti è solo un’ipotesi, visto il numero di persone che il principe di Galles ha incontrato nei giorni seguenti, tra cui la madre, il 12, a margine della cerimonia delle investiture a Buckingham Palace. Gli esperti si sono affrettati a dichiarare che Carlo avrebbe cominciato a essere contagioso dal giorno seguente, il 13. Viene comunque deciso il 15 marzo di trasferire la sovrana a Windsor. Solo giorni dopo si apprenderà che una donna, membro dello staff reale, è risultata positiva al tampone. È a questo punto, e prima ancora che Carlo si sottoponesse al test, che è andato in scena il distanziamento sociale degli Windsor.

Che con Carlo non è però servito. Ma la notizia del suo contagio ha avuto anche molta eco nel dibattito pubblico. «I britannici sono rimasti sbigottiti, anche perché negli anni hanno costruito con l’erede al trono una sorta di relazione personale», dice Victoria Arbiter, commentatrice esperta di case reali per la Cnn. «È stato il principe di Galles più longevo della storia e le sue vicende personali hanno influenzato il modo di vivere britannico». Ne è un esempio l’abnegazione con cui ha ricoperto il ruolo, fino al punto di rinnegare un amore per privilegiare la ragion di Stato. Un matrimonio con Diana non voluto e per questo tormentato, la morte tragica di lei, la ricostruzione di una vita: tutti tasselli che hanno inquadrato Carlo come uomo comune più che come principe ereditario. Dopo la morte di Diana ha saputo risalire la china.

Ci è riuscito grazie alla normalità del rapporto con Camilla – che ha preteso di sposare – e al lavoro indefesso per la tutela dell’ecologia e della tolleranza religiosa. Ha potuto contare anche su un altro elemento positivo, la famiglia che gli cresceva intorno. «La gente era elettrizzata nel vederlo accompagnare Meghan lungo la navata della St. George Chapel. E le tenere fotografie con i nipotini l’hanno trasformato nel nonno che tutti vorrebbero avere». Tutti, o quasi. Non sono mancate le critiche al principe di Galles, accusato di aver preteso il tampone pur accusando sintomi lievi mentre il resto della cittadinanza, operatori sanitari compresi, può accedere al test solo a fronte di sintomi gravi e inequivocabili (nel Regno Unito si sono superati, ma i numeri peggiorano di ora in ora, 20 mila casi e 1.400 morti). Il movimento Republic ha rilasciato un comunicato durissimo su Twitter. “Questa è una crisi nazionale in cui tutti rischiamo di perdere i nostri cari. Ora è il momento della parità di accesso alla medicina. Nessuna eccezione”.

Linea sposata anche da alcuni intellettuali, come lo scrittore James Felton: “Sarebbe bello se anche chi lavora nel servizio sanitario potesse accedere facilmente al tampone e poi isolarsi in un castello”, ha scritto sempre sui social. E bene non ha fatto all’immagine di Carlo l’indiscrezione secondo cui, per quanto il protocollo medico prevedesse un isolamento netto, il principe di Galles abbia preteso nei suoi appartamenti a Birkhall anche i suoi due fidati valletti. In quest’onda di montante malcontento, William e Kate hanno invece spiccato per gradimento. La duchessa ha portato avanti le sue campagne di sostegno psicologico, lui ha consegnato alla nazione il primo, vero discorso da futuro re: “La gente del Regno Unito ha una capacità unica di fare fronte comune”, è stato uno dei passaggi più applauditi. È piaciuto anche l’entusiasmo di William nel volersi mettere a disposizione come pilota per il trasporto aereo dei malati. E i maligni ritengono che proprio per questo successo mediatico del figlio, Carlo abbia deciso di dimezzare i tempi dell’isolamento: sette giorni invece di 14 per dimostrare che l’Inghilterra può sempre contare su di lui. Non stupiamoci: gli Windsor non sono persone comuni. Anche di fronte alle emergenze, i coltelli restano affilati. Soprattutto se c’è un trono in ballo.

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