Marco Masini esce con la sua autobiografia


Più di trent’anni di carriera da cantautore sulle spalle, due Festival di Sanremo vinti (nel 1990 tra i giovani e nel 2004 tra i big), rispettivamente con Disperato e L’uomo volante, e oltre sette milioni di dischi venduti. Alla soglia dei sessant’anni Marco Masini decide di mettersi a nudo e di raccontare la sua vita, i suoi successi e le sue cadute ne L’altalena (Mondadori, 19 euro), un libro autobiografico che, ci dice l’autore, «parla anche a tutti quelli che ogni giorno lottano per realizzare i propri sogni».

Marco, come nasce l’esigenza di narrare la tua storia in un libro? «Volevo raccontare le emozioni che tutti noi viviamo quando tentiamo di raggiungere un sogno o proviamo a difenderlo ». Qual era il tuo sogno quando hai iniziato?

«Io volevo soltanto scrivere e suonare. Mi sono ritrovato a fare il cantautore e a rappresentare un momento storico: gli anni Novanta». Cos’è L’altalena che dà il titolo al libro? «Tutti, mentre cerchiamo di raggiungere un obiettivo, attraversiamo una strada fatta di errori e cadute, ma anche di rinascite e successi. L’altalena è la nostra vita che oscilla mentre inseguiamo qualcosa». La tua storia di cantautore passa anche per la storia della tua famiglia.

«Ho avuto la fortuna di avere un padre che mi ha saputo gestire, come quei grandi allenatori che sanno quando è il momento di far debuttare il giocatore talentuoso. La differenza tra bruciarsi e diventare consapevoli del proprio talento passa per piccoli dettagli. Grazie a lui ho saputo sfruttare al massimo ogni occasione». Credi di assomigliargli? «Sì, penso di aver preso da mio padre.

Lui era uno che non mollava mai. Non lo fece nemmeno quando si ammalò mia madre. Le è stato vicino fino alla fine, lottando e cercando soluzioni e alternative. Se sono un guerriero lo devo a lui». Nel libro racconti una fase assurda della tua carriera: dato che raccontavi storie di ultimi, eri diventato quello che portava sfortuna, quello da tenere alla larga. «Ricordo quella fase come uno dei periodi più belli della mia vita». Prego? «Sono i momenti più complicati che ti fanno capire chi sei davvero.

Quando ti ritrovi in mare aperto e stai per affogare, se poi riesci a raggiungere la riva capisci davvero quanto vali. In quei momenti ho compreso che con lucidità, freddezza e strategia puoi ribaltare tutto, anche quando apparentemente non hai speranze». Però decidesti di chiudere con il mondo dello spettacolo. Cosa ti fece cambiare idea? «Quando ho composto L’uomo volante ho capito che la musica era più forte di ogni altra cosa.

Quel brano mi ha ridato tutto, come un uomo travolto dai debiti che vince al Totocalcio». Però trent’anni fa nel brano Vaffanc*** cantavi “ma la musica è cattiva è una fossa di serpenti”. «La musica è un grande amore e tutti i grandi amori fanno soffrire. A un certo punto mi dava troppe responsabilità e la passione e il divertimento erano passati in secondo piano. In quella canzone me la prendo con una delle cose che più amo».

Se ti dico Sanremo cosa mi rispondi? «Sono legatissimo al Festival. Rappresenta una vetrina importante in cui in tre minuti puoi far arrivare il tuo messaggio letteralmente a tutti, ma devi essere consapevole che per emozionare gli altri non devi essere emozionato tu. Sanremo è un calcio di rigore all’ultimo minuto di una finale mondiale, ma devi buttare dentro la palla». Oggi l’altalena con sopra Marco Masini è in alto o in basso? «Se penso di essere in alto perdo la fame e se penso di essere in basso rischio di sconfortarmi. Preferisco non pensarci ».

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